È ormai uno degli appuntamenti maggiormente consolidati delle nuove abitudini calcistiche, introdotto prima ancora dell’ormai famigerato spezzatino e delle partite disseminate su talmente tanti orari che facilmente si finisce col perdere l’orientamento e non sapere più quale partita si gioca e quando una volta che ci si alza la mattina. Ovviamente, qui si parla della gara delle 12.30, il cosiddetto lunch match, la variabile impazzita che ha stravolto il rituale dell’ora di pranzo alla domenica e portato le famiglie a sedersi a desinare esultando, esaminando e contestando più per le azioni sul campo prima ancora che per le pietanze servite a tavola. E che stravolge un po’ anche il senso di un lavoro che dovrebbe avere un orizzonte editoriale sulle 24 ore e che invece inevitabilmente dopo neanche metà pomeriggio va un po’ a perdere di validità perché c’è una partita da commentare, una prestazione da analizzare, qualche giocatore da idolatrare o magari un arbitraggio con qualcosa da obiettare come ormai è diventata consuetudine recente in casa nerazzurra.
Ma tant’è, questa è la situazione e quindi giusto accennare almeno ad una presentazione di quello che è l’impegno del quale l’Inter sarà protagonista al Bentegodi contro l’Hellas Verona di Paolo Zanetti. Si affrontano due squadre dagli stati d’animo comprensibilmente opposti, con da un lato una squadra, quella di casa, che è ancora in cerca della prima vittoria in questo campionato e che è oltretutto reduce da un brutto ko in quel di Como; dall’altra, invece, ci sarà un’Inter rinfrancata dalla bella vittoria contro la Fiorentina e che ora punta a riavvicinarsi al Napoli capolista fermato ieri al Maradona da un ottimo Como che può lasciare il capoluogo campano mangiandosi i gomiti per il rigore sbagliato da Alvaro Morata che chissà, avrebbe potuto dare un altro indirizzo alla serata. Sarà un’Inter che non ritroverà Marcus Thuram, sì pienamente recuperato ma tenuto ancora a maggese in prospettiva Champions League, ma che riabbraccerà Josep Martinez, protagonista suo malgrado di una triste e drammatica vicenda umana che lo ha colpito profondamente nell’animo, e che nonostante il trauma ha voluto stare con la squadra e sentire da vicino l’affetto della squadra, momento importante ancor più del ritorno alla disponibilità.
Archiviata, seppur forse con qualche bruciatura residua, la brutta serata del Maradona di Napoli, l’Inter ha impiegato poco tempo per rimettersi nuovamente in carreggiata: lo ha fatto regolando i viola con una ripresa praticamente perfetta e coi gol di Hakan Calhanoglu intervallati dalla perla di Petar Sucic, una giocata d’alta classe che ha definitivamente fatto entrare il ragazzo croato nel cuore dei sostenitori interisti, in primis del Secondo Anello Verde Milano, la nuova insegna dietro la quale si identificherà d’ora in avanti il tifo organizzato. Tanti segnali importanti, in una settimana che porterà all’ultima sosta per le Nazionali di questo 2025 e che prevede in calendario il match di Champions League contro i misteriosi kazaki del Kairat Almaty, altra occasione d’oro per mettere un piede e quattro quinti dell’altro perlomeno nei playoff in attesa del ‘lato B’ del calendario europeo, quello più spinoso con le trasferte di Madrid, sponda Atletico e Dortmund e il doppio impegno inglese interno con Arsenal e Liverpool, e la gara contro la Lazio.
Ma nel mezzo di questi tre giorni che trascorreranno tra la partita del Bentegodi e il match di Champions contro i kazaki, l’Inter intesa come società è attesa da un altro tipo di partita, una partita durata anni di discussioni, idee, progetti, sfinimento, ma che dopo tutto questo periodo di logoramento potrebbe essere finalmente portata a casa insieme al Milan. Martedì 4 novembre, infatti, è il giorno segnato in rosso in particolare dalle due dirigenze, quello nel quale dovrebbe arrivare il tanto atteso rogito. Dicesi rogito il documento finale e ufficiale che sancisce il passaggio di proprietà di un immobile dal venditore all'acquirente. Ma in questo caso, c’è molto di più di un semplice immobile come oggetto dell’atto di vendita: c’è infatti in ballo un pezzo di futuro per le due società, visto che con l’acquisizione dell’area di San Siro oltre che del Giuseppe Meazza, Inter e Milan intendono mettere le basi per una nuova era.
Vista l’esperienza, le troppe chiacchiere al vento, gli anni passati a digerire i tentennamenti della classe politica, il condizionale diventa se non obbligatorio addirittura fisiologico, ma l’ora X sembra finalmente arrivata. E questo nonostante tutte le resistenze degli oppositori, siano essi consiglieri, comitati o quant’altro, ancora in cerca degli ultimi appigli per provare a salvare il destino del Meazza, impianto storico e nel cuore di tutti gli amanti del calcio ma che ormai avverte fin troppo il peso degli anni ed è stato di recente protagonista di alcune mortificazioni come il passo indietro per la finale di Champions 2027 oppure la dichiarazione di non ammissibilità tra gli impianti nei quali ospitare l’Europeo del 2032, cose che dovrebbero indurre a riflettere chi di dovere al di là di preconcetti e barriere ideologiche. Avanti così non si può più andare, e anche alti rappresentanti del calcio italiano ed europeo lo hanno fatto capire a più riprese.
È stata una sudata, ma a meno di terremoti dell’ultima ora adesso il discorso sembra davvero giunto alla parola fine: la delibera del Comune è arrivata, c’è chi ha già messo la propria garanzia a livello bancario, adesso non resta che aspettare che ci siano gli ultimi passi formali propedeutici alla firma. Dopo la quale inizierà un nuovo capitolo, anche questo destinato a durare diversi anni perché non c’è in ballo solamente la costruzione del nuovo stadio, che si vuole operativo tra 5-6 anni e che tutti promettono, in maniera anche trionfalistica, essere il più bello del mondo; ci sarà anche da affrontare, col cuore ricolmo di commozione, la demolizione quasi totale dello stadio di oggi e insieme da ricostruire un intero quartiere, tra servizi, hotel e aree verdi.
Si preannuncia quindi un altro periodo di lunga e spasmodica attesa, anche se col balsamo offerto dalla prospettiva dei numeri derivanti dal potenziale indotto economico che si genererà, quasi 3 miliardi di impatto e oltre 16mila posti di lavoro secondo l’interessante analisi del think tank Teha. Intanto, però, cominciamo dai primi passi: aspettiamo di capire quali idee ha in mente un pezzo da novanta dell’architettura come Norman Foster, come si delineerà il suo avveniristico progetto, sperare che nel frattempo non vengano fuori altri imprevisti. E convincersi del fatto che, se è vero come è vero che troppo tempo si è perso a Milano come in gran parte d’Italia su questo fronte diventato cruciale per l’economia delle società sportive, questa opportunità per scrivere per primi un capitolo nuovo dell’impiantistica sportiva non si può commettere il peccato mortale di gettarla alle ortiche; sarebbe un atto autolesionistico che non ci si può permettere.
Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A
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