Beppe Marotta è l'ultimo ospite di 'Giorgia's Secret', il format di DAZN nel quale la giornalista Giorgia Rossi intervista i protagonisti della Serie A. Ecco alcune risposte del presidente dell'Inter, tra aneddoti e curiosità sulla sua carriera.
Ha delle ferite aperte?
"Si sono rimarginate tutte, io ho uno scudo che mi preserva da ogni situazione non gradita".
Ha lasciato qualcosa a metà nella sua vita?
"Certo, soprattutto negli affetti, nel poco tempo che ho dedicato ai miei figli. Purtroppo quando entri nel mondo del calcio finisci in un vortice che ti coinvolge sempre di più. Ritengo che per vincere bisogna dedicare tanto tempo, curando i particolari che sono fondamentali".
E' stato soprannominato Kissinger.
"Mi è stato affibbiato dall'avvocato Colantuoni, uno che aveva studiato con Aldo Moro, era una persona di grandissima cultura. Una delle mie qualità è essere diplomatico, sono un mediatore nelle difficoltà. Kissinger è stata una figura stratosferica".
Il rapporto con le polemiche.
"Prima ero risentito, ora me le faccio scivolare addosso. I giudizi lesivi dell'immagini mi creano dispiacere. Io ho vinto parecchio negli ultimi anni, quindi subentra un'altra cosa dell'Italia che è la cultura dell'invidia".
Lei si sente un uomo capace di costruire contesti?
"Io ho fatto di tutto nel calcio, il mercato lo conosco bene. Mi sento un dirigente sportivo completo, credo che l'amministratore delegato non debba essere improvvisato. La competenza la costruisce nel settore in cui lavoro, il mio compito è prendere decisioni e coordinare varie aree".
Il capolavoro della sua carriera?
"Sicuramente alla Samp, una società che stava rischiando la Serie C. Averla portata al quarto posto è stata l'impresa più difficile. Mi rattrista vedere una Samp conciata così adesso, la gente meriterebbe ben altro: auspico possa tornare presto in Serie A".
Analogie tra l'organizzazione della Juve e quella dell'Inter.
"La Juve ha una proprietà che si sussegue nell'arco del secolo, l'Inter ha avuto diversi avvicendamenti negli ultimi 20 anni e questo comporta delle difficoltà. Sono entrambe grandi società, rappresentano la storia vera del calcio italiano. Io sono molto orgoglioso di essere dell'Inter, diventarne presidente è realizzazione di una cosa che mai avrei potuto immaginare. E' qualcosa di straordinario".
Meglio vincere da favoriti o partendo da dietro?
"Sottolineo polemicamente come, soprattutto quest'anno, le squadre che gareggiavano con noi si siano nascoste dietro l'obiettivo del quarto posto. Bisogna avere il coraggio di puntare a vincere, l'Inter fa così".
L'addio alla Juve e l'approdo all'Inter.
"C'è stata la consapevolezza che proprietà e presidente volevano dare un cambiamento alla struttura manageriale. Lo stesso Andrea Agnelli, dopo aver acquisito esperienza, voleva legittimamente un ruolo da protagonista. Con grande stima e amicizia, le nostre strade si sono divise. Ronaldo? No, è diventata una leggenda metropolitana. Io non condividevo quella operazione, c'è stato un confronto spontaneo ma mai litigioso. Io ho rispettato i ruoli: il presidente ha fatto una scelta, io mi sono accodato. Il giorno dell'addio fu di tristezza, ho rivissuto in un flash otto anni bellissimi. Però ero sicuro che si sarebbe aperto un portone per me, in effetti nel giro di 24 ore è successo. E' arrivata la chamata di Zhang, fu talmente strana che credevo fosse uno scherzo. Io non avevo il suo numero di telefono, quindi chiesi a Cairo se fosse veramente lui. Quindi, saputo che era lui, 'ho richiamato e ci siamo visti".
Il rapporto con Paratici.
"E' un caro ragazzo, ha passione come me verso il calcio. Io avevo aspettative diverse che non si sono realizzate, ma non ho nulla da rimproverargli. Io lo presi a fare l'osservatore della Samp quando giocava nel Brindisi, non è che arriva da chissà quale esperienza. E' cresciuto perché è bravo, appassionato e competente".
I migliori amici nel calcio.
"I miei due grandi amici sono Ariedo Braida, che ha fatto tantissimo nel calcio col Milan, e Giovanni Carnevali che ho tirato dentro nel calcio. Poi il rapporto con Galliani è di stima, è stato il mio punto di riferimento: ritengo sia il miglior dirigente calcistico vivente".
Cosa farà dopo l'Inter?
"Intanto vivo questa bellissima realtà all'Inter, ringrazio Oaktree per il ruolo che mi ha dato. Ci stiamo togliendo delle belle soddisfazioni. Poi, chiaramente, quando sarà chiuso il capitolo di dirigente sportivo, vorrei rimanere nello sport per un debito di riconoscenza nei confronti del prossimo. Ho ricevuto tanto, vorrei dare altrettanto. Vorrei un ruolo tecnico, c'è bisogno di esperienza. Vorrei dare qualcosa ai giovani che sono il futuro, devono essere accompagnati dagli adulti sulla strada giusta".
Avrebbe difeso Bastoni anche se non fosse stato un giocatore dell'Inter per quella simulazione?
"Assolutamente sì. Bastoni va giudicato da chi lo conosce, chi non lo conosce non può esprimere giudizi. E' un bravo calciatore e un bravissimo ragazzo che non ha commesso nulla di grave. Un gesto che vedevo anche 40 anni fa. Certo l'enfasi mediatica di oggi è incredibile. Bastoni ha commesso un errore dettato più dall'istinto che dalla razionalità. Lui ha capito l'errore, ma non è stato giusto metterlo alla berlina, c'è stato un linciaggio morale. Bastoni è un patrimonio dell'Inter e del calcio italiano, perché questa forma di autolesionismo?".
La scelta di Conte.
"Quando sono arrivato all'Inter, c'era Spalletti, che è un grandissimo allenatore. Ma probabilmente faceva parte di un passato a cui dovevo dare una svolta, Massimo rispetto per lui, gli voglio anche molto bene, ma in quel momento serviva una svolta che è partita dal cambio in panchina".
Chivu è stato un rischio calcolato?
"L'Italia è piena di critici che dicevano che se fosse andata bene eravamo fortunati. In realtà quando abbiamo deciso di puntare su di lui l'abbiamo fatto con grandissima consapevolezza, con quel coraggio o rischio che fa parte dell'essere dirigente. Avevamo davanti l'analisi di una persona con skill positive: è stato nell'Inter del Triplete, ha fatto il capitano dell'Ajax da giovane. Ama l'Inter, ha grande senso di appartenenza e una grande cultura del lavoro. Aveva vinto nelle giovanili nerazzurre... Queste sono cose che ci hanno fatto propendere per quella scelta. La proprietà si è fidata di noi, hanno grande stima in Chivu".
Che effetto le fa vedere la storia che si ripete per Lukaku anche al Napoli?
"Dispiace vedere questa situazione, è nel suo carattere probabilmente. Anche a noi aveva promesso che sarebbe tornato, poi non lo ha fatto. Non lo so, fa parte dei limiti dell'essero umano. Uno può decidere di 'sposarsi' o meno con lui".
Avrebbe tenuto Inzaghi anche dopo la finale di Monaco?
"Dopo quella finale, il lunedì fu sancita la risoluzione consensuale. Non potevamo intervenire prima perchè c'erano di mezzo altri traguardi e non era opportuno. Non ci aveva comunicato nulla, c'era questo alone di speranza che potesse restare. Però va dato atto alla società di aver virato subito su una scelta che si sta rivelando positiva".
Cosa non ha funzionato in Champions?
"Il Bodo è una realtà particolarissima perché giocano in un campo al limite della praticabilità, è come giocare il calcio a 8. Abbiamo sbagliato la gara d'andata, poi il ritorno è stato figlio di quel risultato. Di conseguenza non abbiamo superato il turno, che poteva essere alla nostra portata. Merito al Bodo che ha giocato meglio di noi".
La fine del mecenatismo nel calcio.
"Meno male che ci affidiamo alle proprietà straniere, immaginate non fossero intervenute a Milano cosa sarebbe successo. Proprietà che hanno garantito dei trofei, l'Inter ha vinto di più del Milan che comunque ha portato a casa uno scudetto. Quindi grazie a Zhang e a Oaktree".
Conte visto da avversario.
"E' il bello del calcio, lui ha un suo DNA diverso da Spalletti, Inzaghi, Chivu e Allegri. Conte fa della forte motivazione uno degli elementi più importanti. Lui è molto intuitivo, sa dosare bene le parole, alzare la voce al momento giusto. Le conversazioni con lui erano faticose, poi fuori dal campo c'è più relax".
Perché Allegri non era l'uomo giusto per l'Inter?
"Non nascondo che ci incontrammo con Allegri prima di prendere Inzaghi, lui aveva speso più di una parola con la Juve dopo aver rifiutato il Real Madrid. Direi che, a parte questo impegno, quella discussione ci fece capire che i nostri e i suoi programmi fossero inconciliabili. Il discorso si chiuse velocemente, ma era già l'allenatore della Juve".
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