"Ho baciato solo tre maglie, quelle della squadre a cui sono più legato. Con la Nazionale sappiamo tutti cosa abbiamo fatto, con l'Inter ho vissuto momenti belli e brutti. Perdemmo lo scudetto all'ultima giornata ma siamo riusciti a chiudere il cerchio vincendo il Triplete con gli stessi compagni di quella disfatta del 2002. Se perseveri, alla fine riesci a ottenere quello che vuoi. Il Perugia mi ha permesso di arrivare in azzurro. Quando sono stato convocato la prima volta mi sentivo inadeguato, ho chiamato mia moglie dicendole di venirmi a prendere perché non ero in me. Poi invece feci una grande partita, lì è partito tutto". Così Marco Materazzi, ripercorrendo le tappe più importanti della sua carriera, nell'intervista rilasciata a Vivo Azzurro TV.
Tua mamma è morta quando eri adolescente.
"Per un lutto di questo genere non c'è un'età giusta, certamente perdere la mamma a 15 anni è particolare. Basta poco per prendere delle strade sbagliate, cosa che io e mio fratello non abbiamo mai fatto perché la mamma ci ha insegnato tanto. Aveva uno studio estetico a Bari, lavorava 12 ore al giorno per renderci felici".
Il gol segnato alla Repubblica Ceca al Mondiale 2006.
"Quello più importante, più di quello segnato in finale, perché ci permise di evitare il Brasile. Abbiamo intrapreso una strada più leggera che ci ha fortificato, con la Germania eravamo invincibili, come disse Lippi. Dedicai il gol a mia madre, ma già qualcuno, dopo l'espulsione con l'Australia, disse che era finito l'incantesimo. In finale qualcuno mi ha spinto dall'alto prima del gol alla Francia, ho pensato a mia madre. L'unico raggio di luce che c'era sullo stadio di Berlino, quel giorno, illuminava mia moglie e i miei figli".
Gli insulti che ricevevi che effetto ti facevano?
"Mi hanno sempre fortificato, quando non me li facevano giocavo peggio. Li prendevo come uno stimolo perché evidentemente mi temevano. Di me si è sempre parlato bene o male, non sono mai stato un personaggio 'piatto'".
Idolo difensivo.
"Nesta è stato il più forte con Maldini. Di Cannavaro non dico altrettanto perché insieme sembravamo due scugnizzi che giocavano al parco. Con gli altri due mi sentivo in soggezione".
I rigori della finale con la Francia nel 2006.
"Qualcuno si tolse subito le scarpe, Rino (Gattuso, ndr). Qualcuno girava al largo, mi pare Iaquinta; non eravamo in tanti rimasti per tirarlo. Cannavaro era il sesto, secondo me avrebbe tirato prima Buffon di lui. Io li ho sempre tirati, me la sentivo. Anche se ero fissato col fatto che se segni in partita, solitamente lo sbagli nella lotteria dei rigori. Puoi passare da eroe a quello che ti fa perdere il Mondiale, però il gioco valeva la candela. Avrei tirato anche il quinto. Ha fatto tutto Lippi, in cuor mio speravo di tirarlo, ma non volevo fare lo spaccone proponendomi di calciarlo".
L'episodio con Zidane.
"Ho vissuto la giungla calcistica sin da piccolo, ho fatto una cosa di esperienza, da difensore, dopo che Rino mi voleva ammazzare perché non avevo marcato Zidane sul suo colpo di testa parato da Buffon. L'azione dopo tengo un po' Zidane, gli chiedo anche scusa due volte. Alla terza, quando mi offre la sua maglietta, non gli ho detto nulla di particolare".
Hai un rimpianto?
"Non vivo di rimpianti perché non avrebbe senso. La vita ti riserva tante cose belle e anche tante brutte. Quando capitano quelle brutte cerchi sempre di essere positivo, adesso ho il problema di mio fratello che è affetto da SLA. La cosa brutta è che non puoi farci niente, l'unica speranza è la terapia che potrebbe bloccarla. E' stato un fulmine a ciel sereno, è successo tutto dal niente, è un tram che ti arriva addosso. Lui ha una forza d'animo incredibile. Abbiamo passato momenti in cui ci si prendeva poco, questa circostanza ci ha riavvicinato. Quello che conta è la famiglia, sono contento di potergli stare vicino".
E' vero che non nascono più i difensori di una volta?
"Il calcio è cambiato, i difensori pure. Ai nostri tempi la prima cosa era marcare e non prendere gol. Quando avevi gente come Figo e Adriano, non conveniva cincischiare dietro ma andare a far male subito all'avversario. Oggi il difensore deve saper maneggiare il pallone piuttosto che tenere l'uomo in marcatura. Io penso sempre che il difensore debba fare il difensore, il centrocampista fare il centrocampista e l'attaccante fare l'attaccante".
Quanto sei orgoglioso di te stesso?
"Tanto perché quello che ho fatto me lo sono conquistato sul campo, in battaglia. E con la mia famiglia, mia moglie e miei tre figli".
Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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