“Beh, cosa dici adesso?”.
“Cosa?”.
“Ma lo possiamo dire o no?”.
“Ma di che parli?”.
“Eh dai, di quello che dicevi fosse l’innominabile…”.
“Ma no, ma che sei matto? È ancora lunga”.
“Ma come scusa? E allora venerdì a San Siro che cantavano ‘Vinceremo il tricolor’?”.
“Sì, ma hai sentito Barella? Magari!”.
“Ma come si fa a non dirlo adesso?”.
“Ma stiamo calmi dai, che poi ci sono ancora quelli che fanno le tabelle”.
“Ma chi se ne frega di loro, non seguo nemmeno i social… Dai, dove ci vediamo per la festa?”.
“Non lo so, vediamo prima se ci sarà”.
“No, quando sarà”.
“Va beh, caffè?”.
Forse l’ultimo baluardo di resistenza è caduto ieri, poco dopo che Antonio Conte, tecnico del Napoli, ha voluto gettare sul tavolo per lo Scudetto le sue ultime fiches lanciando una dichiarazione che sintetizza bene o male il suo manifesto tecnico: “Il secondo è il primo dei perdenti”. Parole che, visto quanto accaduto ieri al Maradona, suonano più come sterile propaganda che come una dichiarazione di intenti vera e propria: perché il Napoli non esce semplicemente battuto, ma bastonato moralmente, dal confronto con una Lazio che ormai all’ombra del Vesuvio ha trovato il suo microclima ideale, visto che negli ultimi quattro confronti ha sempre vinto e oggi ha interrotto una striscia di imbattibilità che durava, guarda caso, da un match contro la Lazio disputata nel 2024. Due le reti segnate dalla squadra di Maurizio Sarri e il bottino è riduttivo, ma quello che ha fatto maggiormente impressione è stata la differenza di qualità tra una compagine biancoceleste pressoché impeccabile e un Napoli che definire evanescente è dire poco: svuotata nel suo centrocampo, incapace di mirare la porta (mai in vent’anni era successo al Napoli di chiudere in casa senza conclusioni a rete all’attivo), lacunosa, incapace di imbastire un’idea anche basica di gioco affidandosi ad una serie di spioventi inconcludenti. E dove anche l’energia che è capace di portare dalla panchina Alisson Santos, inizialmente determinante, si è praticamente esaurita.
E dire che non pochi credevano (auspicavano, nel nome della vitalità del campionato e conseguentemente dell’avere qualcosa su cui parlare) che una volta recuperati gli infortunati, quello che è stato secondo il parere unanime di più e meno esperti, il Napoli sarebbe stato capace di risalire la china, di più, in grado di ribaltare completamente la situazione in cima alla classifica infilando una serie di vittorie inesorabile. E invece, proprio nel momento in cui, al di là del caso Romelu Lukaku, tutti i pezzi da novanta sono tornati, è arrivata la miseria di un punto in due partite che, usando una parola ormai entrata di diritto nel lessico contano, sono state una più agghiacciante dell’altra, e che hanno definitivamente spento quella fiammella di speranza già tenue di suo.
A meno di improvvisi cataclismi dell’ultimissima ora, al Napoli sfugge l’opportunità di centrare, per la prima volta nella sua centenaria storia, il back to back tricolore, malgrado i presupposti alla vigilia dell’inizio del campionato fossero quelli di una grande cavalcata: investimenti importanti, giocatori di rango internazionale, una squadra forgiata secondo le volontà del tecnico salentino che al di là delle dichiarazioni di rito era facile vederlo pregustare l’ennesimo successo tricolore. E invece, ancora per un po’, la capacità di vincere scudetti in serie nella Serie A a girone unico rimarrà prerogativa delle cosiddette squadre ‘stellate’, e se l’andazzo in quasi 100 anni è rimasto lo stesso, un motivo probabilmente ci sarà. Come in un ping pong impazzito su e giù dalla A1, il tricolore si appresta a lasciare nuovamente Napoli dopo appena un anno di permanenza, presumibilmente per tornare a riaccasarsi a Milano. La realtà dei fatti, del resto, è sotto gli occhi di tutti: col netto ed inequivocabile successo per 3-0 contro il Cagliari, l’Inter di Cristian Chivu ha consolidato il proprio primato in classifica. Di più: proprio nel momento che secondo alcuni poteva essere il più delicato della stagione, la formazione nerazzurra è tornata a vincere in maniera netta, perentoria, a suon di gol. Magari a tratti non convincendo nel gioco, ma capace di domare qualunque avversario a proprio piacimento con uno schiocco di dita.
Tutto è successo proprio nel momento in cui l’Inter sembrava aver perso ancora una volta il proprio faro, quel Lautaro Martinez che non fa in tempo a tornare in campo dopo un lungo stop e piazzare una doppietta alla Roma che si ritrova costretto a fermarsi ancora una volta per un nuovo problema muscolare. Una sentenza letale, per i predicatori di sventure, che però non hanno considerato il fatto che mentre il Toro deve rientrare ai box, contemporaneamente, come per magia, si mettono al loro posto tutte le altre componenti: torna a fare gol Marcus Thuram, e lo fa ad un ritmo strabiliante con cinque reti nelle ultime tre gare; torna a macinare gioco di qualità Nicolo Barella che ha pure ritrovato la via della rete; rispolverano le loro perle dalla distanza Hakan Calhanoglu e Piotr Zielinski; Manuel Akanji ha superato il periodo di buriana ed è tornato la consueta certezza lì nel terzetto difensivo. E quando tutti gli elementi girano come devono, il meccanismo diventa perfetto e la macchina torna a funzionare che è una meraviglia.
Il pubblico di San Siro, venerdì sera, ha ormai capito l’antifona e ha cominciato a cantare a squarciagola la frase che vale come l’esorcismo contro tutte le scaramanzie possibili: “Vinceremo il tricolore”, ha iniziato a urlare a gran voce il popolo interista, che ha già attivato i vari countdown prima dell’inizio della festa per il ventunesimo titolo nazionale, magari ipotizzando già il percorso del pullman che sfilerà per le vie di Milano come in quella oceanica manifestazione di interismo che fu la festa di due anni fa. In cuor loro, forse, i giocatori avrebbero voluto unirsi ai cori ma la ragione deve essere ancora più forte, perché il campionato non è ancora finito e poi martedì si torna in campo per raggiungere un altro traguardo importante come la finale di Coppa Italia.
Lo sa bene anche il tecnico nerazzurro Cristian Chivu, che nel frattempo si bea senza ironie di aver staccato il pass per la prossima Champions League e nel frattempo in conferenza stampa si sbizzarrisce in aforismi quasi mourinhani. Ha lasciato di stucco un po’ tutti, e qualcuno si è oltremodo risentito, il cambio di passo a livello comunicativo del tecnico rumeno: da lezioni di filosofia a punzecchiature qui e là pronunciate senza troppi fronzoli. Pensiamo se lo passa permettere, Chivu, anche perché alla fine lui il suo mestiere lo ha fatto alla fine mentre altri si divertivano, e si divertono ancora oggi, a sparare sentenze nei suoi confronti: dall’allenatore che non arriva nemmeno a mangiare le castagne, che verrà divorato dal tritacarne Inter, al vincitore dello Scudetto più brutto degli ultimi anni per non dire di sempre, tralasciando in questo i tristi epiteti rivolti alla persona.
Lui non manca mai di alzare lo scudo e sguainare la spada appena ha l’occasione, anche se a volte verrebbe da chiedersi perché Chivu dovrebbe sforzarsi di rispondere a tutta questa gente che ha la verità in tasca in base a cosa non si sa. Intanto, i risultati sono dalla sua, visto che sta per coronare la sua prima stagione completa da allenatore di prima squadra con la conquista dello Scudetto; niente male, per uno che aveva in carniere solo 13 gettoni. E che ha fatto un anno di esperienza come fossero dieci, con il ritmo che si conviene per gli atleti del triathlon: nuotando nel mare, qualche volta di lacrime, delle critiche e delle malelingue; pedalando per costruire velocemente una squadra in grado di reagire agli scossoni dell’ultima annata; e infine correndo, come ha fatto ieri dopo il gol di Thuram, verso il traguardo finale.
Nei giorni in cui Milano torna a sognare le Olimpiadi estive dopo aver organizzato quelle invernali, rianimando quel sogno che fu ad inizio anni Duemila quello di Massimo Moratti, anche se in coabitazione con Torino e Genova, il paradigma con lo spirito enorme di un altro sport suon
Autore: Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A
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