'To dare is to do', ovvero 'osare è fare'. Questo il motto che campeggia sotto l'arco di Wembley prima delle gare casalinghe del Tottenham. Un monito anche per gli avversari che torna più che mai d'attualità in casa Inter a poche ore dal Derby d'Italia con la Juventus, la gara più proibitiva del poker tremendo in tredici giorni dal quale Luciano Spalletti finora ha ricavato un pari e una sconfitta. Una frenata oggettiva dal punto di vista dei risultati (un punto in 180 minuti, zero gol fatti agli Spurs più i due incassati dalla Roma) e indesiderata sul piano della crescita di squadra. Più che sui freddi numeri, che qualche volta aiutano ad analizzare pregi e difetti, è bene concentrarsi sull'atteggiamento con il quale Icardi e compagni hanno affrontato le ultime due gare-termometro delle loro ambizioni. Per riuscire nell'intento, è bene riportare l'orologio indietro di qualche ora: tutto comincia il 27 novembre, a Londra, precisamente nella sala conferenze del tempio laico del calcio inglese. E' lì che il tecnico toscano, preso il proscenio alla sua maniera davanti ai giornalisti, declama che il discorso del vantaggio dei due risultati su tre contro la squadra di Mauricio Pochettino è esclusivamente giornalistico: "Se c'è qualcuno dei miei calciatori che pensa minimamente che non sia fondamentale fare risultato, si trova nel posto sbagliato: dobbiamo pensare che il passaggio del turno sia dentro la gara con il Tottenham", le parole di Lucio. Che poi rincara la dose sull'argomento, evidenziando la specificità della sfida definendola a eliminazione diretta: "Dobbiamo collocarla in questa ottica qui, non è una gara del girone. Non portandola a casa, poi potremmo non essere padroni del nostro destino. Finora abbiamo percorso benissimo la nostra strada e vogliamo a continuare a mantenere saldo il posto dove dobbiamo andare".

Premessa ineccepibile, almeno a parole, peccato che nei fatti la strategia tattica del cercare di giocare a viso aperto per provare a far male al Tottenham si sia sgonfiata su se stessa all'interno del rettangolo verde. Nessuno parla di dominio degli Speroni, né tantomeno di Inter schiacciata da un arrembaggio che è rimasto solo nelle fantasie di chi pensava che sugli schermi londinesi venissero proiettati nuovamente i primi 20 minuti celestiali contro il Chelsea. Nulla di tutto questo, semmai un giocatore regalato per quasi un tempo (Nainggolan ai minimi termini fisici) e il peccato originale di non credere di avere le armi giuste per poter fare male a un avversario che va in enorme difficoltà quando viene attaccato. Mancando il belga, portabandiera di questo stile aggressivo, i nerazzurri hanno deciso con il passare di minuti di lasciare consapevolmente l'iniziativa a un nemico sulle prime poco incline a sferrare il colpo del ko troppo presto. La dissimulazione di Pochettino trova terreno fertile nella calma apparente di un incontro in perfetto equilibrio, per poi risultare fatale quando a un certo punto lo status quo deve cambiare per forza di cose: è così che, mentre si veleggia verso uno 0-0 scritto, se Luciano Spalletti pensa ad inserire Antonio Candreva, il manager argentino passa all'azione calando i due assi tenuti strategicamente a riposo per un duello vissuto sul filo della pazienza. Son e Erisken fanno saltare il piano troppo conservativo di Spalletti, punito più che dall'episodio in sé dalla cattiva lettura dei 90 minuti. Il calcio ha leggi non scritte che portano a un condanna se non le rispetti: se non rischia abbastanza per vincere una partita, finisci col perderla. Emery, spalle al muro all'intervallo nel North London Derby per colpa di due sviste arbitrali macroscopiche, ha convinto l'Arsenal che poteva battere Kane&Co. mandando in campo un centravanti in più, Aubameyang, oltre a Ramsey. Risultato? Da 1-2 a 4-2 in 45 minuti, con la difesa del Tottenham che imbarca acqua da tutte le parti.

E' stato ricco di gol ed emozioni anche il match dell'Olimpico, dove l'Inter si è fatta riprendere insolitamente due volte fino al 2-2 finale da una Roma incerottata e reduce da due sconfitte in fila. Una x che consolida la presenza nella top 4 ai nerazzurri, ma li allontana dal duopolio Juve-Napoli che sembra resistere al trascorrere dei mesi. In realtà è una dittatura senza mezzi termini quella bianconera, con Carlo Ancelotti che può giusto pensare di tenere viva la lotta scudetto grazie alla matematica e all'impensabile prospettiva di un tracollo dei campioni d'Italia in carica da qui a maggio. Tutto come da copione, insomma, o forse no: impensabile credere a un ruolo di anti-Juve ad agosto per l'Inter, strano vederla a -11 dalla vetta a dicembre con lo scontro diretto ancora da disputarsi. "Siamo nel posto che avevamo pensato di essere secondo il programma della nostra crescita. Siamo quelli che produciamo, inutile andare a dire che siamo di più. Per il momento è così", ha ammesso candidamente nell'avvelenato post-gara capitolino Spalletti. Per poi mandare un chiaro messaggio ai naviganti: "Noi ci riempiamo la bocca che siamo forti, belli, alti e biondi, ma non è così: siamo quello che riusciamo a fare. Se non fai vedere chi sei, è inutile che continui a dirlo. Tu sei i comportamenti che hai, le parole che dici".

Un minuto-verità nel quale, tra le righe, si legge anche un'assunzione di responsabilità importante da parte di Spalletti: basta proclami ai media, è il campo il giudice supremo che stabilisce chi è davvero l'Inter. E per una congiunzione astrale misteriosa, ecco che il calendario propone prima la Juve e poi il Psv, quasi a suggerire che è arrivato il momento di osare come suggeriva il claim fuori da Wembley. Sperando che non sia troppo tardi.

Sezione: Editoriale / Data: Gio 6 Dicembre 2018 alle 00:00 / articolo letto 5656 volte
Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari