"Aprile è il più crudele dei mesi". Lo diceva il poeta T. S. Eliot nel suo 'intro' a La terra desolata, e non aveva visto ancora niente. Ci riferiamo ovviamente al mese appena iniziato che, senza alcun margine di errore, alla fine sancirà se l'Inter ci sarà o non ci sarà a duellare con i cugini del Milan per lo scudetto, a triellare con il Napoli o a quadriellare con la Juve nei casi in cui anche le due compagni guidate da Spalletti e da Allegri dovessero persistere e non arrendersi dall'inseguire il grande sogno tricolore, cullato per i partenopei da una piazza intera, per i bianconeri, oltre che da una piazzetta di Torino, anche da una via dove ha sede una redazione. Allegri continua a dirsi fuori dai giochi per il titolo perché per vincerlo, secondo il tecnico, serviranno 84 punti, mentre la candidata numero rimarrebbe proprio l'Inter, avversaria della Juve stasera all'Allianz Stadium. Ora i nerazzurri hanno 60 punti e dovranno disputare le otto giornate conclusive del torneo più il recupero di Bologna: "nove finali", come le ha ribattezzate Inzaghi, in cui i punti complessivi a disposizione per lui e la sua squadra saranno 27. In caso di sole vittorie l'Inter salirebbe a quota 87, un'ipotesi non contemplata da Allegri, che si augura di incassare almeno i 3 punti messi in palio dal terzo derby d'Italia di questa stagione. Ecco perché, secondo il ragionamento matematico del tecnico bianconero, l'Inter vincendo le altre otto gare finirebbe il campionato da prima con 84 punti.
Nove finali a iniziare proprio dal derby d'Italia, con la speranza che anche la controparte juventina prepari il match tradizionalmente proprio come una delle sue attesissime finali. Inzaghi ritrova Brozovic, il metronomo che a detta di ogni analisi ha fatto sentire la sua assenza nella sconfitta interna contro il Sassuolo e negli ultimi due pareggi per 1-1 contro Torino e Fiorentina. Si parla ovviamente di un elemento imprescindibile per il gioco dei nerazzurri, ma non dimentichiamoci che Brozo era sceso in campo già contro Atalanta (0-0), Venezia (2-1 con gol di Dzeko al 90' quando il croato era già stato sostituito), Milan (1-2), Napoli (1-1) e Genoa (0-0). Insomma, siamo certi che non si tratti di un alibi gonfiato a dismisura in mancanza di una vera spiegazione logica a discapito dell'Inter? Secondo la nostra tesi, invece, più che di calo della squadra di Inzaghi parleremmo di una stasi, mentre gli avversari preparavano il piano per l'offensiva. In sintesi, l'Inter è rimasta più o meno la stessa da inizio anno, con la sola differenza che nella prima parte di stagione nessuno si sarebbe preso la briga di asfissiare Brozovic in marcatura a uomo, né si sapeva che le ali (Dumfries e Perisic il più delle volte) funzionassero nei loro schemi da attaccanti aggiunti o che Barella e Calanhoglu come mezzali potessero partire a loro modo all'arrembaggio verso l'area, mentre Dzeko si sarebbe anche abbassato per agire da sponda e favorire gli inserimenti dei compagni. Chi ha studiato l'Inter è riuscito anche a fermarla con le contromosse che abbiamo già discusso in un precedente editoriale. Mettendo da parte il disturbo post-traumatico da derby che, evidentemente, ha sottratto sicurezze e convinzioni ad alcuni grandi interpreti fra i titolarissimi di Inzaghi, dal tecnico, al primo vero esame sulla panchina di una big, è lecito anche attendersi variazioni sul tema.
Sei punti da scalare, sette considerato lo svantaggio accumulato negli scontri diretti con il Milan, rimangono una meta impervia ma non impossibile. Nella conferenza stampa di ieri pomeriggio ad Appiano, Inzaghi ha dichiarato che già la scorsa estate avrebbe "messo la firma" per ritrovarsi a inizio aprile con una Supercoppa Italiana vinta, il traguardo degli ottavi di Champions raggiunto dopo oltre dieci anni, in semifinale di Coppa Italia contro il Milan, a giocarsi "lo scudetto con le altre e di conseguenza un posto Champions, obiettivo che ci aveva inizialmente chiesto la società". Chiaramente un bluff, aggiungiamo noi, da parte della dirigenza nerazzurra e di Marotta, che a giugno aveva lasciato al tecnico giusto il tempo di mettere la firma sul biennale prima di riprendersi la penna ed evitare così che venisse commessa una qualche sciocchezza, visto che l'Inter, senza la recentissima serie di risultati negativi, si sarebbe potuta ritrovare ben più in alto di dov'è adesso, mentre in Champions ha tenuto testa a uno squadrone come il Liverpool (pensa se c'era l'Ajax). L'ad, tra l'altro, era stato uno dei primi a sbilanciarsi già a dicembre sul "grande obiettivo" della seconda stella: in preda a una sorta di misticismo poetico da fare invidia allo stesso Eliot, Marotta a '90esimo minuto' definiva Inzaghi la "stella polare", in grado di far ritrovare alla squadra il giusto cammino dopo un'estate di "turbolenze forti e temporali violenti". Mentre il numero due del ventesimo scudetto nerazzurro, gesticolato con la mano, avrebbe avuto anche il valore simbolico del "segno di vittoria". La vittoria che, per l'appunto, da sempre è l'unico obiettivo a cui l'Inter, in onore alla sua storia e ai suoi tifosi, non può né deve mai sottrarsi dal perseguire.
Autore: Daniele Alfieri / Twitter: @DanieleAlfieri7
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