Dimmi il nome di un giocatore del Fluminense che lunedì sera affronterà l’Inter negli ottavi del Mondiale per Club e la risposta è già scritta: impossibile non pensare a Thiago Silva, il difensore che fece capolino in Italia indossando la maglia del Milan sul finire della prima decade degli anni Duemila, facendo ottime cose prima di inaugurare in un certo qual modo la lista degli acquisti ultramilionari del Paris Saint-Germain dell’era qatariota di Nasser Al-Khelaifi. E che ancora oggi, vicino allo scoccare dei 41 anni, ha trovato nel club Tricolor di Rio de Janeiro la sua comfort zone per spiegarla ancora, un po’ come accaduto a Sergio Ramos in Messico col Monterrey. Ma se scorriamo bene tutto l’elenco della squadra brasiliana, ecco spuntare un altro nome che in Italia c’è stato, pur non lasciando gli stessi bei ricordi di Thiago Silva, tutt’altro. Intorno a questo nome è legata però una piccola leggenda, quella di un giocatore che si è guadagnato probabilmente il podio dei gialappiani ‘fenomeni parastatali’ arrivati in Italia tra mille speranze e scaricati senza troppi perché dopo poco tempo.
Quasi nessuno, in Brasile, lo conosce col nome e cognome all’anagrafe, ovvero Renato Portaluppi: l’allenatore del Fluminense, in patria, è per tutti Renato Gaúcho, come si conviene a tutti quelli nati nel Rio Grande do Sul come lui. Più semplicemente, è quel Renato che esattamente oggi come 37 anni fa, il 29 giugno del 1988, sbarcava nella Capitale per aggregarsi alla Roma di Nils Liedholm, alimentando l’entusiasmo di una tifoseria tornata a sognare in grande dopo l’ottimo terzo posto dell’annata precedente e che accoglie trionfalmente un giocatore con tutte le carte in regola per esplodere in Europa: ala destra dal grande dribbling e col fiuto del gol, che ha trascinato il Gremio di Porto Alegre alla conquista della Coppa Intercontinentale nel 1983 con una doppietta e che avrebbe dovuto far parte anche della spedizione brasiliana per i Mondiali di Messico ’86 se non fosse stato escluso dal CT Telé Santana poco prima della partenza per indisciplina. Sentinella dimenticata in fretta, perché Renato riprese a fare i numeri col Flamengo convincendo la Roma a versare tre miliardi di lire nelle casse del Mengao, che però come ‘tassa’ impose l’inserimento nella trattativa di un altro giocatore, il semisconosciuto centrocampista Jorge Andrade.
Presentazione in grande stile, con tanto di arrivo in elicottero a Trigoria, e titoli roboanti per Renato, con il Guerin Sportivo, settimanale punto di riferimento che ai tempi raccoglieva la crème de la crème del giornalismo sportivo anche internazionale, che fece da apripista con una copertina eloquente: ‘Re Nato’, separando la prima sillaba del nome e ponendole sopra una corona. Un re che però perde repentinamente scettro e trono: se Andrade si rivela subito una dannazione per il popolo romanista, talmente lento e svogliato da vedersi coniato per lui il soprannome ‘Er Moviola’, assegnato poi per estensione a tutti quelli dall’incedere rallentato e pesante sotto ogni aspetto della vita, Renato, dopo un inizio promettente di stagione con tanto di prestazioni monstre specie in Coppa Italia e il picco raggiunto a Norimberga in Coppa UEFA, vede improvvisamente spegnersi la luce. Una parabola discendente inesorabile, dove si lascia acchiappare dal buon cibo e dalle distrazioni della vita notturna di Roma e dintorni e alla fine, delle tante promesse fatte al suo arrivo, sostanzialmente riesce a mantenerne solo una: “Nessuna donna può resistere al mio fascino”. Secondo Liedholm era il ‘Gullit bianco’, lasciò l’Italia con l’etichetta di ‘Pube de Oro’, non prima di vedersi dedicato uno striscione clamoroso, forse tra i più belli dell’epopea della goliardia ultras, con un invito a riprenderselo non al Flamengo, ma a… Cochi, inteso come Cochi Ponzoni che formava un celeberrimo duo comico con Renato Pozzetto.
Dopo aver dilaniato completamente lo spogliatoio giallorosso con tanto di 'regolamento di conti' dopo un match con l’Atalanta finito sul 2-2 a causa anche di un paio di suoi errori gravi da subentrato, e aver regalato l’ultimo lampo di lucidità in una gara contro la Fiorentina, saluta l’Italia con zero gol in 24 partite di campionato, e viene rispedito senza troppi complimenti in Brasile insieme ad Andrade. Il suo addio è segnato da polemiche dirette contro il calcio italiano e da una coda ancora più polemica fatta di accuse al veleno nei confronti di Daniele Massaro e soprattutto Giuseppe Giannini, che ai tempi era come parlare male oggi ad un romanista di Francesco Totti. In patria avrà alterne fortune: partecipa ai Mondiali di Italia ‘90 e gira diversi club alternando discreti risultati ad altre defaillance clamorose. Ad esempio, fu cacciato dal Botafogo nel 1992 per aver partecipato alla festa per la vittoria del Flamengo nella finale di andata del Brasileirao contro... il Botafogo. (Anche se di recente si è difeso parlando di una scommessa da pagare). Poi si lancia nella carriera di allenatore ed è la svolta anche mentale: Renato Portaluppi è un tecnico serio, di qualità, che vince parecchio (anche una Libertadores col Gremio, come da calciatore) e soprattutto prende coscienza degli errori fatti in Italia e si scusa con gli ex compagni finiti nel suo mirino. Insomma, sulla panchina Renato può legittimamente dire di essere... rinato.
Sarà proprio Renato col suo Fluminense a provare a contrastare, domani nella rovente Charlotte, la corsa dell’Inter di Cristian Chivu e a tenere alto il blasone del calcio brasiliano, sin qui l’autentico protagonista di questo Mondiale per Club avendo portato tutte e quattro le rappresentanti agli ottavi di finale e mostrando una volta di più il divario imbarazzante tra sé e il resto del Sud America. E avrebbe dovuto essere Renato col suo Fluminense, soprattutto, a offrire un nuovo test a quella che è stata la più piacevole delle rivelazioni della spedizione oltreoceano del gruppo del tecnico rumeno: parliamo ovviamente di Pio Esposito, l’attaccante che, ricordiamolo, è stato aggregato alla squadra a causa del problema al ginocchio che gli ha impedito di essere presente all’Europeo Under 21 e che invece sta approfittando come meglio non potrebbe di questa opportunità piovuta un po’ dal cielo.
Intorno all’exploit del ragazzo di Castellammare di Stabia si sono spesi già fiumi di parole: la sua affermazione è stata raccolta come esca per rialzare i decibel sul dibattito legato all’impiego dei giovani in Italia, per lui freschissimo ventenne che però sta cominciando a far vedere i suoi colpi, a partire da quel movimento principesco (aggettivo non a caso) che lo ha portato al gol del vantaggio contro il River Plate. E sembra quasi un contrappasso benevolo per l’Inter trovarsi con l’asso in mano dopo essere stata al centro delle polemiche per anni, una volta per i troppi stranieri e l’altra per l’età media troppo elevata della propria rosa. E quasi stride il fatto che Pio venga considerato uno youngster quasi di primo pelo mentre altrove spadroneggiano ragazzi come Lamine Yamal, Desiré Doué, Jobe Bellingham, coetanei o addirittura più giovani di lui ma già giustamente assunti al ruolo di stelle assolute nel panorama calcistico internazionale.
Marcus Thuram è recuperato e visti gli aggiornamenti delle ultime ore, domani sera sarà lui a scendere in campo dal primo minuto, con Pio Esposito frenato da un problema muscolare. Intorno al suo nome, intanto, è già nato un tormentone estivo, ed è impossibile non notare l’assonanza con quella canzoncina ficcante che risponde al nome de ‘Il Pulcino Pio’. Capiremo presto se ‘Il Campioncino Pio’ diventerà una hit da tramandare in futuro o rischierà di diventare una di quelle melodie estive che verranno spazzate via dalla prima frescura autunnale.
Dipenderà da lui ma dipenderà da tutti, tifosi, addetti ai lavori e gruppo squadra, perché il compito di proteggere dalle eccessive pressioni un ragazzo che, è innegabilmente, ha tutti i numeri per diventare un craque e chi lo conosce lo dice già da tempo, appartiene a tutti quanti. Per adesso, lasciamolo ballare come sa.
Autore: Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A
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