'Uno di noi' è il nuovo format di InterTV che prevede la presenza di una leggenda nerazzurra, a cui si chiede un tuffo nel passato tra ricordi, aneddoti e memorie. Stavolta è il turno di un grande difensore, ma anche di un grande uomo come Ivan Cordoba.
A fine dicembre del 1999, all'Inter arrivano Michele Serena, Clarence Seedorf, Adrian Mutu e Ivan Cordoba. Cosa ricordi di quel giorno?
"Mutu l'ho visto quando è venuto l'autista a prendermi e lui era in auto, andavamo alla Pinetina. Parlava già benissimo l'italiano".
Pochi giorni dopo sei in campo con il numero 21, perché quel numero?
"Perché piaceva a mia madre, non c'era il 2 e ho scelto il 21".
Segni un gol che decide una finale con la Colombia.
"Uno dei più importanti della mia carriera, c'era un popolo dietro di me, dietro quel gruppo che voleva dare una speranza in un periodo in cui c'era un conflitto armato. In quel mese tutto si è fermato per vedere la Nazionale, tutti speravano in una vittoria. Questi sono i gol che ti fanno rimanere nella storia del calcio".
Cordoba significa grande difensore ma anche grande bomber. Quello a Reggio Calabria forse è uno dei più belli che hai segnato con l'Inter.
"Sì, è uno dei più importanti. Venivamo da un periodo non molto buono, cominciavano le critiche su Mourinho, sul suo operato... Abbiamo vinto questa partita e da lì è iniziata la cavalcata".
Tu da fermo saltavi sui tavoli.
"Sì, saltavo fino a 75 centimetri. Mi ha aiutato tantissimo, arrivavo prima su attaccanti altissimi che in Europa affrontavo una partita sì e una no".
Tutto è iniziato con la Coppa Italia nel 2005. Tu eri capitano.
"Sì, da lì abbiamo vinto fino al 2011, chiudendo il ciclo proprio con una Coppa Italia".
Sei arrivato trovando attaccanti strepitosi.
"Quell'Inter era impressionante, faceva paura. C'erano tante cose che però non funzionavano, non c'era un gruppo coeso che poteva ambire a qualcosa di importante. Si era iniziato a creare con Cuper. I gruppi che hanno continuità trovano le vittorie con più facilità".
Poi arriva il Triplete, non era così scontato...
"No, giocavamo partita dopo partita. A volte se n'è parlato. Ma se lo avessimo centrato sarebbe stata la conseguenza del fatto che avremmo fatto ogni cosa bene, era inutile stare lì a pensarci. Non siamo stati così consapevoli in quel momento di cosa avevamo raggiunto, un evento storico per l'Italia e per l'Inter. Avevamo un appuntamento con la storia che non potevamo mancare. La gente aspettava da 45 anni, pensavamo ai tifosi, alle nostre famiglie, al presidente che aveva speso tanto per raggiungere questo obiettivo così importante".
Tu hai fatto famiglia in Italia.
"Quando sono arrivato qui mi sono detto che non potevo andare via senza essere ricordato per una vittoria importante. Dovevo lasciare la bandiera della Colombia più in alto possibile".
Sei cresciuto assieme a tuo fratello (Zanetti, ndr).
"Mi ha dato la vita, il calcio, è stato troppo importante per me. L'ho sempre seguito, ho sempre cercato di imitare il suo comportamento. Lui era davvero un leader e una persona da ammirare. Per me è stato questo. Ci sentiamo ancora e ogni volta è come il primo giorno. Lui mi ha aiutato sin dall'inizio, lo faceva con tutti i nuovi arrivati. Mia moglie era incinta di tre mesi, vivevamo in albergo e non ci stavamo benissimo. Un giorno Javier mi chiese se avessi trovato casa e poi mi invitò da lui, per fare in modo che Maria stesse con Paula mentre noi eravamo impegnati con la squadra. Ha insistito e siamo andati da lui. Dopo una decina di giorni abbiamo trovato casa, ma per me era importante sapere che mia moglie era in buone mani. Questi dettagli sono importanti per chi arriva dall'altra parte del mondo".
The last dance, l'ultima partita. Tutti con la maglia con il tuo numero in un derby vinto.
"Avevo già deciso di dire addio in questa partita. Non ce la facevo più, non volevo andare avanti senza essere me stesso, quello veloce, che saltava. Ho detto a Javier che sarebbe stata la mia ultima partita. Anche non giocando, avrei voluto chiudere al Meazza, lo stadio che mi mancava nel '90 nelle figurine Panini e poi una tifosa me l'ha regalato. Volevo vincere quella partita, non importava se non avessi giocato. Chiedevo che la concentrazione fosse solo sulla partita. Quando siamo usciti per il riscaldamente però avevano tutti la maglia con il 2. Ero molto emozionato, c'era anche l'altro mio fratello del calcio, Mario Yepes, nel Milan. C'era Guarin. Tutto bellissimo. Se uno potesse sognare un'ultima gara come questa, credo sarebbe proprio così, magnifico".
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