Venti anni senza Facchetti. L'Inter ha voluto ricordare il leggendario "Cipe" con un emozionante post sui propri canali nel ventesimo anniversario della sua scomparsa.
"20 anni. 20 anni da quando il cielo si è capovolto all’improvviso, come scrisse su questo sito Susanna Wermelinger, alla ricerca di parole introvabili per salutare per sempre Giacinto Facchetti. 20 anni da un’estate così strana e dolceamara da essere lì, ancora nella memoria di tutti noi interisti, tra avvenimenti sportivi e non, fino al dolore più grande, quel 4 di settembre 2006.
Inizia tutto, per così dire, l’11 maggio di quell’anno. Giacinto Facchetti è il presidente dell’Inter, e la squadra allenata da Roberto Mancini solleva a San Siro la Coppa Italia, dopo aver battuto 3-1 la Roma: Cambiasso, Martins, Cruz, con Zanetti che solleva la coppa, con il campionato in via di conclusione tra gli scossoni delle inchieste. Di fatto, quella sera a San Siro diventa l’ultima partita di Giacinto Facchetti a San Siro. Nessuno poteva saperlo.
Un controllo al ginocchio per poter continuare a calcare i campi da tennis, nelle sfide con Aristide Guarneri, si trasforma nell’inizio della malattia.
È un’estate, come detto, diversa da tutte le altre. L’Italia vince i Mondiali, Giacinto prova a raccogliere le forze per volare a Berlino per la finale, senza riuscirci. Il 26 luglio, mentre l’Inter è a Bolzano per l’amichevole con il Monaco, arriva la notizia: nerazzurri campioni d’Italia, in seguito alla decisione della FIGC. Giacinto Facchetti commenta con parole chiare, limpide, alla sua maniera: "Questo è lo scudetto della correttezza e del rispetto delle regole; uno scudetto ottenuto da una squadra che ha dimostrato di avere forza, tecnica e spirito. È uno scudetto che arriva nel momento in cui il calcio italiano ha deciso di mettere al centro di tutto la questione etica. E per questo motivo è uno scudetto che ha un doppio significato".
Qualche settimana prima, nell’ultima intervista concessa, aveva fatto un riferimento al tempo: “Come in tutte le cose della mia vita, sarà il tempo che dimostrerà e chi si è comportato scorrettamente e che magari non sono stati scoperti, io dico che il tempo è galantuomo e prima o poi qualcosa verrà a galla”. Una profezia.
C’è tempo per un altro trofeo, però. Il 26 agosto 2006, in una calda notte d’estate, l’Inter conquista la Supercoppa Italiana rimontando la Roma in un pazzo 4-3, suggellato dalla punizione di Luis Figo. La dedica di Mancini al "presidente Facchetti che non ha potuto venire allo stadio". La coppa viene sollevata a San Siro, poi, il giorno successivo, viaggia assieme a Marco Materazzi: il difensore fa visita in ospedale a Giacinto Facchetti, portandogli il trofeo. Un momento di condivisione di una grande gioia, un gesto di affetto e di fatto un saluto. Giacinto, sofferente, si rende disponibile anche per un’altra iniziativa, legata al Golden Foot, il premio per le leggende del calcio istituito a Montecarlo. Scende dal letto e si fa prendere il calco del piede, quello con cui ha disegnato pagine indimenticabili di calcio.
Il tempo inizia a mancare: pochi giorni dopo, il 4 settembre 2006, Giacinto ci lascia per sempre, facendo capovolgere il cielo, riempiendo di dolore e malinconia il mondo nerazzurro ma non solo. “Un cuore spezzato. È andato a pezzi in un giorno maledettamente uguale a tanti altri. Senza segnali, senza avvertimenti, col cielo che se ne stava come sempre al suo posto. Si è capovolto all’improvviso”.
Aveva 64 anni. Era ancora alto, forte, sempre fedele al motto che si appuntò da giovane: “Non si può essere buoni a metà”. Sono le reazioni del mondo dello sport, non solo di quello nerazzurro, a dare la misura della persona, oltre che del campione assoluto. Basta sfogliare i giornali esteri per rendersi conto del peso: “Come dimenticare”, scrive l’Equipe. “La leggenda dell’attaccante mascherato”, su El País. L’International Herald Tribune: “L'Italia perde un leader”. A Parigi, per Francia-Italia (il primo confronto dopo la finale dei mondiali), un minuto di silenzio commovente.
Dediche, omaggi, tributi. La fila di gente fuori dal cancello di Villa Giovanna, grandi e piccini, maglie dell’Inter e facce incredule. I funerali a Sant’Ambrogio sono un momento di unione e commozione, un bagno di gente da far accapponare la pelle. Più di diecimila persone. Gianfelice, figlio di Giacinto, lo ricorda con un passaggio di "Fahrenheit 451" di Ray Bradbury:
“Ognuno deve lasciare qualcosa dietro di sé quando muore, diceva mio nonno. Un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe piantate in terra. O un giardino piantato con amore. Qualcosa insomma che la tua mano abbia toccato, tirato fuori da sé, in modo che la tua anima abbia un posto dove andare quando muori, e quando la gente guarderà quell'albero o quel fiore che hai piantato, tu sarai là."
Giacinto aveva lasciato tanto, tantissimo. Sul campo e fuori, a livello tecnico e umano.
Cori e striscioni, come allo stadio: "IERI UNA BANDIERA, OGGI UNA STELLA". "CIAO GIACINTO. GRANDE E ONESTO PRESIDENTE". "GRAZIE FACCHETTI PER AVER ONORATO L'INTER E TUTTI NOI".
Ci sono tutti, amici ed ex compagni di squadra, tutte le personalità dello sport, vecchi avversari, la squadra, i tifosi, gente comune, tifosi dell’Inter e non. “Un esempio, un signore in tutti i sensi”. Le pagine di giornali, i ricordi degli amici, da don Mazzi a Jannacci. Ognuno con uno spunto, un ricordo di quello che aveva seminato Giacinto.
Gli vengono intitolati il campionato Primavera e il centro sportivo di Interello: dove il calcio deve sbocciare, con i valori giusti, quelli di una vita.
Esteban Cambiasso, pochi giorni dopo, segna una doppietta nel 2-3 dell’Inter a Firenze. Dedica i gol a Facchetti, le mani al cielo, la commozione nascosta nell’abbraccio dei compagni. Un legame forte che il centrocampista si porterà dietro, anche fisicamente. La stagione iniziata con l’addio a Facchetti si chiude con uno Scudetto straordinario, conquistato a Siena e festeggiato dal centrocampista argentino con indosso la maglia numero 3, chiesta alla famiglia per un omaggio speciale. La stessa cosa che farà nel 2010, al ritorno da Madrid, con la Champions League in mano.
“Era già Sua la storia. Ora siede sul trono dell’Eternità”. Nessun modo migliore per consegnare a tutti l’eredità di Facchetti. 20 anni fa, ma per sempre".
Autore: Redazione FcInterNews.it / Twitter: @Fcinternewsit
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