A Roma solo la Lazio” intonano gli interisti presenti all’Olimpico, in omaggio al vecchio e tanto caro gemellaggio tra curve. Eppure a Roma ieri il prato dell’Olimpico sembrava tingersi quasi esclusivamente di nerazzurro. Un nerazzurro che oggi più che in altre gare sa di malinconica beffa nonostante tutto, persino quel “grazie Simone” esposto dalla Nord laziale per ricordare i ventidue anni insieme che, per l’appunto, “non si dimenticano”.  Ventidue anni finiti con l’addio che ha portato Inzaghi a succedere a Conte sulla panchina dell’Inter e con la quale ieri ha fatto ritorno per la prima volta di fronte alla gente che ancora oggi sente un po’ sua. “Questi colori sono e resteranno per sempre nel mio cuore: il bianco e il celeste saranno per sempre parte della mia anima” aveva scritto nella lettera di saluti alla sua Lazio, lo scorso giugno. Ma ieri per Simone non c’era e non c’è stato spazio per i ricordi, né per le emozioni… quantomeno fino al 60esimo.


Personalità, sicurezza, carattere, solidità e stoicismo quelli messi in campo dalla squadra di Inzaghi per tutto il primo tempo e i primi 15’ del secondo. Al 63esimo però a mischiare le carte è Irrati con la complicità del VAR: calcio di rigore per un tocco di mano di Bastoni, punibile da regolamento, meno se la famosa “discrezione dell’arbitro” tenesse conto di intenzione e campo visivo del giocatore, reo di toccare il pallone su un rimpallo partito da Patric. Discrezione che porta Irrati a indicare il dischetto quindi Immobile a pareggiare la gara e spostare l’ago di un match che cambia improvvisamente e inesorabilmente tinta.


“Questo è il tempo di vincere con te” cantavano i biancocelesti prima del fischio d’inizio, come da routine sulle note di Battisti, e i grigi giardini laziali si tramutano in giardini di marzo. Come la canzone e molto più: risorge la squadra di Sarri che si carica di consapevolezza e garra, facendosi primavera prima di esplodere in un’estate di emozioni.


Un turbinio di sentimenti che portano i campioni d’Italia all’esasperazione: personalità, sicurezza, carattere e solidità svaniscono per lasciare spazio a nervosismo e opacità culminate dopo il vantaggio laziale arrivato dopo un rivedibile fair play che fa del contropiede di Felipe Anderson la mossa vincente del match. Mai fischiato il fallo di Lucas Leiva su Federico Dimarco rimasto a terra, impossibilitato a partecipare alla transizione difensiva, ignorato da Irrati e dai giocatori capitolini malgrado l’indicazione dei difensori della Lazio verso Reina suggerendo all’ex Milan di interrompere l’azione mandando fuori il pallone.


È caos sotto il cielo di Roma: i cartellini scorrono a fiumi direttamente proporzionali alla rabbia tra le file dei nerazzurri che in meno di dieci minuti rimediano quattro gialli e un altro gol firmato dal solito Milinkovic-Savic, gettando nel più profondo abisso del Tevere tre punti che per più di un’ora di gioco sembravano blindati, oltre che doverosi.


Un ritorno a casa meno piacevole dell’accoglienza ricevuta per Simone, costretto all’amarezza dichiarata dalle sue stesse parole nel post partita: “Per un'ora abbiamo fatto la migliore delle ultime gare, potevamo fare anche il secondo. Non si può perdere una partita così. Dopo il 2-1 abbiamo perso la testa. Ad una squadra come la Lazio non puoi concedere di tornare in partita, saranno due giorni di analisi".


Giorni di analisi, mea culpa, recriminazioni e amarezza prima di pensare alla chiamata dall’Europa, oggi squillante più che mai.

Sezione: Editoriale / Data: Dom 17 ottobre 2021 alle 00:03
Autore: Egle Patanè
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