Tre volte fuori dai Mondiali. Eppure, a quanto pare, non abbiamo ancora imparato la lezione. Ogni sosta per le Nazionali sembra trasformarsi nello stesso identico copione: invece di ritrovarsi attorno alla maglia azzurra, ci si divide, si tifa contro, si cercano colpevoli e si trasforma il calcio in una guerra permanente tra tifoserie e appartenenze.

C'è chi continua a tifare contro la Nazionale e una sconfitta dell'Italia per qualcuno rappresenta una vittoria personale. C'è chi scarica la propria rabbia sui singoli giocatori, arrivando a gettare fango sui soliti calciatori semplicemente per una questione di tifo. E poi torna puntuale anche la vecchia storia del “blocco Inter”, come se il problema del calcio italiano potesse essere spiegato contando quanti giocatori di una determinata squadra scendono in campo.

Contro il Belgio, ad esempio, erano soltanto due i calciatori dell'Inter presenti. Due. Eppure qualcuno ha ritirato fuori la storia del blocco Inter. Ancora una volta il dibattito si è trasformato nell'ennesima guerra di campanile. 

È questo il punto: continuiamo a comportarci come se la Nazionale fosse una squadra rivale, anziché patrimonio comune. Continuiamo a ragionare con la logica del club anche quando di fronte abbiamo la maglia azzurra. E poi ci sorprendiamo quando il calcio italiano mostra tutte le sue contraddizioni.

Ci “scandalizziamo” se una curva decide di voltarsi di spalle durante il minuto di silenzio dedicato a una leggenda del calcio italiano come Sandro Mazzola. Ma forse dovremmo scandalizzarci prima di tutto per il clima che abbiamo costruito attorno al nostro calcio: un ambiente nel quale persino la Nazionale diventa terreno di scontro tra fazioni.

E mentre ci si continua a dividere tra Inter, Milan, Juventus, Napoli, Roma e tutte le altre, il calcio italiano resta a guardare. Abbiamo già pagato un prezzo altissimo con tre qualificazioni mancate ai Mondiali. E invece di chiederci perché siamo arrivati a questo punto, continuiamo a cercare il nemico di turno.

Forse il problema non è soltanto quello che accade in campo. È anche quello che accade sugli spalti, sui social, nei dibattiti televisivi e nelle discussioni quotidiane. È una cultura calcistica che ha trasformato il tifo in appartenenza assoluta e l'avversario in un nemico da colpire sempre e comunque.

Un Paese calcistico che sembra aver smarrito il senso della misura, della memoria e persino della propria Nazionale. E allora sì, forse la definizione più amara è proprio questa: un Paese calcistico strafinito. Non perché non esistano più talenti, passione o possibilità di rinascita. Ma perché, prima ancora di cambiare il calcio, dovremmo forse cambiare il modo in cui lo viviamo.

Sezione: Editoriale / Data: Lun 28 settembre 2026 alle 00:00
Raffaele Caruso / Twitter: @raffaelecaru
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Raffaele Caruso
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Giornalista pubblicista e social media. L'Inter è la mia passione, ma anche il mio lavoro. Scrivo e mi occupo dei social, dal lunedì al venerdì su YouTube e nel Salotto di FcInterNews.