"Il mio sogno è avere venti giocatori in grado di ricoprire qualsiasi ruolo (…) Immaginate l'allenatore avversario quando vede la formazione titolare. Sarà difficile da realizzare, ma sto lavorando per raggiungere questo obiettivo". Mentre in Italia si spera di trovare la ricetta per rilanciare il movimento calcistico del Paese in un dossier del 2011 a firma Roberto Baggio, Luis Enrique, allenatore del Paris Saint-Germain campione d'Europa, indica la direzione in cui sta andando questo gioco. Che corre veloce e non ammette la parola ‘mai’, come dice la storia. Ad esempio, nessuno, o quasi, trent’anni fa si sarebbe immaginato un’evoluzione così radicale del ruolo del portiere, oggi regista dietro le quinte di ogni squadra, dai professionisti alle categorie minori. I ruoli, insomma, sfumano sempre di più all’interno del rettangolo verde, diventando funzioni in base alla situazione di gioco. Il calcio è tutt’altro che semplice, al contrario di quello che sostiene qualcuno: dire "il portiere para, il difensore marca, il centrocampista crea e l’attaccante segna" è riduttivo, se si parla di questo sport nel 2026. E per avere una fotografia di dove sta andando bisogna accendere la tv e gustarsi una partita di Champions League. Prendete Real Madrid-Bayern Monaco di martedì scorso, una grande classica della competizione ma aggiornata all’attualità. Pleonastico premettere che certe giocate sono possibili solo con certi pezzi grossi in rosa, ma è bene andare oltre questa ovvietà, provando a non guardare i nomi dietro le magliette per afferrare al meglio la filosofia tattica di queste squadre. Non si gioca in funzione dell’avversario, si prova a imporre la propria forza in maniera proattiva, coraggiosa, sapendo che certi comportamenti portano più benefici che svantaggi. Ecco perché non è un azzardo avere i centrali con i piedi oltre la linea di metà campo, ma un rischio calcolato per essere più pericolosi e, perché no, prevenire le ripartenze avversarie con la riaggressione feroce. Lo spazio si dimezza, si gioca solo in una metà campo, e pazienza se poi qualche volta si è costretti a fare delle corse all’indietro.
"Per fare questo, serve generosità rispetto alla preferenza che hanno i giocatori di giocare in una posizione precisa", ha spiegato Luis Enrique parlando della sua utopia di un calcio che è già in nuce. Esistono già i giocatori ibridi, che sanno fare tutto, magari senza eccellere in nulla a livello tecnico. Interpreti che tatticamente sanno dare un senso a un piano gara riuscendo ad esaltare quei compagni che hanno maggior qualità nell’uno contro uno. Si parla di connessioni, relazioni tra due o più giocatori che si innescano in scenari dinamici e imprevedibili. Sono situazioni non casuali che vanno allenate nei centri sportivi, veri e propri laboratori in cui si abituano i giocatori a pensare velocemente, a risolvere problemi sotto pressione ricreando contesti di gioco simili alla partita. Magari anche con l’inversione veloce dei ruoli: l’attaccante diventa difensore e viceversa a ogni cambio di possesso palla, nello spazio di pochi secondi. La tecnica non può essere scissa dalla tattica, eppure alle nostre latitudini si continua a demonizzare la seconda per far emergere la prima, come se le partite fossero 90 minuti di esercizi analitici in cui si esegue uno sparito predeterminato. Il risultato? Una qualità scadente, che si accompagna a un tatticismo esasperato: un cocktail letale che in Serie A genera spettacoli poveri di contenuti come la gara di Pasquetta tra Napoli e Milan, la seconda e la terza forza del campionato che praticano un calcio speculativo che nulla a che vedere con l’ambizione di vincere. Si aspetta l’errore dell’avversario, si punta a tenere in bilico la partita il più possibile per poi farsi bastare un gol per portare a casa i tre punti. Senza pensare che la beffa sia dietro l’angolo, che lo 0-0 sia il peggiore dei risultati possibili in uno sport così imprevedibile come il calcio. Eppure nessuno esce dal sistema tattico rigido che ha creato il proprio allenatore. Lo stesso discorso, anche se con modalità differenti, si può applicare alla Roma di Gian Piero Gasperini contro l’Inter domenica scorsa. A San Siro si è visto il lato negativo della strategia dell’uomo contro uomo a tutto campo, una tattica che offre dei riferimenti certi ai giocatori ma solo su carta, se l’altra squadra propone continue rotazioni (Hermoso a marcare Barella nella trequarti campo nerazzurra ha aperto una voragine sopra la quale Cristian Chivu ha costruito le vittorie sia all’andata che al ritorno). E’ un calcio che affonda le radici nel passato adattandosi ai ritmi attuali: succede che gli attaccanti facciano i difensori (Malen su Acerbi, come sottolineato da Chivu) e viceversa (Mancini fa un gol da attaccante mentre Thuram se lo perde in marcatura in area). Un concetto senz’altro moderno, dentro il quale, però, la libertà resta solo parziale.
Già, la libertà di esprimersi su un campo da calcio è il modello a cui tutti i tecnici del mondo dovrebbero tendere. Il che non vuol dire giocare a caso, come viene, tentando uno contro uno in ogni zona del campo. Ma significa ricercare il contesto più adatto dentro il quale il giocatore possa scegliere cosa fare. Il sentirsi non vincolati è un concetto che, non a caso, è stato espresso a chilometri di distanza da due persone con storie diverse come Riccardo Calafiori e Vincent Kompany dopo le prime due gare dei quarti di Champions League: il primo ha parlato di maggiore libertà di giocare in una linea a 4, citando il doloroso ricordo della mancata qualificazione al Mondiale dell’Italia prigioniera del 3-5-2, mentre il secondo ha citato il 'diritto guadagnato' dai suoi giocatori di essere ‘se stessi’ senza snaturarsi in uno stadio da 'miedo escenico’ come il Santiago Bernabeu. In entrambi casi, il non detto porta dritti alla definizione di 'divertimento', quello che si insegue quando si è bambini, nelle partite improvvisate con i portieri volanti e i ruoli relativi. Pensando al calcio di domani, allora, viene in mente una frase attribuita a Pablo Picasso, l’artista più famoso del XX secolo: "A dodici anni dipingevo come Raffaello, però ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino".
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