E’ lunedì 7 maggio, sono le 8.00 e io salgo sul treno per Milano, come ogni lunedì. Eppure stamattina l’inizio della settimana non pesa per niente. Sale un ragazzo che indossa una maglia bianconera, si siede proprio di fronte a me e inizia a leggere "Tuttosport", che oggi sfoggia in prima pagina un 30 a caratteri cubitali: lo guardo con indifferenza. Lui ha appena vinto uno scudetto (il numero 28), io nella peggiore delle ipotesi forse non arriverò neanche quinta, eppure la cosa non mi infastidisce. Oggi mi sento leggera come non mi sentivo da un sacco di lunedì mattina e niente e nessuno rovinerà la mia giornata. Se un indovino a settembre mi avesse predetto questa stagione maledetta, avrei firmato nero su bianco per farla andare esattamente così. E sapete perché?Perché avrei saputo di poter vivere questo lunedì mattina, il lunedì dopo un derby vinto 4 a 2, contro tutto e contro tutti, nel momento più difficile della stagione, dopo aver fatto quell’enorme scivolone contro il Parma, e soprattutto nella serata in cui al 99% si sarebbe deciso lo scudetto e avremmo potuto aumentare il distacco fatale dalla vetta per i rossoneri. L’Inter quindi ci ha messo lo zampino nell’assegnazione del titolo, ma ha vinto solo per se stessa, per il gusto di vincere la gara più sentita del campionato e perché, diciamoci la verità, se si perde un derby dispiace, ma dispiace di più veder vincere il Milan; è una sacrosanta ed eterna verità, una regola non scritta del mondo del tifo nerazzurro.
Questo lunedì mattina è tutto dell’Inter e degli interisti: dobbiamo godercelo fino in fondo e allora la mente torna alla stracittadina. Milito sta per calciare il secondo rigore, che porterebbe l’Inter sul 3 a 2 a poco più di dieci minuti dalla fine: è il tiro che decide un derby e che assegna uno scudetto. Milito lo sa, lo sanno tutti i tifosi, lo sa l’Italia calcistica intera. Nell’istante in cui il Principe inizia la sua corsa, la nostra mente è percorsa da un solo pensiero: «Ti prego Diego, non sbagliare!» Poi il tiro parte, e la rete si gonfia. Milito non sbaglia, non stavolta, non stasera: ancora lui, per la 23^ volta in campionato, ancora lì in alto nella classifica marcatori, ancora una tripletta. Milito è sempre protagonista: lo era quando c’erano da alzare i trofei al cielo e lo è anche nella stagione più difficile, resta una certezza fra le insicurezze e le occasioni perse di un’annata iniziata male e che non siamo più riusciti a raddrizzare al meglio. Il Principe è lì, è il campione che cade e si rialza, che sa essere decisivo e sa quando non può sbagliare ma che accetta sempre il verdetto del campo. Milito è più che mai in questo momento il simbolo di un’Inter che non si arrende e che non si nasconde dietro alla giusta euforia che regala la vittoria in un derby: sa che deve rimboccarsi le maniche e lavorare per costruire un futuro promettente. In questo momento chiudere al terzo posto appare quasi impossibile, ma crederci è d’obbligo, soprattutto oggi, soprattutto in questo lunedì di bei pensieri.
Pensieri che scorrono, come il treno che mi sta portando in città. Dal microfono si annuncia il capolinea, ormai devo scendere. Il tifoso juventino di fronte a me ha smesso di leggere e fissa il braccialetto che ho sul polso: è blu, con la scritta nera “F. C. Internazionale”. Alza gli occhi, incrocia il mio sguardo e con l’intento di infastidirmi mi dice: "Siamo tornati". Io gli rispondo sorridendo: "Anche noi", e lo lascio lì con un’espressione sorpresa e confusa. Avrei voluto spiegargli che anche l’Inter è tornata; perché finiremo la stagione senza trofei e forse senza Europa ma adesso riesco solo a pensare che sono fortunata, perché ho rivisto un’Inter che non tramonta mai e che a volte è solo nascosta sotto le difficoltà e le sfortune. E’ la mia Inter: l’Inter della linguaccia di Julio a Ibra, una linguaccia che tutti noi avremmo voluto fargli da anni; l’Inter che saluta con riconoscenza un guerriero di tante battaglie, come Ivan Cordoba. E’ l’Inter di un Principe da derby. Mille notti di sconfitte per una notte così, mille prestazioni opache in cambio di una partita da vera Inter. Un’Inter da mille e una notte.
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