"Non c'è vittoria senza sofferenza". Questa la sentenza con cui Simone Inzaghi ha spiegato nel modo migliore possibile perché l’Inter martedì sera ha avuto la meglio sul Barcellona in una semifinale di Champions League che non sempre ha seguito un filo logico. Lo scontro di stili ha portato alla luce pregi e difetti già noti delle due squadre, ma anche forzature difficili da prevedere. Nel match di ritorno, per esempio, i nerazzurri hanno colpito gli avversari punendoli con la loro arma principale in occasione del gol dell’1-0 di Lautaro Martinez, quando Federico Dimarco è stato famelico nella riaggressione su Dani Olmo all’altezza della trequarti. Una contromossa studiata dopo la lezione imparata all’andata. Esattamente come fatto dai catalani che, sulla scorta di quanto accaduto al Montjuic, hanno rovesciato lo spauracchio dei corner da difendere in un contropiede quasi letale.
Variazioni sul tema che sono figlie delle interpretazioni dei singoli nel contesto di una filosofia di gioco collettivo ben delineata: da una parte l’impianto difensivo a dir poco rischioso del Barça, dall’altra il caos organizzato in cui gli smarcamenti creano le connessioni tra giocatori che non hanno ruoli fissi. La scommessa di Hansi Flick si fonda su un assioma inconcepibile per i tifosi italiani: la vittoria si ottiene segnando un gol in più dell’avversario, anche a costo di superarlo con il risultato di 5-4. Contando su una potenza di fuoco incredibile, il tecnico tedesco ha convinto i suoi ragazzi che, nel computo totale dei costi e benefici, fosse conveniente tenere la difesa altissima, arrivando a ignorare alcuni principi cardine del Gioco. E qui torniamo a uno dei motivi per cui De Jong e compagni sono andati solo vicini all’impresa ma poi si sono rovinati con le loro stesse mani sul più bello.
Se incontri una squadra camaleontica come quella campione d’Italia, non puoi far finta che non esistano le due fasi oppure condensarle in un’unica con l'obiettivo goffo di coprire i difetti di alcuni interpreti. L’avversario esiste e ti propone delle difficoltà oggettive, che quantomeno dovresti provare a limitare. Il Barcellona ha pensato di essere semplicemente più forte e che bastasse fare quello che sa fare per battere l’Inter. Una libera interpretazione in un canovaccio che gioca sempre sul filo tra coraggio e incoscienza. Un confine labilissimo che è costato per due volte il doppio svantaggio ma che ha portato anche alla clamorosa rimonta a San Siro. Sul 3-2, a una manciata di minuti dal triplice fischio, il Barcellona non si è giustamente accontentato ed è arrivato anche a prendere un palo. Poi, però, ha mandato in scena l’immotivata ripetizione di quei concetti che dovrebbero come minimo essere rimodulati in determinate situazioni di punteggio e in particolari momenti della partita. Sul 3-3 ci sono diverse cose che non tornano: dopo il lancio lungo di Yann Sommer per la spizzata di Marcus Thuram (schema non nuovo), Cubarsi sbaglia il gesto tecnico del colpo di testa e si crea un 4 v 4 che già così suona incomprensibile. La lettura della situazione dei difendenti è persino peggio: sul rimbalzo, Gerard Martin intercetta e poi vuole uscire con la palla ai piedi alla Paolo Maldini anziché andare a contrasto deciso con un duro come Denzel Dumfries sul quale va letteralmente a sbattere. Nel mentre Cubarsi aggredisce la palla scoperta portando un raddoppio inutile e lasciando sgombra l’area di rigore, dove irrompe Francesco Acerbi che fa fare una brutta figura in marcatura a Ronald Araujo. In questi dettagli si vincono o perdono le partite. Nota bene: l'azione di cui sopra non spiega in toto l'eliminazione del Barcellona, che ha avuto anche la sfortuna di trovarsi di fronte uno Yann Sommer mostruoso. Il punto è non aver capito fino in fondo l’avversario, una macchia che si portano addosso molte altre squadre in Europa. Grande merito dell'Inter che, a differenza delle squadre affrontate nella sua cavalcata in Coppa, sa soffrire. E nella sofferenza diventa più imprevedibile perché gioca collettivamente senza appoggiarsi su una stella.
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