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Calciopoli, Cassazione: “Moggi, strapotere ingiustificato”. Tutte le motivazioni della sentenza

Calciopoli, Cassazione: “Moggi, strapotere ingiustificato”. Tutte le motivazioni della sentenza

"Più che di potere si deve parlare di uno strapotere esteso anche agli ambienti giornalistici ed ai media televisivi che lo osannavano come una vera e propria autorità assoluta". Così...

Mattia Zangari

"Più che di potere si deve parlare di uno strapotere esteso anche agli ambienti giornalistici ed ai media televisivi che lo osannavano come una vera e propria autorità assoluta". Così la Cassazione nelle motivazioni del Processo Calciopoli definisce la "irruenta forza di penetrazione anche in ambito federale" esercitata dall'ex direttore generale della Juve Luciano Moggi. Ad avviso della Suprema Corte, Moggi è stato il "principe indiscusso" del processo 'Calciopoli' e "l'ideatore di un sistema illecito di condizionamento delle gare del campionato 2004-2005 (e non solo di esse)". Nelle sue "incursioni negli spogliatoi degli arbitri - scrive la Cassazione - al termine delle partite, non solo non lesinava giudizi aspramente negativi sull'operato dei direttori di gara, ma esercitava un potere di interlocuzione aggressiva e minacciosa, frutto soltanto di un esercizio smodato del potere. Emblematici gli episodi che riguardarono l'arbitro Paparesta e il guardalinee Farneti".

Per i giudici, inoltre, Moggi ha commesso sia il reato di associazione per delinquere, sia la frode sportiva "in favore della società di appartenenza (la Juventus)", ed ha anche ottenuto "vantaggi personali in termini di accrescimento del potere (già di per sè davvero ragguardevole senza alcuna apparente giustificazione)". Dai giudizi che l'ex dg bianconero esprimeva in tv e sui media "potevano dipendere le sorti di questo o quel giocatore, di questo o quel direttore di gara con tutte le conseguenze che ne potevano derivare per le società calcistiche di volta in volta interessate", rileva la Cassazione nel suo verdetto. L'associazione per delinquere diretta da Moggi - spiega la Cassazione - "era ampiamente strutturata e capillarmente diffusa nel territorio con la piena consapevolezza per i singoli partecipi, anche in posizione di vertice (come Moggi, il Pairetto o il Mazzini), di agire in vista del condizionamento degli arbitri attraverso la formazione delle griglie considerate quale primo segmento di una condotta fraudolenta". Dell'ex dg juventino, la Suprema Corte dice che aveva una"poliedrica capacità di insinuarsi, 'sine titulo', nei gangli vitali dell'organizzazione calcistica ufficiale (Figc e organi in essa inseriti, quali l'Aia)". Senza timore di cadere in "enfatizzazioni", secondo la Cassazione, Moggi aveva una "incontroversa abilità di penetrazione e di condizionamento dei soggetti che si interfacciavano" con lui.