Eddie Salcedo, un nome che a molti interisti susciterà parecchi pensieri. Perché per anni l'attaccante prelevato dal Genoa è stato protagonista dei ritiri estivi dell'Inter, ma mai nelle partite 'vere'. Questo perché, arrivato nel 2018 come enfant prodige (esordio in Serie A a 15 anni), non è mai riuscito a dimostrare le proprie qualità, passando da un prestito all'altro, fino a proseguire la sua carriera, ormai maturo, in Grecia, una volta staccato il cordone ombelicale che lo legava ai nerazzurri. La più classica delle storie di un giocatore incompiuto, di cui parla il diretto interessato ai microfoni di Gianlucadimarzio.com. “Che effetto vi farebbe se oggi l’Inter spendesse dieci milioni per un ragazzino di 17 anni? Nel 2018 quel ragazzino ero io, e non ho avevo la giusta consapevolezza. Ho dato troppe cose per scontate: credevo che il mio talento sarebbe bastato ad arrivare in alto, vivevo come se tutto fosse dovuto. Quegli errori sono serviti: oggi ho una maturità diversa”.
Una maturità diversa che oggi lo ha portato a vincere da protagonista la Coppa di Grecia con l'OFI Creta, un trofeo che mancava in bacheca da 40 anni: “Intorno a noi c’è un’atmosfera bellissima, è un momento storico, Creta vive per questa squadra. Sono arrivato lo scorso anno, il presidente ha costruito la rosa proprio con l’obiettivo di riportare qui la Coppa: al primo tentativo abbiamo perso in finale, questa volta non ci è scappata. I tifosi sono fantastici, pur di venire a cantare allo stadio venderebbero casa. Per festeggiare abbiamo girato tutta l’isola in pullman scoperto, ci saranno state centomila persone: gente che piangeva e che esultava come mai avevo visto prima. L’OFI mi ha fatto rinascere, finché sarò qui darò il massimo. So di poter tornare in Serie A e spero un giorno di avere una nuova chance”.
Il flusso di coscienza di Salcedo lo riporta indietro all'agosto 2017, l'esordio nel massimo campionato in Genoa-Sassuolo: “Ero un bambino, avevo 15 anni. Tre mesi prima ero a giocare le fasi finali con l’Under 16 e grazie a Juric mi sono ritrovato subito dopo in Serie A. Ho realizzato un sogno, è stato tutto bellissimo ma anche molto veloce. Poi è arrivata l’Inter e mi sono trasferito. In quel momento non ho avuto la giusta consapevolezza. Pensavo che il mio talento fosse abbastanza per farcela. Le cose andavano bene sia in Primavera all’Inter, sia con Juric al Verona l’anno dopo in Serie A. E invece alla lunga ho pagato. Ma come dico sempre, il tempo di Dio è perfetto: se le cose sono andate così c’è un motivo. Ho molta fede, il tempo mette sempre le persone dove meritano. Al Verona ero uno dei pochi giovani che giocava con continuità in Italia. Lo devo a Juric: non guarda la carta d’identità, se sei forte ti manda in campo. Dopo Verona avrei dovuto fare il salto da protagonista con lo Spezia, ma quando sono arrivato in ritiro eravamo quaranta giocatori e tantissimi attaccanti. Mi hanno adattato ala, mezzala e poi sono finito fuori rosa. Ho perso fiducia, ensavo fosse il mio momento e invece ho smesso di giocare”.
Da lì è partita la girandola di prestiti: 6 mesi al Bari, 6 mesi a casa, al Genoa, quindi la seconda divisione spagnola all’Eldense e poi altri 6 mesi in Italia, a Lecco, con retrocessione annessa. Per ritrovare la serenità, Salcedo ha scelto Creta: “Ho capito che serviva uno switch mentale. Ho assunto un mental coach, un match analyst e ho curato sempre di più alimentazione e allenamento. Così ho ritrovato la mia miglior versione e ho ripreso a segnare: questa consapevolezza di certo avrebbe aiutato qualche anno fa, ma non ho rimpianti”.
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