"Dopo la mia malattia ho avuto un po’ una rinascita calcistica. È stato un periodo non facile, ma da lì è iniziato il mio percorso personale e ho cercato, e cerco fin quando giocherò a calcio, quante più soddisfazioni possibili e penso che col Barcellona, anche se poi alla fine non abbiamo vinto niente, è stata, per come è andata, forse la serata più bella", ha detto Francesco Acerbi, in collegamento con Sky Sport, dove ha ampiamente parlato di sé stesso, di alcuni episodi che gli hanno cambiato la vita e la carriera come la malattia e altri legati anche all'Inter. Doveroso il passaggio sullo storico gol segnato al Barcellona, ma anche sulla finale di Champions e Cristian Chivu. Di seguito l'intervista del difensore nerazzurro.
Durante la malattia ha saputo guardare dentro di sé, guardare ai suoi problemi, e risolverli. Quella forza che hai oggi l’hai trovata da quella situazione?
"Il concetto è quello. Perché per la malattia in sé non ho messo impegno in niente, sono quelle cose che ti vengono fuori da sole. Poi succedono cose più forti di te, le accetti, e se ci sono cose positive la strada poi diventa tutta in discesa. La vita sana non vuol dire soltanto andare a letto presto o non bere mai un goccio di vino o fare tutto alla perfezione, ma sapere quello che vuoi dentro la tua testa. Poi la vita sana è cercare anche riposare e tutte le cose che fanno bene, ma quello che fa la differenza sono le motivazioni che ti scattano dentro di te ogni giorno per raggiungere obiettivi personali e di squadra senza cercare alibi perché gli alibi ti portano ad un vortice negativo che non fa bene. Bisogna sempre guardarsi dentro e cercare di migliorarsi senza alibi".
Come è nata l’azione del gol contro il Barcellona?
"Sull’aneddoto legato a Darmian (al quale ha detto di tenere d’occhio i quarti perché lui sarebbe andato in avanti, ndr) è stato proprio Matteo a raccontarmi di averglielo detto durante la partita, io non lo ricordavo, ma l’avevo detto sicuramente perché dico sempre qualcosa quando vado in attacco. Io ricordo che sul gol di Rafinha non ho detto niente, non ero incavolato. Non era stata una partita che avevamo in pugno, eravamo sul 2-0 sì, ma nel secondo tempo non avevano mai tirato in porta, forse qualche calcio d’angolo, poi il Barcellona è una squadra fortissima quindi ho detto ‘vado su’. Tanto tra 3-2 o 4-2 è uguale, vai a casa. Quindi tanto valeva andar su, ho pensato che se la palla arriva volevo essere lì. Poi mi sono ritrovato lì e ho fatto gol. È stata una sensazione bella, ma l’ho vissuta di più nei giorni dopo, perché la voglia era di andare in finale. Abbiamo fatto il 3 pari, tutto bellissimo, ma se fossimo andati a casa non sarebbe stato lo stesso".
Come fai a giocare con un alluce fuori dalla scarpa e arrivare in finale di Champions League segnando la rete decisiva?
"C’è una spiegazione a tutto. Il buco l’ho fatto perché avevo l’unghia nera, per via dei pestoni e mi faceva male. Così ho fatto un buco per risolvere il problema, l’avevo già iniziato a fare a novembre. Io ho sempre dolore alle scarpe e se mi trovo bene con un paio di scarpe, anche se son belle che mi frega di fare un buco? Non devo essere bello. Magari tanti li fanno sul tallone per via delle vesciche. Io avevo il dito che mi faceva male e ho bucato la scarpa sul dito".
Quella scarpa ti ha riportato un po’ al calcio di provincia?
"Io sono di generazione un po’ vecchio stampo: giocare a qualunque ora del giorno, da solo anche, sotto la pioggia. Quando vado a cena con mia moglie e passo dai paesini e vedo i ragazzini che giocano a calcio mi emozionano ancora. Io sono nato un po’ in quella situazione lì, quando si giocava sempre a qualsiasi orario e condizione climatica. Bello sì il calcio di strada".
Ci parli anche delle cadute e delle risalite. Che messaggio vuoi che passi di te? Il guerriero che vince sempre o cosa?
"Vincere è la cosa finale e secondo me il lavoro paga sempre, poi non sempre si vince. Ma quello che ho capito è che sicuramente non è la sofferenza il problema, perché io lavoro con la sofferenza e la fatica e mi piacciono pure, altrimenti non m sento realizzato. Sono gli obiettivi che ti dai e la sofferenza e il tempo che ci metti per raggiungerli che fanno la differenza. Dare il 100% anche quando le cose non funzionano bene, devi sempre cercare, anche nei momenti di delusione, di sapere la strada e dare il massimo di quello che hai. È quella la cosa che mi appartiene: dare tutto sempre. Sperando che quando finirò di giocare a casa potrò dire ‘bravo comunque, hai dato tutto, non hai rimpianti’. È questo ciò che mi sono detto e ridetto dopo la malattia. Poi quando smetto vedrò, fino a quel momento cercherò sempre di dare il massimo di quello che posso dare".
Allegri, Di Francesco, Simone Inzaghi… Con chi ti sei trovato meglio?
"Al Milan con Allegri ho fatto solo sei mesi, mi ha fatto giocare e lo ringrazio. Era improponibile farmi giocare all’epoca, mentalmente non ero proprio dentro. L’ho sempre detto. Però mi ricordo bene, mi faceva giocare anche quando non avrei dovuto. Di Francesco mi ha aiutato nella regia, poi c’è stato Iachini che fa morire dal ridere e mi ha messo nella difesa a tre. Poi Inzaghi, con cui ho fatto 7 anni, insieme ci siamo tolti grandi soddisfazioni. Mi hanno insegnato tutti qualcosa, ho avuto allenatori ottimi sia a livello umano sia tecnico".
Il giorno della finale di Monaco eravate stanchi all’impressione. Cosa è successo?
"Dopo la partita ci siamo guardati tra noi e non eravamo neanche incavolati perché era stata talmente tanto una partita finita non appena era cominciata che è stato difficile anche da decifrare. Però ho visto stanchezza mentale: abbiamo fatto Bayern, Barcellona, dovevamo vincere con la Lazio e abbiamo pareggiato, eravamo a Como col campionato in ballo, aspettavamo il Napoli… Avevamo sprecato tante energie in meno fino a quel momento. Poi dopo una settimana abbiamo giocato col PSG e ci eravamo caricati tanto per quella partita perché battere Bayern e Barcellona dici ‘qua vinci eh’. Tante persone dicevano che eravamo favoriti, avevamo questa pressione, la stanchezza… E siamo arrivati un po’ scarichi, poi abbiamo trovato un PSG così preparato, forte che ha fatto la partita perfetta e non c’è stato niente da fare. Poi sai, stai sul 2-0, se nel secondo fai il 2-1 magari… però eravamo troppo… Non eravamo al 100% noi, e se non sei al 100% con questo PSG rischi di perdere e noi abbiamo perso anche giustamente".
Adesso che succede con la Nazionale?
"Io ho detto quello che è successo senza fare polemica anche perché non è neanche giusto andare avanti con questa storia. Però nel momento in cui non sono andato all’Europeo perché mi sono operato anche se ho fatto di tutto per andarci, ma ho fatto bene ad operarmi, non ho ricevuto nessuna chiamata né niente. Non mi aspetto niente da nessuno nel calcio però Spalletti non mi ha più chiamato e basta, è finita lì. Lui è l’allenatore, viene pagato per decidere i giocatori da prendere ogni volta e se non mi vedo nella lista pace e amen. Non mi faccio un problema perché è lui a decidere, poi però ci sono stati dei fatti, poi la chiamata che mi fece lui dopo delle dichiarazioni non bellissime che un allenatore secondo me non dovrebbe mai fare in pubblico. Cosa c’entrava poi? Ci sta dire certe cose dopo una sconfitta però… Poi ho deciso io. Mister Spalletti mi aveva chiamato già due volte, poi mi ha chiamato la mattina dicendomi quasi scusa lasciandomi intendere alcune cose, io ho detto ok. Mi ha fatto capire che c’erano degli infortunati e che avrei fatto la partita con la Norvegia e poi basta. Non mi ha detto che magari se avessi fatto bene mi avrebbe considerato per il Mondiale, anzi… Quindi non è stato molto bello, questa telefonata più quelle tre-quattro cose precedenti, a 37 anni mi sento un poco usato. Vorrei vedere chi a 37 anni dopo aver giocato tanti anni se avesse accettato una partita e basta, grazie e stai a casa. Io non sono Messi, non sono Pelé, non sono nessuno però dopo quello che è successo mi richiami dicendomi queste cose…".
Ci andiamo al Mondiale?
"Ci spero perché conosco i ragazzi e gli italiani. Sarebbe il terzo a cui non andremmo e sarebbe una cosa fuori dal normale. I ragazzi sono forti, abbiamo preso un allenatore forte, e non dico che Spalletti non lo fosse eh, ma è un allenatore che mette grinta, passione. Abbiamo una grandissima possibilità di farcela".
Anche con Acerbi ancora?
"Per me il calcio è molto importante. Quindi io vivo per la mia famiglia e per il calcio, ci tengo molto e ho sempre detto che fin quando giocherò ci sarò sempre per la Nazionale, anche se non in quella circostanza.. Non era un addio il mio, ma Gattuso stesso ha detto per ora ‘no’. È lui l’allenatore, è lui che decide, se dovesse chiamarmi mi faccio trovare pronto altrimenti vado avanti come sempre fatto".
Cosa è cambiato da Inzaghi a Chivu? Il vostro è un po’ un problema mentale?
"Sì, basta anche con lo choc della finale perché siamo grandi e vaccinati. Fa malissimo quella sconfitta, ma abbiamo avuto dei mesi per pensarci, poi però quando si riparte bisogna resettare e andare avanti come in ogni cosa. È arrivato mister Chivu che si vede che ha giocato e vinto con gruppi forti e si vede come prepara le cose che sono diverse. Gli allenamenti sono diversi da quelli con Inzaghi, sono belli intensi. È una brava persona, ha ottime idee. Mi ha molto stupito in positivo perché sa cosa vuol dire vincere e perdere, sa cosa pensiamo perché è stato giocatore poco tempo fa, ha vinto e giocato in spogliatoi importanti e sà cosa vuol dire avere un gruppo che in questi anni ha fatto cose importanti. Si vede che è intelligente".
Ti trasformi in un leone quando marchi giocatori come Haaland?
"A me piace anche sfidare me stesso. Cosa mi ha chiesto Haaland col City? La maglia? Sì, io gliene ho chieste due e lui mi ha mandato giustamente a c***e. A me piace molto confrontarmi con campioni, ma ci sono anche attaccanti forti che non giocano nel City, ma che sono forti e mi mettono in difficoltà, ci metto sempre impegno cercando di mettere in difficoltà loro e aiutando la squadra".
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