Lo scrivo, lo racconto in radio, se capita in tv e lo penso davvero: le grandi squadre, quelle che vogliono vincere non solo nell’orticello casalingo ma in ambito continentale devono, è un opinione mia pertanto altamente criticabile, smettere certi costumi. Ad esempio, la clausola rescissoria è una situazione che non appartiene ai club di primo livello, a meno di piazzare cifre irragionevoli: vuoi tizio? Duecentocinquanta milioni. Vuoi Caio: centottanta milioni. Ecco, questo significa in parole povere che Tizio o Caio NON sono sul mercato. Certo, siamo d’accordo, viviamo un’epoca calcistica dove la divinità plusvalenza vale più di uno scudetto a momenti: perché devi avere i conti a posto, perché i bilanci non possono sforare pena la gogna sulla pubblica piazza di Nyon, che poi perché la sede dell’UEFA nel Canton Vaud me lo spiegherà qualcuno un giorno o l’altro.
Che c’entra tutto questo pistolotto iniziale con l’interismo, vi chiederete? E, rileggendo, me lo sono chiesto anch’io.
C’entra perché la vicenda Lautaro, una noia mortale, qui siamo a livelli che Lavezzi al confronto è la storia di una sera d’estate, ha messo in luce una leggera falla nello scafo nerazzurro, sempre più propenso a solcare mari tempestosi e impegnativi. Ecco, per dire, personalmente avrei desiderato un intervento anche duro ma immediato della dirigenza. Non avrei aspettato fine maggio per dire che…se vogliono il calciatore si presentino con centoundici milioni, delle contropartite tecniche non sappiamo cosa farcene… E, forse, avrei gradito una parola diretta del Presidente, con tutto il rispetto, enorme, che ho per Piero Ausilio. Forse, ma dico forse, una chiusura totale di Steven Zhang avrebbe placato gli animi dei quotidiani catalani, arrivati a scrivere ieri di un’offerta al calciatore pari a 12 milioni di euro a stagione per cinque anni. Insomma, abbiamo cominciato da sei milioni e mezzo, poi passati a otto, ieri a dodici, se la vicenda continua fino a luglio parleremo minimo di una ventina. Vabbè, se qualcuno scrive determinate cose e racconta determinate cifre avrà le sue fonti. Chiuso l’argomento.
Complice l’anniversario della firma di Mou, era il 2 giugno 2008 quanto Josè diventava ufficialmente l’allenatore dell’Inter e il 3 la giornata del non sono un pirla, patrimonio dell’umanità nerazzurra, mi sono chiesto: cos’è rimasto di quell’interismo? Di quel modo sfacciato, arrogante, “bauscia” di vivere il mondo nerazzurro? E mi sono risposto: poco. Nulla no, sarebbe ingiusto nei confronti di chi oggi occupa posti di primo piano all’interno del Club, ma vorrei tanto che proprio chi comanda capisse l’Inter. Noi siamo una Società diversa dalle altre, differente per storia e tradizione, usiamo molto la pancia e poco il cervello, in primis i tifosi sia chiaro. Però siamo questi e non potremo mai appartenere alla schiera di club dove tutti sono soldatini perfetti, inquadrati, guai a sgarrare. Tradiremmo il nostro DNA e la nostra essenza.
Mi rendo conto che la Proprietà attuale, visti i vincoli rigidissimi (proprio con tutti?) imposti dal financial fair play, deve ricostruire da una base non propriamente solida: non siamo la capanna di mattoni di Gimmi, non ancora pur avendo decisamente imboccato quella strada. Pertanto in questo periodo storico il rigare dritti diventa fondamentale. Poi, una volta tornati ai livelli che ci appartengono – è il nostro palmarès a ricordarlo – potremo sbracare nuovamente. Poi, respirare per qualche tempo l’aria della Pinetina potrebbe portare uomini chiave dell’attuale dirigenza a esprimere un filo di interismo in più, a sposare quella causa che non è solo figlia dei risultati ma, anche, di come si arriva a certi risultati.
Ecco, questo desidero: che da Zhang a scendere, di tanto in tanto, si adoperi meno testa e più pancia: perché noi, ce lo racconta la storia, abbiamo vinto quando la pancia ha avuto il sopravvento.
VIDEO - ALLA SCOPERTA DI... - ADOLFO GAICH, TALENTO DEL SAN LORENZO
Autore: Gabriele Borzillo / Twitter: @GBorzillo
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