Ondeggiava il Becca. Saltava gli avversari come birilli, forniva assist al bacio ai compagni, scaraventava la palla in porta quando poteva o doveva. Il Becca era la fantasia al potere che l'Inter, sposata nel 1978, aveva nel dna. Pensiamo al sinistro magico di un certo Mario Corso o ai dribbling ubriacanti del “Baffo” per antonomasia, alias Sandro Mazzola. San Siro, la Scala del Calcio, era la casa ideale del Becca, la maglia nerazzurra sembrava veramente una seconda pelle per questo artista del pallone.

Sì, il pallone, suo compagno inseparabile. Allenamenti, corsa, tattica... citofonare ad altri, please. Lui, riccioli ribelli al vento, pensava solo a far godere i suoi tifosi disegnando calcio sul prato verde. Iconici i due gol con i quali l'indimenticato 10 nerazzurro stese il Milan in un derby giocato sotto il diluvio nella stagione che regalò alla Beneamata uno splendido scudetto. Evaristo non c'è più, la crudele malattia ne ha spento sorriso e ironia nel gennaio 2025, nella notte tra martedì e mercoledì scorso se ne è andato a pochi giorni dal suo settantesimo compleanno, era nato a Brescia il 12 maggio del 1956. Riccioli ribelli dicevamo, come ribelle era il suo modo di rapportarsi ai potenti di un mondo che non lo ha celebrato e valorizzato come avrebbe meritato.

Nessuna presenza nella Nazionale maggiore, Bearzot fu insultato a Roma da una giovane tifosa nerazzurra per la mancata convocazione al mondiale spagnolo del 1982, poi vinto dall'Italia. Contraddizioni del calcio, metafora della vita. Ma il Becca non ha mai portato rancore per quella ingiustizia. Continuava, sorridendo, a inventare calcio e a leggere la Gazzetta dello Sport. E' riuscito, da genio ribelle, ad essere protagonista anche quando sbagliò due rigori in una partita di Coppa. L'attore interista Paolo Rossi ha reso celebre il momento in un divertente monologo teatrale. Ieri il Becca ha ricevuto l'ultimo saluto nella sua Brescia da chi gli ha voluto bene senza se e senza ma. In prima fila la moglie Danila, forte come il marmo nel sostegno durante un anno di sofferenza unita a speranza e la splendida figlia Nagaja, colonna dell'ufficio stampa nerazzurro che è riuscita a dire all'adorato papà che l'Inter aveva appena conquistato il ventunesimo scudetto della sua storia.

Ai funerali, presenti compagni del passato e una delegazione dell'Inter attuale. Mancava un fratello, non di sangue, ma di campo. Si tratta di Spillo Altobelli, arrivato all'Inter un anno prima di Beccalossi con cui ha formato una coppia che ha fatto innamorare migliaia di tifosi della Beneamata. Bloccato in Kuwait, impossibilitato a trovare un volo che lo portasse a salutare per l'ultima volta l'amico di sempre, Altobelli ha detto: “Il vero morto sono io, non mi do pace”. L'Inter non è solo una squadra di calcio. L'Inter è sempre stata e sempre sarà anche sentimento. Oggi i neo campioni d'Italia reciteranno all'Olimpico di Roma contro la Lazio nella trentaseiseima giornata di un campionato che si è tinto di nerazzurro.

Mercoledì prossimo, nello stesso stadio e contro la stesso avversario, l'Inter tenterà di conquistare anche la Coppa Italia. Con un tifoso speciale in più, che riccioli al vento e pallone incollato al piede, guarderà da lassù, dopo aver dribblato anche l'ultima nuvola. Magari dicendo ai presenti: “Mi chiamo Evaristo, scusate se insisto”.

Ciao, Becca.

Sezione: Editoriale / Data: Sab 09 maggio 2026 alle 00:00
Autore: Maurizio Pizzoferrato
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