A quattordici giornate dalla fine del campionato, la domanda più gettonata è una sola: quante vale questo scudetto? Nel gioco delle parti, si passa da un estremo all'altro definendo l'eventuale impresa dell'Inter titanica o uno scherzo da nulla per una squadra costruita per detronizzare la Juve. In mezzo come al solito si ignorano per convenienza di partito tutte le sfumature di un torneo per mesi senza padroni (il Milan è sempre stato raccontato come abusivo al primo posto) per l'abdicazione al trono annunciata della Vecchia Signora, regina per nove anni di fila. Scemata l'imprevedibilità nella lotta al vertice, per colpa della discontinuità delle concorrenti di turno passate in un amen dall'altare alla polvere, si è stabilito che il tricolore fosse affare circoscritto ad Antonio Conte, anche perché - dopo il pari dei rimpianti della Dacia Arena con l'Udinese - non ne ha più sbagliata una: cinque vittorie in fila, con tanto di tabù degli scontri diretti spezzato con Lazio e Milan, e la sensazione di aver trovato la formula giusta per esercitare il proprio potere su una Serie A, la cui immagine è uscita sbiadita dalle settimane di Coppa.

Se si eccettua la Roma, unica a passare il turno in scioltezza, le altre hanno subito un'eliminazione (il Napoli col Granada, la Lazio è con un piede e mezzo fuori), superato l'ostacolo a fatica (Milan) o si sono complicate la vita (Atalanta e Juve). Un trend negativo facilmente pronosticabile uscendo dal provincialismo protettivo con il quale le nostre squadre vengono tenute lontane dalle grinfie delle big europee prima di essere puntualmente divorate alla prima occasione utile. Un trattamento che non è stato riservato all'Inter, che ha avuto la colpa di essere l'unica rappresentante tricolore esiliata dal vecchio continente già a dicembre, in maniera sciagurata in un girone ampiamente alla sua portata. Dopo i sorteggi di Nyon c'era chi, a ragion veduta, vaticinava un primo posto davanti a un Real Madrid non più così galattico; ecco perché, sei partite dopo, l'ultimo posto alle spalle di Gladbach e Shakhtar è stato vissuto come un tradimento dai media che – regalato credito gratis ai nerazzurri – hanno preteso un specie di 'rimborso', peraltro senza gli sconti dei presunti torti arbitrali di febbraio concessi a chi fa figuracce col Porto oppure viene travolto dal Bayern. Tutto per difendere una presunta superiorità del calcio nostrano perduta ormai da tempo, con la Beneamata solita, straordinaria eccezione che ora deve stravincere il titolo proprio perché giocherà partite in meno delle big (non tanto big) 7. Nel conto, però, a onor del vero, va segnalato che i nerazzurri hanno passeggiato a Firenze e piegato la Lazio quando il calendario era ingolfato dal doppio duello con la Juve in Coppa Italia. Il tutto senza fare ricorso esagerato al turnover, e soprattutto tenendo fede a un'idea di gioco aderente alle caratteristiche dei suoi interpreti. I concetti, i codici e gli schemi tattici sono grosso modo quelli dalla passata stagione, con l'aggiunta non da poco di due giocatori internazionali come Achraf Hakimi e Christian Eriksen, gli ultimi due titolari che si sono incastrati perfettamente nell'11 tipo che ora può essere letto come una filastrocca.

Dopo aver perso la propria identità per provare a imitare modelli di calcio irraggiungibili, la squadra è tornata alle origini facendo un passo indietro a livello di baricentro per fare un gigantesco passo in avanti nell'evoluzione del suo gioco. L'Inter non domina più il possesso e il tempo come ha tentato di fare nei primi mesi di questa annata, ma dalla gara col Sassuolo divora meglio lo spazio: lo fa richiamando il pressing avversario costruendo dal basso o – in fase passiva – difendendo corta per poi recuperare la palla e lanciare la 4x100. Quello che stiamo vedendo da un mese a questa parte è il non plus ultra dell'Inter contiana, intesa a livello filosofico. Una squadra che ora come ora ha il bilanciamento perfetto ed è migliorabile solo attraverso il mercato, comprando titolari più forti di quelli con cui il tecnico ha scalato la classifica. E con i quali, sostiene lui, sarebbe competitivo in Europa: "La delusione per l'eliminazione immeritata dalla Champions ci ha portati a fare un'introspezione e a capire che bisognava alzare il livello di tutti per cercare di essere più competitivi. E' inevitabile che se oggi fossimo in Champions ce la potremmo giocare", le parole esatte usate per esprimere un concetto impossibile da confutare con la controprova del campo. L'Inter, infatti, continua a essere l'assente ingiustificata per eccellenza dalle Coppe, una macchia che non può certo essere cancellata da una manciata di prestazioni autoritarie con avversari sì forti ma ancora lontanissimi dal gotha europeo.

No, l'Inter – in condizioni standard - non potrebbe competere con Bayern, Psg, City e Liverpool per due motivi semplici: gli uno contro uno tra il difensore di turno e Lukaku non diventerebbero mismatch come con i vari Parolo, Romagnoli e Radovanovic. In più, la fase di attesa efficace per colpire in campo aperto, diventerebbe fatale di fronte a palleggiatori sopraffini come Verratti, Paredes, Thiago, De Bruyne, Kimmich ecc... L'Inter lo ha già sperimentato nel match di ritorno con un Real raffazzonato ma dotato di tecnica sublime nei suoi centrocampisti (Kroos e Modric) che hanno nascosto la palla per farla riapparire due volte dietro le spalle di Handanovic. Da lì, l'Inter ha capito che doveva tornare a essere se stessa per vincere in Italia e fare più strada possibile in Europa. Nel secondo caso, anche per la peculiarità della competizione da dentro o fuori, non sono bastati quattro punti nelle ultime due uscite per riscrivere un destino ormai segnato. Diverso il discorso del campionato, una maratona lunga 38 giornate che dà la possibilità di rimediare ai propri passi falsi. L'habitat preferito di Antonio Conte che, mentre si compiace di aver costruito una macchina da guerra quasi perfetta in Italia, idealizza un mondo in cui il suo calcio possa conquistare anche l'Europa. Nel frattempo si 'accontenterebbe' eccome dello scudetto, simbolo della fine di una dittatura sportiva ma non per questo annunciatore di una rivoluzione che superi i confini nazionali. D'altronde, per invadere l'Europa serve un'arma che questa Inter ancora non ha, anche perché non le serve per battere le avversarie che si troverà di fronte da qui a maggio: essere aggressivi col pressing ultraoffensivo.

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Sezione: Editoriale / Data: Gio 04 marzo 2021 alle 00:00
Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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