A riveder le stelle. Partiva così la stagione 2018/19 dell'Inter di Luciano Spalletti, quando i nerazzurri dopo un finale di stagione (2017/18) al cardiopalma riuscivano a riveder le stelle dell'Europa che conta. Stelle che però, con il toscano prima e con Conte nei due anni successivi, si avvicinarono sì al punto da far risuonare a gran voce il famoso inno di Tony Britten ma senza mai riuscire ad avvicinarsi al punto da irradiare sufficientemente il percorso europeo della Beneamata, rea d'inciampare quasi sempre all'ultimo gradino. A completare l'opera, iniziata proprio con Spalletti in quel lontano 2018, è oggi - o meglio, ieri - Simone Inzaghi. L'ex laziale, arrivato in sordina e quasi in seconda battuta, non ha ancora vinto nulla - come prontamente, sulla difensiva, qualcuno asserisce. È vero. Ma dal suo arrivo ad oggi, il piacentino ha già vissuto tutti e tre i regni danteschi.
I TRE REGNI DI INZAGHI - Dall'infernale 0-1 di San Siro con il Real al paradisiaco 2-0 di ieri. Un ko, infernale per risultato ma non 'per il ben ch’i’ vi trovai' in una delle migliori gare messe a referto in stagione dai campioni d'Italia, un pari e tre vittorie è il bilancio dei nerazzurri nella fredda e severa Europa. Pareggio ottenuto all'andata proprio con lo Shakhtar che a Kiev si era presentato con gli stessi tratti somatici da inespugnabile fortezza che nella passata stagione avevano mandato in tilt il calcio contiano sancendo la fine dei giochi europei per i nerazzurri. Inespugnabilità venuta meno al Meazza, dove i padroni di casa, usciti rafforzati dalla grande vittoria ottenuta con il Napoli, hanno annichilito e frantumato ogni strategia dezerbiana sfoltendone la selvaggia, aspra e forte selva che di paura avea il cor dei nerazzurri compunto.
IL VOLO DEL CIGNO - A salvare i nerazzurri da 'la bestia che fa tremar le vene e i polsi" nessun 'principe dei poeti di Roma', bensì il cigno di Sarajevo. Dopo qualche giornata di appannamento e qualche errore di troppo nel primo tempo che ha sottratto sostanza ad un tabellino poi dimezzato dal var, il nove nerazzurro ha dispiegato ancora una volta le bianche e ampie ali sulle quali si è caricato il peso di una squadra trascinata fino agli ottavi di finale. Due-tre grandi peccati nel primo tempo hanno soffocato l'esultanza dei quasi 50 mila presenti sugli spalti del Meazza, scalpitanti come da copione ma silenziosamente timorosi di uno scivolone letale, tristemente tipico nelle edizioni precedenti. Non c'è due senza tre, di errori... E dopo il terzo tentativo a vuoto che ha lasciato presagire un non so che di già visto, Dzeko si intestardisce e senza pensarci troppo calcia un pallone che inchioda Trubin e lo Shakhtar.
IL BACIO DEL PRINCIPE che spezza il sortilegio degno del miglior lungometraggio Disney. Il bosniaco ci prende gusto e dopo sette minuti dal gol - questa volta valido - del vantaggio è ancora lui a inzuccare su un'altra, ennesima pennellata di Ivan Perisic che vale praticamente il lasciapassare al turno successivo. A proposito del croato, che Ausilio e Marotta stanno tentando di trattenere, ci sarebbe da dire: "Quanto è terribile Ivan?". La risposta è da ricercare più che nella partita di oggi nella parabola ascendente dell'ex campione d'Europa che dopo aver sollevato la coppa dalle grandi orecchie pare vivere di una nuova giovinezza. Primavera alla quale lo stesso croato giustamente non vuole credere per via delle "già tante buone partite ed esperienze in carriera" e alla quale al contrario va resa giustizia. "Devo e dobbiamo continuare così perché siamo sulla strada giusta e solo giocando così da squadra possiamo continuare a fare grandi cose" carica ulteriormente Perisic a InterTV dove a proposito dell'assist risponde che "ciò che conta è la vittoria della squadra", dichiarazione apripista all'umile ma sincero "grazie" pronunciato, il cui umile e sincero intento potrebbe serenamente prendere concretamente forma con una semplice sigla da sottoscrivere al rinnovo.
HAKAN, ANCORA TU - Come nel derby e ancora col Napoli, si conferma Hakan Calhanoglu l'uomo in più mancato ad un certo punto al centrocampo di Inzaghi. Il turco, migliore in campo allo stesso piano dei due sopraccitati compagni, vive l'entusiasmo di rendimento del momento che speriamo non esaurisca con il cambiar del vento. È ancora lui che condisce la gara di un mordente che fa subito male all'avversario ed è ancora lui a metterci lo zampino nell'azione del 2-0, diventata letale per gli ucraini. Nel periodo di appannamento interista era proprio l'ex Milan a non convincere e a perdere qualche po' di gas nelle gerarchie di Simone Inzaghi, sempre più padrone di un'Inter "più bella che pragmatica" - per citare lo stesso - che oggi ha raggiunto il primo, nonché dichiarato, obiettivo stagionale.
INZAGHI COME VIRGILIO - "Il nostro grande obiettivo è difendere lo scudetto appena vinto e fare un percorso in Champions migliore" aveva detto il 7 luglio 2021 durante la conferenza di presentazione come nuovo allenatore dell'Inter. "Da parte mia c'è grande entusiasmo. Ho grandissime motivazioni. So che si prospetta un lavoro importante" e così è stato. L'entusiasmo e le motivazioni tangibili in ogni uscita, ma anche il lavoro importante sebbene le 'facilità' del caso di trovare una squadra perlopiù rodata, ma anche lo step da fare per rendere migliore il percorso europeo fatto fino a questo momento. E allora sì, "per quel cammino ascoso intrammo a ritornar nel chiaro mondo". Senza alcun sommo poeta romano, ma con un sommo tecnico naturalizzato romano, dieci anni e trecentotrentotto minuti dopo... "E quindi uscimmo a riveder le stelle".
I TRE REGNI DI INZAGHI - Dall'infernale 0-1 di San Siro con il Real al paradisiaco 2-0 di ieri. Un ko, infernale per risultato ma non 'per il ben ch’i’ vi trovai' in una delle migliori gare messe a referto in stagione dai campioni d'Italia, un pari e tre vittorie è il bilancio dei nerazzurri nella fredda e severa Europa. Pareggio ottenuto all'andata proprio con lo Shakhtar che a Kiev si era presentato con gli stessi tratti somatici da inespugnabile fortezza che nella passata stagione avevano mandato in tilt il calcio contiano sancendo la fine dei giochi europei per i nerazzurri. Inespugnabilità venuta meno al Meazza, dove i padroni di casa, usciti rafforzati dalla grande vittoria ottenuta con il Napoli, hanno annichilito e frantumato ogni strategia dezerbiana sfoltendone la selvaggia, aspra e forte selva che di paura avea il cor dei nerazzurri compunto.
IL VOLO DEL CIGNO - A salvare i nerazzurri da 'la bestia che fa tremar le vene e i polsi" nessun 'principe dei poeti di Roma', bensì il cigno di Sarajevo. Dopo qualche giornata di appannamento e qualche errore di troppo nel primo tempo che ha sottratto sostanza ad un tabellino poi dimezzato dal var, il nove nerazzurro ha dispiegato ancora una volta le bianche e ampie ali sulle quali si è caricato il peso di una squadra trascinata fino agli ottavi di finale. Due-tre grandi peccati nel primo tempo hanno soffocato l'esultanza dei quasi 50 mila presenti sugli spalti del Meazza, scalpitanti come da copione ma silenziosamente timorosi di uno scivolone letale, tristemente tipico nelle edizioni precedenti. Non c'è due senza tre, di errori... E dopo il terzo tentativo a vuoto che ha lasciato presagire un non so che di già visto, Dzeko si intestardisce e senza pensarci troppo calcia un pallone che inchioda Trubin e lo Shakhtar.
IL BACIO DEL PRINCIPE che spezza il sortilegio degno del miglior lungometraggio Disney. Il bosniaco ci prende gusto e dopo sette minuti dal gol - questa volta valido - del vantaggio è ancora lui a inzuccare su un'altra, ennesima pennellata di Ivan Perisic che vale praticamente il lasciapassare al turno successivo. A proposito del croato, che Ausilio e Marotta stanno tentando di trattenere, ci sarebbe da dire: "Quanto è terribile Ivan?". La risposta è da ricercare più che nella partita di oggi nella parabola ascendente dell'ex campione d'Europa che dopo aver sollevato la coppa dalle grandi orecchie pare vivere di una nuova giovinezza. Primavera alla quale lo stesso croato giustamente non vuole credere per via delle "già tante buone partite ed esperienze in carriera" e alla quale al contrario va resa giustizia. "Devo e dobbiamo continuare così perché siamo sulla strada giusta e solo giocando così da squadra possiamo continuare a fare grandi cose" carica ulteriormente Perisic a InterTV dove a proposito dell'assist risponde che "ciò che conta è la vittoria della squadra", dichiarazione apripista all'umile ma sincero "grazie" pronunciato, il cui umile e sincero intento potrebbe serenamente prendere concretamente forma con una semplice sigla da sottoscrivere al rinnovo.
HAKAN, ANCORA TU - Come nel derby e ancora col Napoli, si conferma Hakan Calhanoglu l'uomo in più mancato ad un certo punto al centrocampo di Inzaghi. Il turco, migliore in campo allo stesso piano dei due sopraccitati compagni, vive l'entusiasmo di rendimento del momento che speriamo non esaurisca con il cambiar del vento. È ancora lui che condisce la gara di un mordente che fa subito male all'avversario ed è ancora lui a metterci lo zampino nell'azione del 2-0, diventata letale per gli ucraini. Nel periodo di appannamento interista era proprio l'ex Milan a non convincere e a perdere qualche po' di gas nelle gerarchie di Simone Inzaghi, sempre più padrone di un'Inter "più bella che pragmatica" - per citare lo stesso - che oggi ha raggiunto il primo, nonché dichiarato, obiettivo stagionale.
INZAGHI COME VIRGILIO - "Il nostro grande obiettivo è difendere lo scudetto appena vinto e fare un percorso in Champions migliore" aveva detto il 7 luglio 2021 durante la conferenza di presentazione come nuovo allenatore dell'Inter. "Da parte mia c'è grande entusiasmo. Ho grandissime motivazioni. So che si prospetta un lavoro importante" e così è stato. L'entusiasmo e le motivazioni tangibili in ogni uscita, ma anche il lavoro importante sebbene le 'facilità' del caso di trovare una squadra perlopiù rodata, ma anche lo step da fare per rendere migliore il percorso europeo fatto fino a questo momento. E allora sì, "per quel cammino ascoso intrammo a ritornar nel chiaro mondo". Senza alcun sommo poeta romano, ma con un sommo tecnico naturalizzato romano, dieci anni e trecentotrentotto minuti dopo... "E quindi uscimmo a riveder le stelle".
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