Con la doppietta a Porto Rico, Lautaro ha raggiunto Hernan Crespo a 35 gol nella classifica all-time dei bomber argentini con la maglia della Seleccion. Davanti a loro solo Messi, Batistuta e Agüero. Felicità per il Toro, ma anche un po' di malinconia: "Perché - spiega Crespo alla Gazzetta dello Sport - il tempo passa, ho superato i cinquant’anni, ho i capelli grigi e, quando gioco le partitelle con i ragazzi che alleno al San Paolo, non mi riescono le cose che facevo una volta. Ma adesso ho altro a cui pensare, sto sulla panchina di una grande del futebol brasiliano, il San Paolo appunto, e dedico tutte le mie energie a questo club per farlo tornare alla gloria".
Partiamo da Lautaro Martinez e dalla sua prolificità. Il suo giudizio?
"È un attaccante completo e lo ha dimostrato in questi anni all’Inter e con l’Argentina. In area di rigore è micidiale, vede la porta come pochi altri. Sa giocare con la squadra, dialoga con i compagni e attacca gli spazi. È bravo nel dribbling. Che cosa posso dire di più? Sì, lo considero un campione. Quando un centravanti la butta dentro, c’è poco da aggiungere: ha fatto il suo dovere".
È diventato un vero leader.
"Proprio così e si vede da come gioca. Ha personalità, i difensori avversari lo temono e raddoppiano la marcatura. Ciò significa che ha raggiunto la piena maturità".
Rimpianti di carriera a parte quelli con la nazionale?
"Istanbul 2005, finale di Champions League tra Milan e Liverpool. Dopo la rete di Maldini, segno una doppietta, finiamo il primo tempo in vantaggio 3-0 e poi gli inglesi ci rimontano e perdiamo ai rigori. Non è mica facile da digerire una sconfitta dopo aver realizzato una doppietta... Per anni non ho più voluto rivedere quella partita... Soltanto di recente ho fatto pace con quella storia maledetta. Però non insistiamo troppo, perché altrimenti mi torna fuori la rabbia...".
Il compagno di squadra più forte con il quale ha giocato?
"Non scelgo soltanto per le qualità tecniche, ma soprattutto per quelle morali. E dico Paolo Maldini. Sono stato con lui per una stagione al Milan e ho capito come si deve comportare un capitano".
I suoi punti di riferimento come tecnico?
"Per il mestiere di allenatore, dico tre nomi. Carlo Ancelotti, Josè Mourinho e Marcelo Bielsa. Carlo, per me, è stato come un padre quando sono arrivato in Italia nel 1996. Avevo ventun anni, ho imparato tutto da lui. Mou è uno straordinario motivatore, l’ho sperimentato ai tempi del Chelsea. Nessuno entra nelle teste dei giocatori come fa lui. E Bielsa è un visionario: sa andare oltre il presente, sa interpretare il calcio in modo moderno. Mi ispiro a loro, ma so che non raggiungerò mai i loro successi. Però qualcosa ho vinto anch’io in panchina... In Argentina, in Brasile, in Qatar e negli Emirati Arabi ho raccolto soddisfazioni e successi".
Autore: Alessandro Cavasinni / Twitter: @Alex_Cavasinni
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