Oggi è il 5 febbraio, non è il 5 maggio. Si è chiuso il ventitreesimo capitolo del campionato, ne mancano quindici. Banale, ma neanche troppo: con l'andamento lento delle ultime sette giornate, due sconfitte e poi cinque pareggi consecutivi, l'Inter fa in tempo a peggiorare la situazione, ma recuperando anche parzialmente le sicurezze delle prime sedici partite, tutto è ancora possibile, dato che ad oggi la squadra di Spalletti è in piena corsa per l'obiettivo stagionale: il ritorno in Champions League. E finora lo è sempre stata. L'Inter ha infatti un punto in più della Roma, quinta, e lo scontro diretto a favore. E la stessa Lazio, terza, non è lontana.
Oggi è il 5 febbraio, non è il 5 maggio. E come sa chi segue il calcio, febbraio non dà verdetti. Perché sedici giornate avrebbero dovuto dire il falso, mentre le altre sette, meno della metà del tempo, sarebbero lo specchio perfetto dei valori reali? Partiamo dal presupposto che l'Inter non è mai stata da scudetto, ma anche dalla certezza che non sia da retrocessione. E' vero, nella serie positiva tutto girava per il verso giusto e si sono vinte anche partite senza mettere in mostra un calcio da ricordare, come a Crotone, a Benevento o a Verona. Ma si è vista anche una squadra che credeva in quello che stava facendo e che ha mostrato anche lunghi spezzoni di bel calcio, come contro la Fiorentina, con la Sampdoria o con il Chievo. O che non si arrendeva nemmeno di fronte a situazioni complicate, come a Roma, a Cagliari, nel derby o a Napoli e a Torino. "Provate a batterci", diceva sicuro dei suoi uomini, Spalletti. Convinto di avere a che fare con un gruppo granitico, di professionisti e di giocatori pronti a riscattare annate negative. Oggi quel gruppo si è smarrito, ma non è ancora battuto, semplicemente perché il gong è lontano e non c'è la possibilità di gettare la spugna con così largo anticipo.
Oggi è il 5 febbraio, non è il 5 maggio. E' una grande notizia per il popolo nerazzurro, che oggi è diviso tra chi insulta e chi ha smesso di crederci, tra i rabbiosi e i rassegnati, tra quelli che 'l'allenatore non capisce, la società non c'è, i giocatori pensano al mondiale' e quelli che semplicemente pensano che è un film già visto, quello di una squadra che si scioglie di fronte alle prime difficoltà, senza più ritrovare la via. I problemi ci sono, questa è l'unica cosa che mette tutti d'accordo. E non sono da ricercare nel mercato, nel FFP, nelle strategie di crescita della società, nell'allenatore o nella professionalità dei giocatori. Si potrebbe scrivere e discutere per ore di ognuna di queste 'non cause', ma si svierebbe dalla realtà, quella del campo e di una squadra che nelle ultime due partite con Spal e Crotone ha faticato ad essere tale, non per aver perso equilibri tattici, ma sicurezze mentali, convinzione e brillantezza atletica.
Oggi è il 5 febbraio, non è il 5 maggio, non ci può essere un giudizio definitivo, ma tutta la negatività che lascia una serie di otto partite senza vincere sì. Ci sono serie negative e serie negative, ma le serie sono tali perché hanno un inizio e una fine. E questa serie di otto partite senza vittorie, record eguagliato e vissuto già nel finale della scorsa stagione (in quel caso sei sconfitte), non può protrarsi all'infinito. Anche perché si è letto e parlato ovunque dei tre pali della Roma contro l'Inter, dei gol segnati negli ultimi minuti con Crotone, Genoa e Milan, un po' meno dell'incredibile serie di gol e situazioni rocambolesche che ha subito l'Inter in queste partite: gli errori di Santon con l'Udinese, quelli di Icardi con il Sassuolo, i due gol subiti nel finale a Firenze e a Ferrara, l'unico tiro e il gol concesso alla Roma, ancora per un errore grottesco. Così come non può durare per sempre lo stato di forma scadente di Perisic e Vecino su tutti, che nelle prime sedici partite erano paragonati a Cristiano Ronaldo e Gerrard, ora non sono nemmeno all'altezza di giocare in Serie A. E come una serie negativa non può essere senza fine, così uno stato di forma scadente di professionisti controllati e allenati a loro volta da altri professionisti non può durare ancora a lungo.
Oggi è il 5 febbraio, non è il 5 maggio. Anche se l'interista ha vissuto nelle ultime stagioni periodi negativi in successione, non ha mai visto da Mourinho in poi il suo club affrontare con la necessaria calma e razionalità i problemi e le crisi di gioco. Tanto meno con lo stesso allenatore, sapendo che quest'ultimo non fosse già in discussione, entrando ogni volta in una spirale senza via d'uscita: periodo negativo, allenatore in bilico, esonero, nuovo tentativo, obiettivo a breve termine mancato, nuovo esonero e così via. Senza mai andare avanti. Ad ogni passo sono sempre seguiti ripensamenti alle prime difficoltà. Benitez era l'uomo giusto dopo Mourinho, perché diverso, salvo poi diventare l'uomo sbagliato, perché troppo diverso. Leonardo era l'uomo giusto perché un gestore, salvo poi diventare l'uomo sbagliato perché bisognava ricostruire. Ecco che Gasperini era l'uomo giusto perché abituato a lavorare con i giovani, salvo poi scoprire dopo tre partite che all'Inter non si può aspettare e bisogna andare sulle sicurezze. Ecco Ranieri, l'aggiustatore, l'ennesimo uomo giusto, fino a quando metà girone negativo diventava un fardello insopportabile per provare a costruire con lui. E allora l'uomo giusto diventava la sorpresa Stramaccioni, che univa la voglia di 'guardiolismo' con quella di promuovere il settore giovanile. Ma un girone di ritorno pieno di infortuni e un primo cambio societario facevano credere che la soluzione era Mazzarri, l'uomo giusto perché il migliore nelle difficoltà. Fino al non previsto 'fattore ambientale', quando il pubblico esonera l'allenatore. E allora serviva l'uomo che ha già vinto, che sa come si fa e accolto dalla marcia trionfale arrivava Mancini. Ma ecco un secondo cambio proprietario e allora in pochi mesi De Boer, Vecchi e Pioli non hanno fatto nemmeno in tempo a travestirsi da 'uomini giusti'. La stagione 2016/17 ha racchiuso insieme un po' tutto il male che l'Inter si è fatta negli ultimi sette anni senza vittorie: cinque allenatori, acquisti non inseriti in una logica di costruzione di squadra, casting a stagione in corso, direttori, consiglieri, agenti, il concetto di programmazione disintegrato. A maggio 2017 si è tirata la linea, la nuova proprietà ha tirato una linea. Quella proprietà in questo momento tanto vituperata ha messo un punto ed è partita per la sua strada, con logica, coerenza e una programmazione nel medio e lungo termine, una rarità all'Inter: affrontare con decisione e senza deroghe il problema di un club in perenne perdita sul lato economico, tanto da essere sanzionato dalla UEFA e ristrutturare la parte sportiva con un nuovo dirigente, responsabile del progetto tecnico e della scelta del nuovo allenatore, senza possibilità di condizionamenti né ripensamenti.
Oggi è il 5 febbraio 2018, non è il 5 maggio 2002. L'interista è stanco dei periodi negativi, di vedere la Juve vincere in Italia e fatica a credere in qualsiasi cosa che non sia 'vincere', ora o al più presto possibile. Ma l'unica strada è quella intrapresa, non ce ne sono altre e non sarà una serie negativa e nemmeno un piazzamento Champions a modificarla. Certo, il quarto posto velocizzerebbe molto il percorso da fare, ma, a prescindere da quello, non si torna indietro. I due fronti restano quello della crescita dei ricavi e per quello si sta allargando la base di pubblico a cui il club si rivolge (interista è il tifoso di Milano, ma anche quello in Cina, negli Stati Uniti, ovunque) e ovviamente quello delle fondamenta di un progetto tecnico che Sabatini e Spalletti porteranno avanti. Lo psicologo di Certaldo non a caso parla di razionalità e calma nel cercare le soluzioni al problema di fragilità mentale della sua rosa. Sa di avere l'appoggio incondizionato di tutto il club e farà di tutto, con il suo staff, per risvegliare un paziente che oggi ha perso non solo sicurezze, ma anche la capacità di rischiare, di tentare la giocata da Inter. Si è appiattito. Le soluzioni arrivano solo dal lavoro, serio, metodico, instancabile. Chi sarà partecipativo, potrà guarire e perfino far parte dell'Inter che verrà.
Oggi è il 5 febbraio, non è il 5 maggio. E' una storia diversa, dal 2002 certamente, ma soprattutto da tutte quelle di questi ultimi sette anni. Se l'interista comprenderà il significato di quella linea tracciata nel maggio 2017, vorrà un po' più bene a questa nuova creatura, così giovane e in questo momento in difficoltà. Perché il 5 febbraio non è mai calato il sipario di nessuna stagione calcistica. E il pezzo di storia che manca lo scriveranno Spalletti e i suoi professionisti, lavorando sulla testa, sul recupero di una forma fisica accettabile, sull'inserimento definitivo di Cancelo, Rafinha e qualche variante di gioco annessa. Lo scriveranno, tempo futuro. Perché il 5 o il 6 maggio quest'anno si andrà a Udine, Lazio-Inter è il 20, è un'altra storia. E se il futuro è tutto da scrivere, anche la Storia può essere vista e raccontata da diverse angolazioni: il 5 maggio infatti sarà per sempre un pezzo di Triplete!
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