Sul ponte sventola bandiera bianca. Il segno di resa più eloquente dei romantici di un calcio che non c'è più è arrivato forte e chiaro lunedì scorso, verso le 2 del pomeriggio, in un gremitissimo salone d'onore del Coni, dove Francesco Totti ha distrutto in un'ora e mezza quello che era rimasto dell'As Roma americana. L'ottavo re ha calpestato il vessillo a stelle e strisce di una proprietà che da quando si è insediata nella Capitale ha continuato a ripetere a una delle tifoserie più calde del mondo il noioso refrain 'Roma non è stata costruita in un giorno'. Dopo sette anni di James Pallotta, ecco il cortocircuito pericoloso che si è innescato nella città eterna, l'unico posto dove tutto resiste alla tirannia del Tempo. O, meglio, quasi tutto: il monumento del Pupone, per esempio, è crollato dopo 30 anni in cui aveva fatto bella mostra di se stesso al mondo. Diventando un simbolo importante al pari del Colosseo e più importante del club stesso, che pure è stato fondato nel lontano 1927. "Francesco Totti statisticamente nel mondo era più conosciuto della Roma all'epoca”, ha spiegato candidamente Mauro Baldissoni, vice presidente dei giallorossi, nell'intervista rilasciata a Sky Sport 24 ore dopo la conferenza di Totti per spiegare la posizione del club. "Il riconoscimento di tale valore era imprescindibile anche nella scelta dell'investimento. Nulla più lontano dal vero che pensare di voler allontanare Francesco Totti dalla Roma". Parole molto chiare quelle del dirigente capitolino: è sacrilego costringere Totti a lasciare la Roma, coma a confermare che il debito di riconoscenza verso questa leggenda (in campo) giustifica l'assegnazione di un ruolo che non gli compete dietro una scrivania. A tutti è parso chiaro che, prima o dopo, il cordone ombelicale sarebbe stato reciso: il peso degli anni (non Spalletti) ha costretto il capitano ad appendere gli scarpini al chiodo, l'organizzazione gerarchica della società ha fatto il resto. Si può discutere forse sul modo in cui è stata trattata la vicenda, non sull'epilogo quasi naturale. "Avrei preferito morire", ha detto l'ex numero 10 poco dopo aver lamentato di essere stato pugnalato come Giulio Cesare. Ma, a differenza del console e dittatore, Totti è riuscito a disarmare i congiurati e persino a ferirli quasi a morte. Senza condannarli, ma lasciandoli in pasto al popolo che, come nella più antica tradizione romana, deciderà della sorte dei gladiatori sconfitti utilizzando semplicemente il pollice.
E a proposito di gesti fatti con la mano, domenica scorsa a tutti è venuto in mente il dito medio esibito da Maurizio Sarri, all'epoca allenatore del Napoli, nei confronti di alcuni tifosi della Juve che lo avevano accolto non proprio amorevolmente al suo arrivo in pullman a Torino nel giorno segnato in calendario per incendiare la rivoluzione (poi spenta da Orsato a San Siro sei giorni dopo). Ecco, quel signore toscano di 60 anni, fresco vincitore della sua prima Coppa in carriera da quando allena tra i professionisti, ora è passato dalla parte del nemico sportivo giurato. Il colpo di Stato che non gli è riuscito con 18 uomini vestiti d'azzurro si è trasformato un anno più tardi nella più ghiotta opportunità della sua carriera politica resa possibile da una votazione all'interno del partito oppositore. Mettendosi alla guida del movimento più potente d'Italia, l'ex Comandante ha deciso di rinunciare alla narrazione dell'uomo anti-sistema pur di abbracciare la sua utopia più grande: vincere convincendo. Per farlo ha cancellato gran parte della sua napoletanità, ma non la sua coerenza: nei corridoi del Palazzo, infatti, ora si ragiona con la testa di un grande idealista che senza spargimenti di sangue ha chiesto di mettere in soffitta per qualche tempo il motto 'vincere è l'unica cosa che conta'. Nessuno sa quanto durerà, chi cambierà chi. Intanto, quel che è certo è che le due parti hanno firmato un armistizio per porre fine a un conflitto filosofico che non stava portando da nessuna parte.
Di guerra dei mondi si è parlato qualche settimana fa anche per fotografare l'arrivo di Antonio Conte, totem juventino, all'Inter. Il primo affronto in ordine temporale in materia di fedeltà ai colori di questa pazza estate italiana del pallone. Con quel passato, sostenevano alcuni tifosi nerazzurri, il suo sbarco a Milano è contro i valori del club. Calciopoli, il 5 maggio 2002 e il 1998 – tutti temi su cui Antonio ha preso posizioni nette - sono tre topoi della poetica interista per sostenere l'argomentazione più importante di tutte: il noi vs loro che poi è traducibile anche ne 'il Bene contro il Male'. Visione, ovviamente, molto di parte e indispensabile per riaffermare giorno dopo giorno il proprio senso di appartenenza alla Beneamata. Che, anche se i più fedeli fanno fatica ad ammetterlo, qualche volta ha cambiato la propria identità: è successo per le religioni, figuriamoci se non può succedere nel calcio. Per istinto di sopravvivenza, l'Inter e Conte hanno cambiato pelle nel tentativo di riprendere il loro percorso vincente. L'Inter, stanca di essere orfana di Mourinho, ha fiutato l'affare e ha ingaggiato uno degli allenatori migliori in circolazione, libero da ogni vincolo contrattuale ma soprattutto morale verso la Vecchia Signora. Anzi: secondo i ben informati, Andrea Agnelli avrebbe posto il veto al suo eventuale ritorno, risentito per il comportamento dell'allenatore salentino dopo tre anni a Torino. All'epoca, anche per Conte si parlò di alto tradimento alla casata Agnelli che lo ha ricoperto di gloria sia da giocatore che da allenatore. Cinque anni dopo si tira in mezzo addirittura l'abiura, esattamente come per Sarri. Dimenticandosi che si sta parlando di un gioco, e che la professionalità vale più di ogni cosa quando ci sono in ballo ambizioni e soldi. I protagonisti che vivono in questo sistema sono soli e muoiono sportivamente da soli: chi con la casacca sempre dello stesso colore, chi vestito da Arlecchino. Solo i club non cambiano i colori sociali, è su quelli che ogni tifoso deve fare giuramento.
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