“Il tutto è più della somma delle parti" è un principio fondamentale della teoria della Gestalt in psicologia che si adatta perfettamente anche all’Inter di Simone Inzaghi. Allenatore che va predicando da qualche anno un calcio in cui tutti sanno fare tutto, un calcio che amplifica la forza dei singoli che si esaltano all’interno di un contesto che li fa esprimere non solo nell’atto delle loro potenzialità ma addirittura oltre il loro valore assoluto No, non è overperforming, cioè il sovraperformare rispetto alle aspettative, ma la sublimazione del concetto di squadra. Che va ben oltre il rettangolo verde: "Sappiamo tutti l’importanza della gara, va fatta tutti insieme, con i tifosi e con il gruppo", disse il tecnico nerazzurro alla vigilia dell’epico 4-3 contro il Barcellona. Una vittoria leggendaria, resa possibile dal convincimento generale che, anche al cospetto di un avversario superiore a livello di talento puro, l’Inter ha comunque in mano le carte giuste per superare ogni ostacolo, se gioca in una certa maniera. Il gioco batte la giocata, persino se di fronte a te si palesa quel fenomeno generazionale di Lamine Yamal. Un mostro 17enne entrato precocemente nella storia del Gioco, che ha già contribuito a elevare a livelli altissimi nella sua giovane carriera. Un ragazzino che è genio ma tutt’altro che sregolatezza, praticamente mai anarchico ma sempre connesso a un sistema che gli permette di toccare cento palloni a partita, con conseguenze nefaste per gli avversari. Insomma, l’Inter si presenta alla finale di Champions League dopo aver eliminato dalla competizione la squadra migliore al mondo, che vanta tra le sue fila il miglior giocatore in circolazione. Sembra di risentire i discorsi del 2010, quando i futuri tripletisti, dopo un 3-1 stellare all’andata e una sofferenza indicibile al ritorno, ebbero la meglio dei marziani blaugrana capeggiati da Lionel Messi. Le storie di bellezza e di sacrificio si possono sovrapporre: 15 anni dopo la sconfitta più bella della carriera di José Mourinho, i sette gol segnati in 210’ sono stati accompagnati dal sacrificio nei momenti chiave della gara. Si pensi alle chiusure di Alessandro Bastoni, che mentre ridefiniva il concetto di difensore moderno, si rendeva protagonista di interventi da marcatore vecchio stampo; si è sporcato i pantaloncini persino Mehdi Taremi, spento, quasi irriconoscibile, fino alla notte di San Siro, dove ha estratto dal cilindro anche doti da medianaccio. A proposito di qualità nascoste, Francesco Acerbi si è messo in testa di voler essere decisivo anche nell’altra area e ci è riuscito con il gol più impensabile di tutti, un 3-3 che alcuni infedeli si sono persi perché usciti dallo stadio per disperazione dopo il gol di Raphinha. "Tu stai qua, che io vado", avrebbe detto il difensore al compagno Matteo Darmian. Salendo in attacco, senza chiedere il permesso a nessuno. Nemmeno a Inzaghi, che si è ben guardato di dirgli di tornarsene in difesa vista la situazione. "E’ stata un’intuizione di Acerbi", avrebbe confermato poi il Demone, ma non un’improvvisazione: non è la prima volta che l’ex Lazio si sgancia in avanti. Non c’è nulla di casuale nell’Inter di Inzaghi, anche in una situazione disperata come quella vissuta poco prima delle 23 lo scorso 6 maggio. Pochi minuti di svantaggio, sei per la precisione, un tempo nel quale l’Inter non si è mai comunque sentita inferiore al Barça. Un dato che si può estendere a tutta la campa europea di Lautaro Martinez e compagni, che si sono trovati a inseguire solo per 10' e 53'' nelle prime 12 partite europee. Un dato che la dice lunga sullo status guadagnato dall’Inter in questa Champions League, un biglietto da visita certamente prestigioso da mostrare nella finale di Monaco di Baviera del prossimo 31 maggio, comunque non bastevole per avere la meglio sul Paris Saint-Germain. La squadra più squadra di tutte in Europa proprio insieme ai nerazzurri, arrivata a essere una cosa unica nel momento in cui si è liberata dal peso ingombrante delle sue stelle. Dopo Neymar Jr. e Lionel Messi, il club ha salutato Kylian Mbappé, la vera icona del club, per dare voce alla rivoluzione di Luis Enrique. "Tutti noi sapevamo che Kylian avrebbe lasciato il PSG: per noi non cambia nulla, anzi. Sono convinto che il prossimo anno saremo più forti. Segnatevi queste mie parole: il PSG sarà più forte”, la predizione dello spagnolo. Probabilmente anch'egli teorico della Gestalt come il collega Inzaghi.
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