"Intanto buongiorno a tutti, sono molto felice di essere qua in questo festival della Serie A, perché il calcio, come avete visto, è un fenomeno non solo sportivo, ma è anche un fenomeno di forte aggregazione sociale, al di là di quella che può essere poi la fede, questo è un appuntamento che vivo veramente con grande emozioni perché vedo tanti giovani che rappresentano la generazione del futuro quindi io sono passato anche io attraverso questo percorso. Spero che questo confronto tra me e te possa lasciare a voi qualcosa, qualche pillola di saggezza perché possa essere poi veramente fonte di ispirazione per voi, per la professione che vorrete fare, per quello che può essere il vostro futuro". È iniziato così il lungo intervento del presidente dell'Inter, Giuseppe Marotta dal palco del Festival della Serie A dal quale il numero uno dei Campioni d'Italia parla ampiamente di vari aspetti che riguardano la sua carriera ma anche e soprattutto l'Inter.
"Una delle prerogative che secondo me che deve avere il manager è proprio quella di avere il coraggio. Coraggio e consapevolezza viaggiano quasi parallelamente. Consapevolezza era, in quel momento, capire appunto ciò che stava avvenendo", dice Marotta evocando il periodo che stava vivendo la società milanese esattamente un anno fa, imbrigliata tra il post-Monaco e post-Inzaghi e l'arrivo di Cristian Chivu. "Noi eravamo riduci da, purtroppo, una debacle a Monaco, dall'abbandono da parte di Inzaghi, o quantomeno un divorzio consensuale con una persona che aveva dato molto all'Inter e quindi è normale che nello sport tutto si brucia con una facilità estrema rispetto a qualsiasi altra attività lavorativa, per cui c'è stata questa risoluzione, dovevamo trovare una soluzione e nel frattempo però avevamo forte in mente quello che era il modello di riferimento che la proprietà e noi club avevamo in testa quindi dovevamo trovare l'attore protagonista, il profilo che potesse identificare questo modello. E quindi abbiamo senza ombra di dubbio, ma con una facilità estrema, deciso di affidare nel giro di poche ore la gestione della squadra a Chivu che è stato sì, un atto coraggioso ma, ripeto, il coraggio deve essere insito in chi ha responsabilità la consapevolezza di capire il momento, nonostante alcune pressioni. Strada che è stata decisamente vincente. Non è stata fatta nemmeno una scelta per il rinnovo, è stata ovviamente una conseguenza di quella che è stata l'annata e delle ottime cose che ha portato Christian Chivu a livello tecnico, a livello di squadra, a livello di risultati, a livello proprio di gruppo. L'allenatore in una squadra di calcio è il leader, rappresenta colui il quale gestisce un gruppo di persone che poi cambi facendoli diventare una squadra".
Qual è la breve differenza che c'è tra la squadra e il gruppo?
"Noi siamo un gruppo di persone però non condividiamo delle cose in questo momento. Una squadra condivide un percorso, condivide valori, condivide degli obiettivi e quindi ci deve essere un leader che deve fare da coordinatore. Chivu si è identificato, ma anche qua è leader non perché gli viene riconosciuto dalla società, cioè tu fai l'allenatore e quindi comandi... Ma, è un po' il contrario: quando la squadra riconosce in lui le qualità per essere leader. Io nella storia mia calcistica indirettamente ho assistito a personaggi forti che poi sono stati disconosciuti dalla squadra e hanno portato a divorzio. In questo caso, devo dire, il primo atto è stato quello di riconoscere lui il leader, dopodiché la certificazione è arrivata dalla squadra attraverso il fatto di essere una squadra sola, di avere, come dicevo prima, intenti comuni e riconoscere lui quello che era. Ovvero colui da portare verso, come è successo, vittorie importanti".
Christian Chivu che ha ancora fame... Ha usato un altro concetto bellissimo: ha parlato di premura. È la prima volta che sento una parola del genere detta da un allenatore...
"Un allenatore deve essere premuroso, perché nel gruppo deve prevaricare l'io e Chivu arrivava in un gruppo anche di tante forti personalità, a cominciare da quella del capitano, Lautaro Martinez. Cristian, chiaramente se facciamo il paragone con me e ci sono un po' di decine di anni di differenza, abbiamo qualità diverse, no? Magari posso essere più saggio, lui dalla sua ha molto più entusiasmo perché è giovane, perché sa che è davanti degli obiettivi da raggiungere, un avvenire che vuole essere pieno di cose concrete, di vittorie, per cui se da una parte magari questi ragazzi giovani hanno la caratteristica di non avere l'esperienza, l'esperienza è va di pari passo con la competenza. Se tu hai competenza e esperienza hai facilità di vittoria, ma se non hai l'esperienza rischi di fare errori anche se sei bravo. Chivu sta crescendo di giorno in giorno, io gli sono vicino e lo noto. E quindi della sua qual è la caratteristica molto bella rispetto a me, per esempio? Che è molto carico, pieno di entusiasmo, pieno di voglia di fare".
Le chiedo se a noi è sfuggito qualcosa, perché giustamente come media possiamo arrivare fino a un certo punto. Nei segreti dello spogliatoio è bene che non ci si vada e non ci si arrivi... È vera la serenità olimpica di Chivu nei momenti difficili?
"Intanto dico che il ruolo dell'allenatore è molto cambiato rispetto a prima. In tutte le cose c'è un processo di innovazione, quindi bisogna adattarsi e anche la figura dell'allenatore oggi deve avere delle skills, delle qualità molto diverse rispetto a prima. Oggi la squadra riconosce nell'allenatore il leader, ma questo leader poi deve avere delle grandi qualità che rispetto a prima sono appunto diverse, cioè il fatto di gestire degli uomini. Gestire ragazzi che sono molto più emancipati rispetto ai calciatori di una volta che avevano delle grandissime altre altre qualità, ma questi ragazzi di oggi sono esigenti proprio nel confronto con chi li guida e quindi capacità dell'allenatore moderno è anche quello di essere psicologo, di essere colui il quale deve velocemente capire chi ha davanti, adattarsi ai venticinque giocatori davanti, che sono tutti differenti uno dall'altro e cercare poi di creare questa squadra che debba avere delle denominazioni comuni nei valori che contraddistinguono poi il percorso. Ecco, Chivu ha questa, che può essere diciamo definita, tipo di intelligenza. La fortuna è una circostanza favorevole che ci aiuta ad arrivare al successo. Non è tutto, ma comunque è sicuramente importante. Ebbene, noi abbiamo avuto forse la fortuna di aver scelto una persona giusta, perché chiaramente pur conoscendolo non lo conoscevamo fino in fondo e in questa stagione o abbiamo avuto modo di conoscerlo e ha tantissime qualità".
Questa scelta l'abbiamo portata a casa. Firma del rinnovo a inizio settimana?
"Io l'ho sempre definito un atto formale perché c'è da parte di entrambi. C'è dalla proprietà e il club da una parte e per l'allenatore dall'altra la volontà di proseguire in questo percorso, per cui per cui assolutamente posso dire che abbiamo raggiunto un accordo che sarà siglato senza nessun problema quando tornerà dalla brevissima vacanza che sta facendo. Non c'è mai stato nessun problema".
Quest'anno Lautaro ha fatto uno switch diverso, è andato anche oltre, è diventato giocatore uomo totale presenza totale per gli altri?
"Sì. Direi di sì. È chiaro che questo percorso, fatto anche di cambiamenti, il fatto di aver, come dicevo, vissuto l'esperienza del quotidiano ti porta a un arricchimento e quindi diventi più forte, più consapevole, sai anche come ti poni davanti alle difficoltà del cammino e che giustamente lo fai attraverso il vissuto. Più che un cambiamento, è una crescita spontanea, fisiologica".
Dopo l'infortunio contro il Bodo è rientrato e ha rivitalizzato anche Thuram che con la Roma ha avuto una svolta.
"È stata non dico la svolta, ma la certificazione di una consapevolezza che noi potevamo essere protagonisti fino in fondo. Quella è stata la partita che ha certificato questo e quindi da lì abbiamo rafforzato quello che era un po' la motivazione, la cosiddetta autostima e abbiamo proseguito in un percorso, che è stato comunque difficile da una parte, però in cui avevamo una grandissima qualità e la convinzione di voler vincere. Questo ci ha portato poi ad affrontare altre difficoltà. Ricordo, per esempio, la partita di Como, dove eravamo addirittura sotto e poi abbiamo recuperato, che ci ha dato proprio la certezza di poter, non dico vincere, ma arrivare fino in fondo".
C'è un nome di cui si è scritto o parlato meno?
"Fare nomi sembra un po' imbarazzante perché tutti meriterebbero elogi, elogi da parte mia, da parte nostra. È chiaro che il ruolo predominante, quello che è sotto l'attenzione, come dicevamo prima, è quello del capitano. Anche qua vale lo stesso discorso dell'allenatore, premesso che nel tempo il capitano in un calcio romantico dove le bandiere rimanevano tali Rivera, Mazzola, Totti erano capitani di lungo corso. Nel calcio di oggi c'è una movimentazione frequente che questa figura ha perso un attimino alcuni valori, ma nella nostra squadra devo dire Lautaro ha e rappresenta il ruolo del capitano. Ma perché, anche qua, è stato riconosciuto dai compagni come leader. E quindi questo ruolo non è solo perché noi società glielo abbiamo dato, ma perché i compagni l'hanno voluto. Devo dire che lui, anche e soprattutto con le prestazioni di campo perché ha dato un contributo importante e concreto, si è ritagliato questo ruolo. Quindi poi tutto ciò che voi vedete in campo lo si trasforma anche nella serenità che lui ha nei rapporti con i compagni, e dico lui per dire tutta la squadra".
Su Pio Esposito.
"Diciamo che questo è un po' il nostro fiore all'occhiello. Siamo molto orgogliosi di aver vinto uno scudetto e soprattutto di aver valorizzato alcuni giovani che arrivavano proprio dal nostro settore giovanile, quindi questo non può che essere poi fonte di ispirazione per tante altre società, perché io credo anche qua, soprattutto in Italia, parliamo di crisi, si dice sempre di far giocare i giovani, ma il coraggio di far giocare i giovani va comunque di pari passo con una pressione e anche dal punto di vista mediatico che bisogna capire poi che cos'è questo fenomeno. In realtà l'Italia è unica nel mondo dove la pressione condiziona l'attività dei club. Parlevamo prima della scelta nostra fatta su Chivu che ha subito delle forti critiche, delle pressioni anche mediatiche. Se questo processo di cambiamento passa attraverso la valorizzazione dei giovani, ci deve essere anche da parte vostra (dei media, ndr), da parte di tutti coloro i quali sono appassionati di calcio, a introdurre una nuova cultura".
Un nuovo concetto, quello di pazienza?
"Che è quello della sconfitta. Noi abbiamo la cultura della vittoria, che tra l'altro manca spesso e che io cerco sempre di valorizzare al massimo, ma non abbiamo per niente la cultura della sconfitta. Quello che invece c'è in Inghilterra, viene sempre preso d'esempio, no? Il campionato, la Premier League viene sempre presa d'impegno. Ebbene, quando una squadra perde, non succede quello che succede in Italia. Ma proprio perché ma anche a questo concetto molto forte, ma molto importante, che dà la possibilità anche poi alle società di essere serene nell'interpretazione di quello che è il proprio modello che è quello di portare avanti i giovani senza immaginare che fai giocare un Espposito davanti a 80.000 spettatori e magari buca la partita ed è oggetto di critiche e rischi di perderlo e non lo recuperarlo più. Anche noi siamo oggetti di pressioni per cui ci deve essere proprio questo cammino tra la realtà diretta delle società e il mondo che lo circonda, proprio perché anche il calcio italiano ha bisogno di questa crescita e la crescita ce l'hai anche attraverso questo coraggio che le società devono avere di far giocare i giovani".
A proposito di giovani. Siete iscritti alla corsa su Palestra?
"Torno un attimo sull'esempio dei giovani. Abbiamo a che fare per entrambi con quella definizione di talento. Oggi non possiamo leggere il futuro, io ho avuto la possibilità di gestire tanti talenti che poi non sono diventati campioni, perché bisognerebbe fare un dibattito sul processo di crescita dal talento al campione. Il talento è oggi quello come può essere il Pio Esposito e lo stesso Palestra, che dimostra delle grandissime qualità tecniche, grandissime qualità fisiche, grandissime qualità di apprendimento tattico. Ma poi il cammino è molto lungo e passa attraverso la trasformazione da talento a campione attraverso, come dicevo prima, quell'aspetto cerebrale, motivazionale, di valori umani che bisogna avere. Se non hai questi valori evidentemente rimani talento e non diventi campione. Io ho avuto a che fare non per tanto ma per alcuni mesi con Cristiano Ronaldo e posso dire che Cristiano Ronaldo era un vero campione in campo come l'avete visto voi, ma soprattutto fuori dal campo per come si comportava, per come interpretava da punto di vista professionale il ruolo del calciatore, una persona che dedicava tantissime ore alla cura del corpo, delle sue performance e allora quando ci si trova davanti a questi soggetti come può essere più esposito e palestra. Bisogna innanzitutto avere la capacità, la consapevolezza di non caricargli troppa pressione, perché adesso anche il povero Palestra, ci sono tutti i giornali tutti i giorni che parlano di lui, e per un ragazzo di 21 anni non è facile. È chiaro che oggi i giovani rappresentano il futuro, ma io voglio essere prudente perché il cammino da fare è ancora molto lungo e se da una parte il prodotto più esplosivo è un prodotto nostro, quindi diciamo a costo zero perché arriva dal nostro settore giovanile, dall'altra questo è un giocatore di proprietà dell'Atalanta, non è nostro, che ha un valore di mercato giusto e logico, per cui credo che sia appetibile da tantissimi club, non solo italiani, io posso solo oggi dire, con molto rispetto, che è un giocatore che piace a tante squadre".
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