"Ci vogliono demolire" aveva gridano Spalletti alla vigilia di Inter-Udinese, gara delicata per il momento in cui arrivava: dopo una qualificazione agli ottavi di Champions presa e buttata e dopo una sola vittoria nelle ultime quattro di campionato a interrompere quel filotto di sette vittorie consecutive. Un'Inter malaticcia e sotto esame, senza dubbio, difesa a spada tratta dal suo allenatore che sceglie l'individuazione di un nemico generico e indefinito invece di un'umile autocritica per quanto accaduto nelle ultime settimane. Ma la partita con l'Udinese Spalletti l'ha gestita bene pur avendo tra le mani una squadra a cui manca sempre la precisione dell'ultimo passaggio, la giocata individuale e quella personalità (pochissimi esclusi tra cui Icardi, Politano, De Vrij e Skriniar) che non si compra al mercato.

Nel 4-3-3 di partenza non trova posto Perisic: scelta sorprendente considerando quanto Spalletti lo abbia sempre ritenuto indispensabile ma più che logica e comprensibile alla luce delle prestazioni del croato. Non potendo contare su Vecino, nel mezzo il tecnico nerazzurro rinuncia a Gagliardini e sceglie un centrocampo di palleggiatori con Borja Valero e Joao Mario a fare le mezz'ali spesso e volentieri di supporto al lavoro in fascia degli esterni e dei terzini: lo spagnolo sul centro-sinistra supporta Asamoah e Keita, che tende spesso ad accentrarsi e a fare quasi la seconda punta vicino a Icardi; mentre sul centro-destra il portoghese chiede la giocata a Politano e a un Vrsaljko molto propositivo e sempre tendente all'avanzata.

L'Inter di fatto domina il primo tempo con una manovra avvolgente e che porta in area almeno 3-4 uomini, aspetto positivo per una squadra che spesso, in passato, lasciava lì, nella zona nevralgica del campo, solo Icardi, chiamato ora a un lavoro di sponda e gioco coi compagni: il capitano nerazzurro continua nella magnifica evoluzione di giocatore abile anche fuori area come visto col Psv ma anche prima (splendido un filtrante in area per Borja anticipato però dall'uscita di Musso).

I nerazzurri guadagnano il fondo con una certa facilità, specialmente a destra, e avanzano coi centrocampisti anche le letture dei tre centrali dell'Udinese risultano sempre puntuali ed efficaci. Udinese compatta e corta in un 3-5-2 che non crea un solo pericolo ad Handanovic e che non riparte mai appoggiandosi al talento di De Paul. L'Inter è insomma padrona del campo anche se la maggior parte delle conclusioni arrivano da fuori area, a parte una gran girata di testa di Icardi fuori di poco e un tiro di Keita alzato sopra la traversa da Musso dopo un bel pallone offerto da Borja a premiare il taglio in area e verso la porta dell'ex Lazio.

Inter però che sbanda nei primi dieci minuti della ripresa che vedono Mandragora, solo in area, divorarsi di sinistro l'occasione più clamorosa del match prima che De Paul e Ter Avest mandino fuori altri due palloni: squadra in affanno con un centrocampo che indietreggia e viene preso alle spalle e, in generale, allungata e meno compatta. Qui arriva una mossa apprezzabile di Spalletti che non va alla ricerca di una copertura (ci mancherebbe, in casa contro l'Udinese) ma di una maggior vivacità per attaccare: fuori Borja Valero per Lautaro e passaggio a un 4-2-3-1 super offensivo con il Toro alle spalledi Icardi e Keita e Politano a cercare di dare ampiezza alla manovra (visto che in mezzo all'area l'Udinese continua a fare grande densità con Nuytinck, Troost-Ekong e Stryger Larsen).

La mossa premia perché l'Inter si ricompatta e, pur non giocando bene e creando come nel primo tempo, ricomincia a premere pur mostrando gli stessi difetti: manca la giocata che crea superiorità, l'uno contro uno, il tocco che fa la differenza o che, semplicemente, premia il movimento o la posizione dei compagni. Succede raramente come quando Keita trova mette sulla testa di Icardi un pallone poi finito a lato di un soffio. A un quarto d'ora dal termine serve l'episodio per sbloccare una gara che rischiava di tornare a vedere gli spettri aleggiare su San Siro: il tocco di mano di Fofana in area, visto con l'aiuto del Var, manda sul dischetto Icardi, uno a cui personalità, tecnica, qualità e coraggio non mancano mai.

Il rigore col cucchiaio vale tre punti e un grosso sospiro di sollievo. I nerazzurri si tengono stretto il terzo posto e tornano alla vittoria dopo essersi mostrati sempre un po' troppo scolastici nel ciclo infernale di partite contro Tottenham, Roma, Juventus e Psv da cui sono usciti tramortiti e ridimensionati. Anche dopo il vantaggio del suo capitano l'Inter non si è risparmiata qualche errore: un tempo di gioco sbagliato, una palla persa in uscita o la mancanza di energie per ripartire hanno di fatto lasciato all'Udinese un altro paio di occasione e anche l'ultimo pallone al 93' che in genere è poco più di una preghiera e che per questo è sempre bene avere tra i propri piedi.

Dall'Inter è comunque arrivata la risposta che serviva in questo momento per ripartire invece di demolire. Perché se uscire dalla Champions per non essere stati capaci di battere il Psv va catalogato alla voce "fallimenti", è altrettanto vero che la stagione ha ancora tanto da chiedere e dimostrare: un terzo posto da mantenere, una coppa Italia e un'Europa League da dichiarare e giocare come obiettivi veri. Serviranno personalità, coraggio, fiducia ma anche il recupero di Nainggolan e la fioritura di Keita e Lautaro (oltre al ritorno della copia originale di Perisic) per provare a rendere meno evidenti i limiti e i difetti mostrati fin qui nelle gare di alto livello e qualche imprecisione che anche nella gare "normali" tende a venire fuori. 

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Sezione: Editoriale / Data: Dom 16 Dicembre 2018 alle 00:00 / articolo letto 9013 volte
Autore: Giulia Bassi / Twitter: @giulay85