Forse aveva davvero ragione Jurgen Klopp quando lo scorso febbraio definiva l'Inter "un 'top, top, top class team". Certo, il manager tedesco del Liverpool si riferiva alla squadra che aveva in rosa anche Ivan Perisic, Alexis Sanchez e Arturo Vidal, uscita dalla scorsa edizione della Champions League, a testa alta, con un successo strappato proprio nel fortino del suo Anfield. Una vittoria certamente di Pirro, addirittura deleteria se si pensa all'impatto negativo che ebbe sullo scudetto della seconda stella perso per una manciata di punti a vantaggio del Milan. L'origine di tutti i mali che ha provocato tanto astio di tifosi e critica nei confronti di Simone Inzaghi che, uscendo tutto sommato senza troppe pieghe sull'abito dal primo giro di centrifuga che tocca a tutti coloro i quali siedono sulla panchina nerazzurra, non ha mai rinnegato il modo in cui ha deciso di impostare il suo lavoro al primo incarico in un grande club. "Per come la squadra ha giocato ho il rimpianto per una partita perché lo 0-2 non era meritato. Abbiamo giocato la Champions per andare agli ottavi e sappiamo che le due gare col Liverpool ci hanno fatto perdere qualche punto in campionato e qualche giocatore. Magari avremmo qualche punto in più, ma sono contento del percorso fatto", ha più volte ribadito l'ex Lazio. Che sin dal giorno del suo insediamento ad Appiano Gentile ha sempre avuto in testa di poter far meglio del suo predecessore, Antonio Conte, nonostante il biglietto da visita presentatogli da Beppe Marotta e Steven Zhang avesse scritto sopra 'ti cediamo Hakimi, tanto per cominciare'. L'obiettivo di Simone, nonostante il ridimensionamento certificato dalla cessione di Romelu Lukaku, è sempre stato chiaro: scudetto + ottavi di Champions + Coppa Italia. Impresa quasi riuscita, proprio perché i calcoli si sono rivelati sbagliati non avendo tenuto conto della mina vagante allenata da Stefano Pioli. Lo stesso film che si è ripetuto in questo campionato, ma col Napoli nuovo re d'Italia, e senza dover aspettare l'ultima giornata per bagnarsi le guance con lacrime di rimpianto. Il secondo appuntamento di fila consecutivo col tricolore mancato da Inzaghi è arrivato talmente in anticipo sul calendario da permettergli di pianificare la sua pazza idea di far strada in Europa mentre il fantasma dell'esonero veniva agitato a ogni inciampo domestico. Paradossalmente, gli undici ko in Serie A, che misteriosamente non hanno complicato la corsa ai primi tre posti dietro Luciano Spalletti, hanno permesso al tecnico piacentino di gestire meglio i tre fronti, che poi sono la dannazione di tutti i colleghi. Il turnover scientifico tra le partite e dentro le stesse, specialità della casa di Inzaghi, è diventato pregio dopo essere stato difetto da derby a derby: se il 5 febbraio 2022, le sostituzioni avevano aperto la strada la rimonta del Diavolo firmata Olivier Giroud, negli euroderby del 10 e 16 maggio sono diventate l'arma migliore per presentare una squadra con 14 titolari. Si dirà che Inzaghi non ha avuto Marcelo Brozovic e Romelu Lukaku, ma in realtà li ha ritrovati proprio nel momento cruciale dell'annata, scegliendo di usarli come giocatori da impiegare a partita in corso perché nel frattempo ha dovuto fare di necessità virtù trovando alternative valide che diventassero imprescindibili. Calhanoglu è stato reinventato regista proprio in tempo per segnare quel gol al Barcellona che ha permesso a Lautaro Martinez e compagni di cominciare lo straordinario percorso che terminerà la sua traiettoria a Istanbul. Un'altra finale nella città turca 18 anni dopo la famosa finale in cui il Milan si fece rimontare tre gol di vantaggio in 6' proprio dai Reds ma di Rafa Benitez. Che alla vigilia disse che la sua squadra non avesse niente da perdere contro il superteam di Ancelotti. Forse anche Inzaghi ripeterà quelle parole il 9 giugno, a maggior ragione dopo aver visto in tv il modo autoritario con cui il Manchester City ha spazzato via dalla competizione i campioni d'Europa del Real Madrid in semifinale. Pep sogna un altro Triplete, Inzaghi il primo con Supercoppa (già vinta) e Coppa Italia (da vincere) ma senza scudetto. Già, lo scudetto. L'origine dei mali o forse la genesi della gloria.
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