Alzi la mano quel tifoso nerazzurro che non ha letto almeno dieci volte – ma anche cento - in questi giorni come l’Inter abbia incontrato nel proprio girone Barcellona e Tottenham, ossia due delle quattro semifinaliste di questa edizione della Champions League. Con il plus del tanto vituperato Psv, che in Olanda si sta giocando l’Eredivisivie con i campioncini dell’Ajax. Parliamo di risultati. Di dati oggettivi non opinabili. Quindi oggi, ancor più rispetto ai mesi passati, potete fare una pernacchia a tutti quelli che sostenevano che il raggruppamento in cui era stata estratta la Beneamata non fosse da considerare il girone della morte. Poi si sa, generalmente in Italia, purtroppo, l’opinione pubblica – e lo scrivo con rammarico, sia ben chiaro – tende a sminuire e a disapprovare forse più del dovuto tutto quello che riguarda l’Inter. Mentre da altri parti i giudizi sono ben più morbidi.

Ebbene, magari anche io sono troppo critico. O chissà sono gli altri che lo sono troppo poco. Ma dopo aver visto Messi deliziare per l’ennesima volta il pubblico amico, il Tottenham presentarsi senza paure a Manchester e l’Ajax scherzare a Torino resto sempre più convinto che i nerazzurri abbiano gettato via la qualificazione. A Londra bastava un punto. Anzi a dire il vero bastava perdere con un gol di scarto, segnando almeno due gol. Col Psv si doveva vincere. Ci si è voluti accontentare del pareggio – a mio avviso l’errore peggiore in una competizione come la Champions – e si è stati giustamente eliminati. Resto convinto che con più coraggio – a proposito, mercoledì Pochettino ha mandato in campa Llorente al posto di Sissoko alla fine del primo tempo – maggiore malizia e consapevolezza dei propri mezzi, il Biscione sarebbe arrivato (almeno) agli ottavi.

Ora, da una parte è vero che il girone fosse complicatissimo, ma è altrettanto vero che poi si è qualificata una squadra praticamente spacciata già a novembre. Credo sia quindi opportuno meditare. I nerazzurri meritano i complimenti per determinati match. Ma anche i rimproveri per altri. Che serva da lezione. Nel calcio non esiste la proprietà transitiva. Per cui sostenere che l’Inter, se fosse passata, oggi sarebbe tra le migliori quattro d’Europa, è alquanto azzardato. Ma dato che non ci potrà mai essere la controprova, pur non condividendo per nulla tale pensiero, non posso affermare senza ogni ragionevole dubbio che sia una tesi sbagliata.

Nessuno però mi toglie dalla testa che l’Inter, quella vera, debba giocare ogni competizione per provare a conquistarla. Che non ci si possa permettere di snobbare Coppa Italia e Europa League semplicemente perché gli attuali calciatori nerazzurri, se non rare eccezioni, non hanno vinto praticamente nulla. Quindi sentirsi arrivati, quando in realtà non lo si è, corrisponde a mio avviso ad un errore marchiano. E mi viene da comprendere, magari non da condividere, i “vaffa” e le imprecazioni dei tifosi per i titoli che non arrivano più. Mi riferisco alle eliminazioni nella Coppa Nazionale e in quella europea. Vincere aiuta a vincere. Non focalizzarsi al massimo su tali competizioni rappresenta un vezzo di cui non ci si può fregiare. Certo, contro l’Eintracht il tridente finale d’attacco finale era composto da Ranocchia, Esposito e Merola. Non di certo i titolarissimi dei nerazzurri. Ma si poteva e doveva fare di più, magari anche in Germania. Se è vero, perché è vero, che gli uomini di Spalletti danno il meglio contro i team più blasonati, allora pretendere una prestazione migliore a San Siro contro i tedeschi – quantomeno non farsi schiacciare per tutta la gara – è una richiesta oculata non campata sulle nuvole.

Ora il campionato dice Roma. Se si vince è fatta. Ma qualora arrivasse una sconfitta tutto potrebbe essere riaperto. Dalle stelle alle stalle. Come i giudizi sui nerazzurri. Nulla di nuovo insomma.

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Sezione: Editoriale / Data: Ven 19 Aprile 2019 alle 00:00
Autore: Simone Togna / Twitter: @SimoneTogna
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