Quanto Beppe Marotta apre bocca, non lo fa mai a caso. Il presidente dell'Inter, incalzato ieri dai cronisti presenti a margine dell'evento in cui ha ritirato il 'Premio Liedholm 2024', è entrato a gamba tesa sugli 'avversari' - sportivamente parlando - Paolo Scaroni e Antonio Conte.
Nella battaglia dialettica con il numero uno del Milan, che poche ore prima aveva affermato di essere il "presidente della vera e unica squadra di Milano", Marotta ha risposto con una frecciata sulla seconda stella, conquistata in faccia al Diavolo e cucita ora sulla maglia nerazzurra. Oltre che sulla sua cravatta: "Dipende da che punto di vista. Se l'unica squadra di Milano è rappresentata da lui è perché noi rappresentiamo qualcosa di ancora superiore - ha detto il varesino -. Ma non voglio far polemiche, Paolo è un amico. Ognuno di noi due, giustamente, cerca di portare avanti il proprio club definendolo il migliore in assoluto. Noi abbiamo due stelle, auspico che presto possa raggiungerle anche il Milan" ha poi concluso con orgoglio, ricordando il leggendario traguardo tagliato dal Biscione lo scorso 22 aprile dopo l'ennesimo derby vinto in un San Siro rossonero che ha provato (inutilmente) a dribblare la frustrazione pompando musica techno ad alto volume.
Il capo di Viale della Liberazione ha poi replicato anche all'amico-nemico Conte, allenatore del Napoli al suo fianco negli anni trascorsi sulle panchine di Juventus e Inter e protagonista di uno show gratuito nel post partita del big match di San Siro, quando ha innescato a colpi di 'Ma che significa!?' la polemica sul protocollo VAR mentre commentava a caldo il contatto tra Anguissa e Dumfries che ha portato al rigore (poi sbagliato) da Calhanoglu: "Conte è persona intelligente e grande comunicatore. Ha il suo obiettivo quando parla - ha spiegato Marotta -. L'arbitro era ben vicino all'azione, sicuramente c'è stato il contatto, il piede è stato spostato e quindi era rigore. Se ha voluto spostare l'obiettivo? Non lo so, ma credo che sia stato un episodio neanche determinante, sfortunatamente. Poi il dibattito sul protocollo Var è un dibattito costruttivo - ha infine concluso -. Con la tecnologia gli errori sono diminuiti. E nella fattispecie il rigore era ineccepibile".
Eppure il buon Conte, che si è inalberato davanti ai microfoni delle tv e ai giornalisti presenti nella sala stampa di San Siro, dimostra di guardare egoisticamente solo al suo orticello. Perché il contatto tra Anguissa e Dumfries (anche se leggero e non da rigore, ma non - purtroppo - nel calcio di oggi) esiste, così come esiste la mano di Olivera (e non de Dios) che tocca il pallone in area di rigore azzurra levando un possesso pericoloso a Lautaro. Perché il Comandante che vuole rivoluzionare il protocollo VAR non ha fatto riferimento anche a quell'episodio? Dov'era era nascosta tutta questa rabbia contro il VAR quando il suo Napoli, appena qualche settimana fa, strappava tre punti sudati al Castellani di Empoli grazie al rigore trasformato da Kvaratskhelia dopo il tuffo di Politano, mai colpito da Anjorin? "Questa cosa dell'intervenire (da parte del VAR, ndr) la vedo come una presa in giro - ha tuonato Conte nella conferenza post Inter-Napoli -. Ma chi l'ha fatto 'sto protocollo? Allora cambiamo le regole. Se c'è un errore, il VAR deve intervenire". Sempre, però. Non a convenienza.
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