"Nell'Armando Picchi” si respirava un’aria diversa da tutte le altre società. Aveva un ottimo settore giovanile, era ben strutturata e soprattutto veniva portata avanti nel rispetto del nome di Armando. Che era un giocatore memorabile. Quel tempo lì ho saputo, dai racconti dei vecchi della mia città, che nella Grande Inter c’erano due livornesi: Picchi e Balleri. Uno tutto ragione e misura, l’altro estroso e bizzoso. Due volti della livornesità". Lo dice Massimiliano Allegri, che iniziò il suo percorso da calciatore proprio nel sodalizio intitolato all'ex capitano della Grande Inter. Ecco qualche altro passaggio della sua intervista al Corriere dello Sport.
Una volta lei disse che una squadra, per essere vincente, deve avere un forte nucleo di italiani...
"Io non sono un maniaco delle statistiche ma se lei guarda le formazioni delle squadre che hanno vinto lo scudetto troverà la piena conferma della mia tesi. Con l’eccezione dell’Inter che però aveva un nucleo coeso di giocatori argentini, molto simili, per carattere, agli italiani. Il campione straniero ti fornisce il di più tecnico o di estro. Ma il nucleo di una squadra vincente lo garantisce chi conosce il campionato nazionale, sa la storia del nostro calcio, conosce il passato del club in cui milita. Io vorrei che questo scattasse già dalle formazioni giovanili".
Che pressione sente un allenatore costretto a vincere? Lei nella Juve su 83 partite ne ha perse nove. E l’anno scorso ha compiuto una rimonta stellare. Questo campionato sembra già assegnato, secondo i pronostici estivi. Come si sente, nella parte della lepre?
"La lepre, giustamente, scappa. Io invece sono realistico. La Juve è favorita per il raggiungimento di un obiettivo storico, il sesto scudetto. E poi vorremmo vincere la Supercoppa, la Coppa Italia. Non sarà facile nulla di tutto questo ma abbiamo il dovere e la possibilità di farcela. Per la Champions la sfida più dura è ora. In due partite, con il Lione, ci giochiamo la qualificazione. È una sorta di eliminazione diretta. Ma ho fiducia. La Juve è un’ottima squadra, deve migliorare la qualità del gioco ma sta crescendo".
Chi è il miglior allenatore, oggi, nel mondo?
"L’allenatore migliore è quello che vince di più. In questo senso le rispondo Guardiola e Ancelotti. Voglio anche dirle che non esiste un solo metodo per allenare bene e per vincere tanto. Ogni stagione è diversa, ogni partita è diversa, ogni allenamento è diverso. E poi ci sono allenatori che preparano benissimo la partita e perdono e altri che non la preparano per nulla e vincono. Questo è il bello, e anche il mistero, del calcio".
Il mercato è un problema?
"Io penso sia sbagliato far durare tanto il calciomercato. Che finisce a campionato iniziato. Non può durare sessanta giorni, va chiuso il 15 Luglio. In modo che in ritiro e nel precampionato i giocatori siano tranquilli e gli allenatori possano impostare la squadra con chi ci sarà. Ci sono miei colleghi che si sono trovati con dieci giocatori in uscita e dieci in entrata nell’ultimo giorno di mercato. Va a scapito del livello tecnico, della progettualità del nostro calcio. E se ne vedono le conseguenze nei turni preliminari delle coppe europee. Non si può chiedere agli allenatori di improvvisare e non si possono tenere i giocatori in permanente incertezza".
E della finestra di gennaio che farebbe?
"Altra cosa assurda. Se ti arriva un giocatore a febbraio non hai neanche il tempo di fargli assimilare gli schemi di gioco. Quella finestra deve essere spostata a Novembre, per dare continuità agli assetti tecnici e serenità ai giocatori, liberando tutti anche dalle comprensibili ma non virtuose pressioni dei procuratori perché i ragazzi vengano schierati, al fine della loro valorizzazione in un mercato permanente".
Chi sono i migliori giovani italiani?
"Ovviamente Donnarumma, poi Locatelli, Pellegrini, Berardi, Bernardeschi, Romagnoli, Rugani. Ma le faccio una premonizione: la generazione dei nati nella seconda metà degli anni novanta genererà, dopo i Mondiali del Quatar, una nazionale fortissima. Ci sono anche molti ragazzi delle giovanili bianconere che, saggiamente, la società manda a crescere in un paese come la Svizzera in cui, di dodici squadre della massima serie, sei vanno nelle coppe europee. Così i giovani sono sempre sollecitati alla tensione del risultato e maturano velocemente".
Autore: Alessandro Cavasinni / Twitter: @Alex_Cavasinni
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