Ci risiamo: ultimi giri d'orologio prima del gong di mercato, un tempo questo attesissimo, specie dagli allenatori. Un tempo, appunto, quando la sessione di calciomercato a campionato in corso era ancora nemica giurata dei tecnici, costretti, nel periodo in questione, a fare a sportellate con potenziali disattenzioni, malumori e distrazioni alle quali andavano incontro gli atleti, triturati da ultim'ore, here we go, tweet e pressing di agenti e direttori sportivi. Diverso potrebbe essere oggi il discorso, specie per quegli allenatori che si ritrovano a sperare in qualche colpo dell'ultimo secondo, neanche troppo pretenzioso, ma potenziale manna dal cielo per chi necessita disperatamente di innesti-sos. Potrebbe essere il caso del Napoli, imbrigliato però nel blocco di mercato che impedisce a Manna di operare a supporto di Conte, come quello dell'Inter, dove Cristian Chivu farebbe carte false per avere un esterno che sopperisca all'assenza, pesantissima, di Denzel Dumfries.
Con l'olandese ai box i nerazzurri hanno perso quella fondamentale spinta che l'ex PSV Eindhoven fornisce da anni, assenza dal peso piuttosto evidente in gare come quella con Milan, Liverpool, Arsenal... per citare soltanto alcuni degli episodi in cui l'assenza del 2 di Chivu ha pesato più di altre volte. Tralasciando l'eventuale partenza di Luis Henrique, non così certa - e meno male, aggiungeremmo -, la casella di destra resta ancora terra di nessuno, orfana di un padre che al suo rientro necessiterà di tempo e che a fine stagione - senza troppi giri di parole - potrebbe persino cambiare squadra. Certo, a giugno si vedrà, ma il discorso da affrontare a fine stagione non è slegato a quello di oggi e il nesso è facile spiegato e ben s'adatta al punto (non esclusivamente connesso a Dumfries). La storia insegna, dice qualcuno, e poco importa se è un qualcuno probabilmente parecchio ottimista nei confronti del genere umano, di sicuro non è Ausilio, né chi per lui. E all'alba dell'1 di febbraio, la dirigenza nerazzurra sembra proprio non aver imparato nulla dalla recente, e tragica, storia scritta la scorsa stagione: il non mercato dello scorso anno, denunciato tardivamente da Inzaghi che ha lamentato la mancanza di risorse umane soltanto dopo il 5-0 incassato a Monaco, vanificandone di fatto l'atto di pronunciarsi, e le conseguenze sul campo non hanno evidentemente spinto gli alti dirigenti di Oaktree, né quelli di Viale della Liberazione a forzare la mano affinché la stagione attuale venisse propiziata da un sostanziale parco giocatori a immagine e somiglianza del nuovo tecnico. Strategia che, ad onor del vero, ha dato i suoi frutti quindi risultata ragionevole fino ad un certo punto. Il punto in cui, con l'assenza di Dumfries e l'adattamento forzato di Luis Henrique hanno rallentato la marcia dei nerazzurri, in talune partite finiti con l'essere fortemente sbilanciati e meno incisivi proprio sul lato interessato. Questo passando a setaccio esclusivamente quel frammento di campo e volendo soprassedere sulle lacune venute a galla anche nel reparto arretrato fino a qualche settimana fa. Due elementi che fanno una prova di un bisogno piuttosto evidente: quello di pescare dal mercato rinforzi che all'Inter servono come il pane, tenendo conto dell'ampia fetta stagionale ancora da affrontare, Champions compresa, che quest'anno peraltro offre la bellezza di due gare in più visto l'obiettivo mancato di rientrare tra le prime otto.
Eppure, a -2 giorni dalla chiusura delle porte della sala principale dello Sheraton, casa del calciomercato, valevole da triplice fischio della sessione di mercato invernale, Ausilio & co non hanno ancora portato a Chivu un solo innesto. Preoccupante? Probabilmente no, tenendo conto che uno dei migliori di Chivu in questa prima parte di stagione è arrivato proprio allo scadere del mercato di agosto, eppure una riflessione sembra obbligata a prescindere che l'innesto arrivi o meno, specie andando a ripescare dagli archivi proprio l'affare Akanji. Perché un club dalla caratura dell'Inter si ritrova a chiudere operazioni in fretta e furia con l'asfissiante fiato sul collo del tempo che stringe con l'aggiunta dell'angosciante rischio di ritrovarsi con un pugno di mosche in mano? Perché incaponirsi alla ricerca di soluzioni da colpi di magia e fantasiosa arte dell'arrangiarsi piuttosto che spendere - bene - per un profilo altisonante e soprattutto pronto? Ancora una volta la spiegazione appare opaca a chi si limita ad osservare, ma non solo. A rigor di numeri che valgono plausi non indifferenti ai generatori di ricavi, le possibilità economiche dei nerazzurri non brancolano nel buio come negli anni addietro e pur consci delle impellenti quanto indispensabili necessità di tenere d'occhio costi e ricavi, è impossibile rassegnarsi dinnanzi ad una strategia che più che parsimoniosa ha tutti i caratteri d'essere micragnosa all'estremo. Funzionale, certo, nell'ottica di Oaktree, tipica dei fondi che mirano al risanamento prima di tutto, meno sul piano sportivo, come lo scorso anno ha insegnato. Pochi ma buoni sì, pochi e sufficienti anche no. Eppure è ciò che è accaduto lo scorso anno, quando nel rush finale a Inzaghi sono venute a mancare proprio le forze fisiche e atletiche che hanno giocato il ruolo del nemico più grande di fronte all'obiettivo di conquistare titoli: e se le immagini di un Lautaro sofferente in panchina - rimasto ai box in vista della finale dopo un problemino fisico - sono l'emblema della sconfitta sul campo dell'Inter, altrettanto emblematiche sono di una mancanza non indifferente partita dai tavoli di Viale della Liberazione, dove i mea culpa avrebbero dovuto essere più di uno.
Intanto Chivu pensa alla trasferta di Cremona, qualche giorno dopo un turnover non da poco a Dortmund che ha dato sì ragione a Chivu quando dice di non avere titolari fissi, un po' meno alla dirigenza che ha visto cambiare il match proprio con l'ingresso di alcune pedine fondamentali, che oggi non trovano ancora sostituti dello stesso livello. Le foto di Lautaro nel post Lazio-Inter, le parole di Inzaghi dopo la finale, le problematiche viste con l'Arsenal ma anche in altri casi... siano da monito ai dirigenti del The Corner: se è vero che senza soldi non si canta messa, altrettanto vero è che senza uomini non si canta vittoria.
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