All’Inter remano tutti nella stessa direzione, vogliono tutti la stessa cosa. Per filosofia, per imprinting aziendale. Essenziale, mai naif. In casa nerazzurra non sono ammesse divisioni, correnti interne. Da anni non ci sono partiti, fughe in avanti, casi e malumori sparsi nel vento. I calciatori sposano un'idea collettiva, non individualista. Dal primo all’ultimo giorno che indossano questa maglia. Le caratteristiche manageriali e sportive del proprio vertice viaggiano strutturate, mai improvvisate sul doppio binario profitto-successo. L’unitarietà all’Inter non è una bozza, ma l’essenza del sistema. I risultati sono evidenti, oggettivi nel tempo. Possono cambiare attori e registi (giocatori e allenatori), la trama è sempre la stessa. Una mission senza deroghe. Un diktat che arriva dall’alto, da uomini che sanno e vivono di calcio.

Sei scudetti in sei anni sono stati vinti con tre guide tecniche differenti (Antonio Conte-Simone Inzaghi-Cristian Chivu) e con le stesse persone ai piani alti. Un aspetto che dice molto, forse tutto. La matrice dirigenziale non ha cambiato volto, priorità, metodologie di lavoro. Da altre parti alternano più direttori tecnici e sportivi che allenatori, hanno una linea guida per ogni stagione. In Viale Liberazione i cambiamenti sono evoluzioni, non tentativi. Operano Beppe Marotta, Piero Ausilio ed uno staff che declina in trionfi e competitività perdurante le non facili esigenze di una multinazionale come Oaktree, forte e complessa. Le cui finalità sono similari a quelle dei loro top manager, non per questo obbligatoriamente convergenti.

E’ questo il primo, grande trionfo del presidente Marotta e dei suoi uomini. Convincere una gioiosa macchina da soldi che trofei e braccia al cielo sono una gioia forte tanto quanto. Perché chi coltiva sogni, raccoglie spesso tesori.

Sezione: Calci & Parole / Data: Mar 12 maggio 2026 alle 17:48
Autore: Giulio Peroni / Twitter: @peroni_giulio
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