Se sei il capitano dell’Inter per dodici anni, anche solo a livello giovanile, qualcosa vorrà pure dirlo. La testa di leader è sempre la stessa. La voglia di superare gli ostacoli degli infortuni vari che ne hanno bloccato la crescita negli ultimi anni tocca livelli rilevanti. Fabio Della Giovanna, tra il presente all’Imolese e un passato a tinte nerazzurre, si racconta a FcInterNews.
Come è iniziata questa sua nuova avventura?
“Bene. Sono molto felice di essere arrivato a Imola. Punto a trovare spazio, continuità, minutaggio. Tutto quello insomma che mi è mancato nelle ultime stagioni”.
Qual è l’obiettivo della sua squadra?
“La società ha allestito un gruppo molto giovane, mister Coppitelli compreso. Il club vuole valorizzarci. Noi invece puntiamo a riconfermare quanto di buono successo nella passata annata, magari migliorando il piazzamento, anche se sarà dura. Partiamo per salvarci, poi si vedrà”.
C’è qualche suo compagno che l’ha colpita rispetto agli altri?
“Le dico bomber Dardan Vuthaj per voglia e caparbietà. Ma è presto, torno a ripetere: siamo tutti giovani, ottimi atleti, dobbiamo e vogliamo tutti dimostrare il nostro valere e dare il massimo. Potrei nominare chiunque”.
Cambiamo argomento. Qual è il suo primo ricordo legato all’Inter?
“Roberto Samaden. Ma in dodici anni con la casacca nerazzurra ce ne sono a bizzeffe”.
Riesce a isolare i più belli?
“Sì, cito l’esordio in Serie A e la vittoria della Coppa Italia Primavera a San Siro contro la Juve”.
Partiamo dal primo gettone nella massima Serie.
“Quello deve essere il mio punto di partenza, non di arrivo. Si tratta di un ricordo indelebile. Mancini mi manda a scaldare con Radu e Miangue. Il team manager guarda verso di noi. Mi chiama. Io credo si stia rivolgendo a Senna, non a me. Stavamo perdendo, quindi immaginavo che sarebbe stato inserito lui, un terzino di spinta. Invece no. Tocca proprio a me. In quei momenti non riesci a realizzare cosa stia succedendo. Il mister mi chiese se fossi pronto. Risposi di sì, ma non capivo nulla, l’adrenalina era a mille. Gli dissi che mi trovavo meglio come centrale di sinistra. Entrai in quel ruolo. Scesi in campo solo 8-9 minuti ma alla fine della partita restai piegato sulle ginocchia. Tanta era la pressione del momento, si trattava di un sogno realizzato. Dopo aver seguito tutto l’iter giovanile, ero sceso in campo con la casacca della Beneamata tra i professionisti. Con i miei genitori in tribuna: semplicemente straordinario”.
Passiamo ora a quella finale contro la Juve Primavera.
“Un grande trionfo, che porterò sempre dentro di me”.
Dell’Inter dei grandi, chi l’ha impressionata maggiormente?
“Jovetic. Stevan ha una velocità di pensiero e di giocate che sono il doppio di molti altri. Peccato che in partita non trovasse le stesse condizioni fisiche e mentali degli allenamenti. Si fidi che il montenegrino era fortissimo”.
Chi aiutava di più voi giovani?
“D’Ambrosio, Ranocchia, Berni. Ricordo Palacio: un campione di un’umiltà pazzesca. Una bravissima persona prodiga di consigli”.
Cosa ricorda della tournée negli Usa?
“Forse lì capii per la prima volta che sarei potuto davvero entrare nel mondo dei professionisti. Insieme agli allenamenti prima di quel ritiro. Poi c’è un bellissimo aneddoto personale legato a quella manifestazione: Thiago Silva mi portò nello spogliatoio la terza maglia del Psg”.
Mancini credeva molto in lei.
“Se non fosse andato via, io sarei rimasto all’Inter. Almeno questi erano gli accordi di inizio stagione. Poi arrivò De Boer e i piani cambiarono. Lui e il suo vice decisero di tenere Senna, perché già lo conoscevano. Così io nell’ultima sessione di mercato finii alla Ternana. Peccato, perché con tutto il rispetto per gli umbri, passare dalla Prima squadra dell’Inter alla Lega Pro, fu una scelta non felicissima per la mia carriera”.
Capitano della Primavera nerazzurra per dodici anni.
“Quando fai la trafila dai giovanissima alla Primavera con quella fascia è un orgoglio non da poco”.
Chi dei suoi ex compagni all’Inter si intravedeva potesse diventare un professionista?
“Dimarco e Radu potrebbero tranquillamente giocare in un top club come quello nerazzurro anche adesso. Il terzino è sempre stato pronto. Il portiere rumeno ha delle doti da fenomeno. Ma in quella squadra ce n’erano di forti. Le cito anche Bonazzoli e Pinamonti come giocatori da Serie A. E cito anche Kouamè. Da noi era una sorta di dodicesimo uomo. Entrava per spaccare le partite. Non pensavo sarebbe riuscito a fare questo salto di qualità così repentino. Ma sono contento per lui”.
Il suo sogno per il futuro?
“Ritornare a far parte degli 11 di quando ho giocato a Sassuolo, nel giorno dell’esordio in A. Negli ultimi anni ho avuto infortuni e difficoltà. E di questo mi sono stancato. Ora testa bassa e pedalare. Devo riuscire a farcela, punto e basta”.
Come chiudiamo l’intervista?
“Con un grosso in bocca al lupo a tutti i miei ex compagni all’Inter. Alcuni si sono un po’ persi, ma sono sicuro che con l’abnegazione necessaria potranno emergere nuovamente. Siamo stati una delle Primavera più forti degli ultimi anni. Ragazzi, riprendiamoci quel posto che sognavamo anni fa".
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Autore: Simone Togna / Twitter: @SimoneTogna
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