Nella vita professionale di un calciatore ci sono dei turning Point ben precisi che possono indirizzare la sua carriera in maniera inevitabile. Ci sono giocatori che di queste occasioni ne hanno poche, chi addirittura una sola: la grande chance, o la va o la spacca. Di solito sono quei profili di fatica, che hanno costruito col tempo il proprio talento. Poi ci sono i craque, gli enfant prodige: per loro il susseguirsi delle stagioni sembra cristallizzarsi, c’è sempre un colpo in più. Alexis Sanchez rientra in questa seconda categoria fin dai tempi dell’Udinese, quando spaccava le difese della Serie A con una forza fisica e una velocità impressionante. Poi il Barcellona, al fianco di Messi, con cui vince la Liga 12/13 - toccando quota cento punti. Sono passati sei anni, che nel calcio rappresentano un’intera esistenza, anche perché dai tempi blaugrana Sanchez è un calciatore diverso. Quando è passato all’Arsenal, nell’estate del 2014, è diventato il centro nevralgico della squadra che ruota attorno alla sua esuberanza fisica. Alexis non segue schemi, riceve palla e si mette al centro del gioco. Wenger asseconda i suoi istinti e lo libera da molti compiti tattici, sprigionando il suo gioco fra le linee senza palla e la sua capacità di inventare qualcosa dal nulla, caratteristica dei campioni.
La stagione 16/17 si conclude con Sanchez che segna 24 reti e nella classifica marcatori si piazza dietro a Harry Kane e Romelu Lukaku, all’epoca in forza all’Everton. Il rinnovo di contratto con i Gunners tarda ad arrivare perché Sanchez non è convinto del progetto tecnico e si fa sempre più impaziente: la svolta arriva nel mercato di gennaio della stagione successiva. Alexis ha un accordo con il Manchester City per liberarsi a zero nell’estate 2018, ma la sua impazienza è tale che inizia ad ascoltare anche altre offerte: cede alla corte di José Mourinho che - dopo essersi assicurato Lukaku - è alla disperata ricerca di un giocatore che sappia condividere lo spazio con il belga per risolvere il nulla offensivo in cui sempre più spesso cade lo United. È una trattativa fulminea, Sanchez accetta la corte e sbarca all’Old Trafford per vincere titoli. E dà inizio all’anno e mezzo peggiore della sua carriera.
DIFFICOLTÀ - Al Manchester United niente va secondo i piani. Mourinho arranca e tutti abbiamo presente gli ultimi mesi dei Red Devils sotto la sua guida tecnica. Un disastro, per alcuni annunciato, ma tant’è. Sanchez viene schierato largo, dove non riesce mai a trovare la sua dimensione. La squadra di Mou è sbilanciata, lenta, pressoché immobile. Il bacio della morte, per un giocatore che ama muoversi, associarsi con i compagni e svariare su tutto il fronte offensivo. Inoltre, quest’involuzione tattica lo ha portato a incupirsi e a intestardirsi con il pallone fra i piedi: nella stagione 16/17, Sanchez aveva una media di 43 passaggi a partita. Nell’ultimo anno al Manchester United, è arrivato a 20. E come se non bastasse, le secche del gioco si sono ripercosse anche sulla sua mole di tiri: all’Arsenal, aveva una media di 3.6 conclusioni a partita mentre allo United si è fermato a un misero 1.6, altro indice di come si trovasse completamente fuori contesto e nonostante il cambio in panchina non è mai riuscito a calarsi in una nuova dimensione.
RISCATTO - Al netto dell’annus horribilis che l’attaccante cileno ha appena vissuto, passare sopra le capacità tecniche del Niño Maravilla sarebbe delittuoso. Ha 31 anni, il che vuol dire che questa - forse sì - è l’ultima grande chiamata della sua carriera. Quando il tuo club decide di pagarti una parte dell’ingaggio per liberarsi di te, non è mai un grande segnale. Ma se il fuoco della rivalsa brucia dentro Sanchez, Conte è pronto a incanalarlo nei giusti binari. L’Inter ha bisogno di una punta che sappia muoversi fra le linee e che soprattutto porti classe e tiro da fuori a una squadra che troppo spesso manca di qualità nei momenti decisivi. Sanchez è uno straordinario finalizzatore (all’Arsenal viaggiava alla media di un gol ogni due partite) che sa partire da sinistra per accentrarsi e tirare di destro, così come andare sul fondo e crossare o saltare l’uomo, creare superiorità e servire il compagno. È un giocatore che ama tenere il pallone, ma Conte può essere l’allenatore perfetto per aiutarlo a gestire i momenti della sua partita, migliorando la sua abilità di capire quando passare il pallone e quando forzare.
CON LUKAKU - L’ultimo dettaglio, forse il più importante, che ha portato Sanchez all’Inter riguarda Romelu Lukaku, il grande colpo di questa sessione di mercato. I due sono amici dai tempi di Manchester e pare che Big Rom si sia mosso in prima persona per convincere in tempi brevi Alexis ad accettare l’Inter. Sul campo, la loro convivenza non è mai esplosa definitivamente anche se ci sono stati segnali incoraggianti. Lukaku veniva spesso fatto giocare spalle alla porta, con Mourinho che lo utilizzava come centro gravitazionale del suo attacco. Nei pertugi che i movimenti di Lukaku aprivano, Sanchez era fra i migliori a inserirsi anche se la manovra spesso lenta dello United vanificava il tempismo del Niño. Lukaku, nel 4-3-3 dello United - ha riempito di passaggi le corse di Sanchez nello spazio che hanno fruttato tre assist in una manciata di partite per la coppia. Probabilmente ora il gioco fra i due cambierà: quel che è certo è che giocheranno più vicini, diminuendo lo spazio che Alexis dovrà percorrere per avvicinarsi alla porta. Sanchez sa di essere all’ultima chiamata, è la curva definitiva, l’ultimo turning point. Ma del resto questa stagione sarà 'Not For Everyone'.
Autore: Marco Lo Prato / Twitter: @marcoloprato
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