Esperienza e professionalità. Le due parole d'ordine dettate dal nuovo a.d. sport interista Beppe Marotta si rivedono nell'identikit di Diego Godin, nuovo arrivo in casa nerazzurra. Difensore centrale, leader di nascita, è dotato di tutti quei valori che fanno di uno sportivo una leggenda: la modestia e la grande personalità. Elegante nello stile di gioco, audace nei contrasti. Salta come un cestista, rincorre l'avversario come un toro che punta al mantello rosso, carica i compagni con il suo fare da condottiero e, di tanto in tanto, si concede anche qualche giocata da circo. Basti pensare che, in terra spagnola, si sia concesso il lusso di liquidare Messi con una 'ruleta' alla Zidane. Milano lo attende, ma lui ha un rapporto da ricucire con il Belpaese: in un primo pomeriggio di Natal del 24 giugno 2014, infatti, ha imitato un dentista coreano facendo fuori l'Italia dal Mondiale nel modo più beffardo possibile.

È nato in Uruguay. Un Paese, di quelli a cui è giusto accreditare la P maiuscola, che fa da spartiacque - quasi da stato cuscinetto - tra il Brasile, terra dei malandri nella quale il calcio è espressione di arte e vitalità, e l'Argentina, luogo in cui i calciatori danzano sulle note del tango più passionale sfoggiando le proprie abilità da giocolieri. L'Uruguay, dal canto suo, non è nulla di tutto questo: ama crearsi un mondo a parte. Testa, cuore e gambe. C'è poco da stupirsi se si tratta della favola calcistica più bella di tutti i tempi: tre milioni di abitanti, due Campionati del mondo che li ha visti vincitori. A Montevideo, per dirla tutta, son convinti di averne vinti quattro (e se Jules Rimet potesse parlare, beh, difficilmente gli darebbe torto). Destino vuole che l'ultimo - tra quelli riconosciuti dagli uruguagi stessi - risalga al 1950. Già, quel pomeriggio del 16 luglio. In cui è stato ribadito il dogma universale del calcio già istituito dall'Italia di Pozzo: le partite si giocano, poi si vincono. Qualunque sia la discrepanza di valori tra le due compagini.

"Dio aiuta chi si alza presto", recita uno dei proverbi più diffusi nel gergo popolare del Paese. E Diego Godin, da una Rosario distante più di 130 chilometri dalla Capitale, di strada ne ha fatta fin troppa: lui, proveniente dalla Repubblica presidenziale uruguagia, è arrivato a novanta secondi dal vincere una Champions League, firmando il gol decisivo in finale, al cospetto dei monarchici del Real Madrid. Nello stadio di Lisbona, la città da cui Cristoforo Colombo partì per il viaggio più importante della storia dell'umanità: in un angolo del Rio de la Plata, tra le tribù indigene che popolavano il continente americano, vi erano anche i Charrúas, devastati dalla colonizzazione spagnola ma ancora vivi nello spirito di ciascun abitante dell'Uruguay. La cosiddetta "garra", ovvero la passione che i giocatori della Celeste riversano sul terreno di gioco fin dai tempi di José Nasazzi, è stato uno dei connotati proferiti da Matías Vecino nel viaggio che - a cavallo tra la fine della stagione sportiva 2017/18 e gli albori dell'annata successiva - ha riportato l'Internazionale di Milano a rivedere le stelle della Champions League.

Nella tradizione calcistica uruguagia, il caudillo è il comandante, il leader carismatico, colui che guida il suo gruppo verso la vittoria. Storicamente si tratta del guardiano difensivo: Nasazzi nel '30, Obdulio Varela l'eroe del Maracanazo. Ai giorni d'oggi questa fascia da capitano che vale molto di più è indossata da Diego Godin. E quest'anno la finale della Copa América avrà luogo in "quello" stadio di Rio de Janeiro: chissà. Per l'ormai ex Atletico Madrid che - come Garibaldi - ha riscosso successo sia in Uruguay che in Europa, adesso si presenta un'altra sfida entusiasmante: tentare di fare la differenza anche nel campionato di Serie A, uno dei tornei più difensivisti tra quelli del Vecchio Continente. Si recherà all'Inter, club che di baluardi se ne intende: si pensi al mastino Tarcisio Burgnich. Ad attendere Godin, molto probabilmente, vi sarà proprio quella maglia numero 2 che l'eroe della Grande Inter ha esibito in campo internazionale con orgoglio e personalità negli anni '60. Starà al classe '86, agli ordini di Antonio Conte, dimostrare di essere all'altezza di una casacca così prestigiosa.

Sezione: In Primo Piano / Data: Dom 16 Giugno 2019 alle 18:57
Autore: Andrea Pontone / Twitter: @_AndreaPontone
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