Marcus Thuram dice tutto. Prima della nuova fase di partite con la Nazionale francese, l'attaccante dell'Inter si confessa in una lunga al quotidiano francese L'Equipe, dove parla del suo impatto con la realtà italiana, della sua evoluzione tattica e delle sue ambizioni. Dopo le anticipazioni di questa mattina, ecco tutti i passaggi principali dell'intervista a Tikus.
Arrivi a questa fase di partite come il miglior attaccante dei Bleus a livello statistico con 3 gol, 5 assist decisivi, 2 rigori causati: questo crea nuove ambizioni per te?
"Arrivo sempre allo stesso modo, con la voglia di ripagare la fiducia che mi è stata data. non vedo questo stage come più importante di altri. Lo sono tutti. Arrivo con la disponibilità a dare il massimo e ad aiutare la squadra".
Ma il tuo status si è evoluto: sei passato negli ultimi mesi da ultima scelta a soluzione credibile come punta. Valuti anche tu che le opinioni cambiano?
"Non penso a come vengo percepito. Ogni volta che vesto la maglia della Francia penso a dare il massimo. Che venga chiamato come 26esimo oppure no".
Il gol contro l'Irlanda dopo 11 presenze in Nazionale ti ha liberato?
"No, non mi pesava la cosa, davvero. Sapevo che giocando avrei finito bene segnando un gol. La cosa importante, si tratta di acquisire esperienza internazionale".
Guardi nel fine settimana cosa stanno facendo i tuoi concorrenti, come Olivier Giroud o Randal Kolo Muani per esempio?
"Oh no, per niente. Non penso mai a fare così. So che ci sono alcuni ottimi attaccanti della squadra francese, Mi concentro su quello che sto facendo. Se gli altri attaccanti vanno bene, fa bene alla squadra".
Didier Deschamps, in conferenza stampa, ha insistito sul fatto che all'Inter hai giocato con due attaccanti. Il che porta a dubitare che tu possa giocare da unica punta. Cosa replichi?
"Non ho nulla da rispondere all'allenatore. E poi, tutti lo sanno che quando mi convocava l'anno scorso agivo da solo lì in avanti col Borussia Mönchengladbach. Dipende da me l'adattarsi a sistemi diversi. Penso di averne abbastanza intelligenza nel gioco per farlo".
Come si è evoluto il tuo gioco dal tuo arrivo in Serie A?
"L’Italia mi insegna a fare un lavoro specifico. Questo è uno dei motivi per i quali ho scelto l'Inter, mi va molto bene poter agire come punta centrale. Successivamente, questo mi porta altre cose: in Italia mi viene chiesto molto di agire come perno per i compagni di squadra, di aiutare la staffetta dei centrocampisti, di attaccare la profondità. È un mix di tante cose. Ho avuto modo di imparare nuovi metodi qui durante gli spostamenti sul campo".
Senti di essere diventato un punto di riferimento come Olivier Giroud?
"Non definisco il mio ruolo con una parola. Questo aspetto del perno centrale è una qualità che io devo avere e sul quale devo ancora lavorare. Ma non mi limito a questo: profondità, gioco di rottura, ricevere i cross. La posizione numero nove, come la percepisco io, racchiude molto qualità diverse. ne traggo piacere nel sapere fare cose diverse. Questa squadra mi permette di sviluppare tutto questo".
Qual è l'apporto preciso che ti dà Simone Inzaghi, il tuo allenatore?
"Mi porta questa visione del calcio dove si fa qualcosa per ottenere qualcosa. Ci si muove sul campo, si chiama il pallone, tutto per una buona ragione. Non so se è chiaro quello che dico. In effetti, ogni movimento in campo innesca qualcosa anche qualcosa. E questo si ottiene lavorando ogni giorno, con tanti video, o sul campo con degli undici contro zero dove tutti i movimenti vengono eseguiti in modo iperpreciso. L'allenatore sviluppa la mia intelligenza di gioco".
Hai già fornito 5 assist. Percepisci questo ruolo da uomo dell'ultimo passaggio come parte del background necessario per una punta?
"Ho sempre avuto un concetto di calcio molto altruista. In realtà non voglio forzare nulla. L'idea è sempre quella di rispettare il gioco, torniamo a quello che dicevo proprio adesso, per essere intelligente. Se devo fare il passaggio, non ho alcun problema nel farlo. Se devo segnare, stessa cosa".
Come è organizzata la distribuzione dei ruoli con Lautaro Martinez?
"È abbastanza organico. Lautaro è uno dei migliori attaccanti del mondo. Ci basiamo sull'istinto. Sentiamo il gioco l'uno dell'altro. È un grande tecnico, sa fare giocare i suoi compagni di squadra. È chirurgico dentro l'area. Quello che mi piace di lui è questa qualità nell'ultimo tocco, questa calma che ha. Sono felice di giocare con lui. Dietro di noi c'è Alexis Sanchez, che non si scoraggia mai, è stimolante. E mi ispira anche il gioco con il corpo di Marko Arnautovic. È il club perfetto per continuare a progredire. Dopo, mi restano molte cose su cui lavorare".
Per esempio?
"Non ti svelerò i miei segreti (ride, ndr). So che qualcosa è rimasto e spero che qualcosa ci sia sempre. Ho 26 anni, ad ogni partita e ad ogni allenamento imparo cose nuove, come ad ogni confronto con l'allenatore, i compagni. Sapere che mi resta quasi un mondo da scoprire, imparare, è molto emozionante".
L'anno scorso hai spiegato quanto eri ossessionato da questo nuovo ruolo. Hai coltivato questa ossessione per il gol?
"No, oggi è dentro di me. Oggi, quando entro in un campo, nelle partite, in allenamento, lo faccio per essere decisivo. Sono un numero 9. Questa visione, erano in pochi ad averla. Avevano una conoscenza ben precisa della mia crescita potenziale".
Sulla scelta di giocare per l'Inter.
"Venite a vedere il derby, sentite il rumore dei tifosi, le emozioni... Dopo il mio gol, è successo qualcosa di incredibile. È uno dei più grandi club d’Europa. Poi sono in un team stabile che funziona molto bene, che è stato finalista nell'ultima Champions League, che ha grandi giocatori. La mia scelta è legata a tutto questo".
Theo Hernandez e Olivier Giroud ti hanno mai detto di venire al Milan? O Kylian Mbappé al PSG?
"No, sinceramente la scelta è qualcosa di personale".
Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A
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