Diego Lavelli è stato calciatore negli anni '70 e poi è diventato osservatore. Ma adesso, si gode la crescita del figlio Matteo, che domenica è sceso in campo con l'Inter dei grandi nei minuti finali del match contro la Fiorentina, entrando in qualche modo nell'azione che ha portato al rigore decisivo trasformato da Piotr Zielinski. Intervistato da Gianlucadimarzio.com, Lavelli senior racconta le emozioni vissute allo stadio per quei momenti: "C'ero solo io, e non sapevo neanche se andare. Ero convinto che non sarebbe entrato e anche Matteo la pensava così. Il giorno prima aveva giocato e mi diceva di avere le gambe imballate. Gli ho risposto: ‘Teo, sono occasioni che non puoi perdere. Se ti chiedono di fare due, tre o cinque minuti, entra e gioca tranquillo, come fossi all’oratorio’. Lui è scoppiato a ridere: ‘Papà, non sai cosa significhi giocare davanti a 70mila persone’. Ma nessuno dei due pensava veramente avrebbe giocato". Però poi è entrato: "All’inizio ero tranquillo. Poi, verso fine partita, Matteo ha portato la palla sulla fascia, l’ha protetta e ha conquistato una rimessa. Ho sentito l’ovazione del pubblico e la gente intorno a me dire: ‘Questo è forte’. Lì ho pensato: ‘Ma quello è mio figlio’. La verità? Per me non ha ancora fatto nulla di straordinario, però è un inizio. Un buon inizio".

E doveva essere terzino

E dire che il ruolo al quale sembrava destinato era quello di terzino destro: "Quando al Renate lo hanno provato in attacco per necessità ho pensato: ‘Adesso mi rovinano il ragazzo’. Prima partita, doppietta contro l’Atalanta. Seconda partita, gol. Terza partita, in trasferta a Parma, tripletta. I fatti hanno chiarito ogni mio dubbio". E soprattutto, hanno aperto gli occhi dell'Inter, che organizza un'amichevole proprio con le Pantere per visionarlo: "Calcio d’inizio, palla al centro. Prende il pallone, guarda la porta e calcia. Segna. Passa qualche minuto e mi raggiunge il direttore dell’Inter: ‘Signor Lavelli, non abbiamo più niente da vedere. Parliamo con la sua società perché da dicembre Matteo venga con noi’. Sono rimasto a bocca aperta. In famiglia siamo tutti interisti. Pure il cane ha il collare nerazzurro", scherza Diego. Che poi parla del rapporto con Cristian Chivu: "Si sono conosciuti in Primavera, segnò alla prima partita. Chivu è un allenatore moderno e ha avuto grande coraggio a mandarlo in campo per provare a rimontare. Dopo la partita molti compagni hanno scritto a Teo per complimentarsi. Lo ha chiamato anche Frattesi". Diego, però, ammonisce: "Lunedì mattina, il giorno dopo la partita, gli ho detto: ‘Bella la giornata di ieri? Bene, adesso scordatela. Non sei ancora nessuno, vai al campo e lavora’. Ma davvero non c’è bisogno che glielo dica, è un ragazzo che non ama parlare di sé o vantarsi, anzi". Tra le altre cose, Diego Lavelli parla del rapporto del figlio con il nonno Aldo: "Avevano un rapporto stupendo. Mio padre andava a prenderlo a scuola, gli preparava la pasta da mangiare in macchina e poi lo accompagnava agli allenamenti. Erano legatissimi. Per ricordarlo, Matteo si è tatuato una croce sul ginocchio e quando segna guarda sempre verso l’alto". E a lui dedicherebbe un eventuale gol a San Siro, il suo sogno più grande. 

Sezione: Focus / Data: Mer 28 ottobre 2026 alle 12:27
Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A
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Christian Liotta
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Giornalista dal 2011, segue l'Inter come a suo tempo Peppino Prisco servì l'Inter e quando può gira l'Italia per lei. Da anni è la voce (scritta) delle partite della squadra nerazzurra.