editoriale

Come nei sogni di un bambino

Come nei sogni di un bambino

Non solo quello di Christian. Al 43' di Danimarca-Finlandia, a fermarsi è stato il cuore di tutti i tifosi, di tutti gli appassionati di calcio. In quei 12 minuti nei quali il fuoriclasse danese è rimasto sospeso tra la vita e...

Alessandro Cavasinni

Non solo quello di Christian. Al 43' di Danimarca-Finlandia, a fermarsi è stato il cuore di tutti i tifosi, di tutti gli appassionati di calcio. In quei 12 minuti nei quali il fuoriclasse danese è rimasto sospeso tra la vita e la morte, il tempo si è fermato e tutti noi siamo rimasti nel limbo assieme a lui. La testuggine formata dai compagni di squadra ha preteso lontananza da sguardi indiscreti, ma ha protetto anche noi che da un lato non riuscivamo a distogliere gli occhi dal corpo esanime del numero 10 e dall'altro non volevamo fare altro che scappare in un posto che non fosse il Parken di Copenaghen. Un paradosso, come ce ne sono tanti in questa storia.

Gli occhi volevano vedere ma anche sigillarsi. E così anche l'anima aveva un bisogno frenetico di notizie ma sperava pure in una tregua. Immancabili le polemiche sul come e quando seguire la vicenda a livello giornalistico: francamente, ce ne frega zero. In quei frammenti, siamo tutti stati Christian e siamo tutti stati Kjaer; siamo tutti stati i soccorritori e siamo tutti stati gli avversari; siamo tutti stati la compagna di Chris scesa dalla tribuna e siamo tutti stati quei tifosi pietrificati sugli spalti. La vicenda abbraccia tutti, perché è una storia di vita prima ancora che di sport. Ci riguarda da vicino perché tocca le corde emotive in un momento di festa massima, quando il tifo c'è ma non è assillante come quello più effimero per le squadre di club. Con le Nazionali, si torna a respirare l'aria del calcio più vero, quello delle famiglie negli stadi e delle famiglie nelle case. Tifare la Nazionale è qualcosa di aggregante molto più che di divisivo. Si riscoprono momenti di comunità e, inevitabilmente, nei grandi tornei internazionali, tornano alla mente le estati d'infanzia, quando la scuola era finita e si correva in cortile anche dopo la partita serale per riprodurre le gesta dei calciatori appena viste in tv (ché tanto all'indomani potevi alzarti tardi).

Quando Christian è crollato sul terreno privo di sensi, sono crollati assieme a lui anche i nostri sogni e le nostre spensieratezze. È stato come se in una fiaba per bambini all'improvviso fosse entrato in scena l'orco cattivo a divorare il personaggio principale, l'eroe invincibile. Non è giusto. Non è possibile. Sono eventi che stanno bene con il freddo e con le intemperie, non con il sole, la fine della scuola, le merende con gli amici, i raduni in famiglia, i gelati e le bibite gassate. Un paradosso, l'ennesimo.

Christian adesso sta meglio. No, non si sa se potrà tornare a giocare, ma interessa il giusto. Ciò che importa è che sia vivo e che potrà stare con la sua famiglia. È il lieto fine che Christian merita. Christian, non Eriksen, perché lui è noi e noi siamo lui. Come nei sogni di un bambino.