Il bello del nostro lavoro è viaggiare, conoscere persone diverse, scoprire nuove culture. L’importante è metterci sempre la stessa passione e il medesimo impegno, in ogni occasione. Nella mia carriera da giornalista professionista sono stato inviato all’Europeo in Polonia e Ucraina, al Mondiale in Brasile, e ho seguito dal vivo più finali di Champions League. Ma la dedizione con cui svolgo il mio lavoro resta sempre la stessa. Per cui finire a Razgrad e seguire Ludogorets-Inter, in una cittadina che non offre particolari divertimenti o riferimenti storici, per me deve equivalere a quel Real Madrid-Atletico Madrid di Lisbona, il mio personale esordio nelle finalissime di Champions League.

Sinceramente amo la mia professione. E mi sento in parte un privilegiato, anche se i dottori che salvano la vita o gli architetti che progettano strutture in grado di reggere ai terremoti, sono le persone che devono essere prese da esempio. Non di certo noi inviati sportivi, che parliamo di calcio. Loro sono anche degli eroi. Noi delle persone fortunate.

E lo stesso si può dire dei calciatori. Quando sei piccolo giochi a calcio per il gusto di farlo. Non per i soldi, per portarti a letto la velina o per la celebrità. Ti bastano due giacche buttate per terra a far da pali e una sfera rotonda per essere felice.

E se quando cresci arrivi a difendere una maglia storica come quella dell’Inter hai sicuramente un sacco di meriti. Ma anche degli oneri. E tra questi c’è quello di vincere fuori casa in Europa League contro il Ludogorets. Anche se scendi in campo con le riserve, anche se lotti per vincere il campionato italiano.

Accontentarsi di che? Cosa hanno conquistato i nerazzurri negli ultimi anni? Nulla, esattamente. Per questo ogni partita deve affrontata, calcisticamente parlando con il coltello tra i denti. Con la voglia di vincere. Di superarsi.

Sapete quanto guadagnano i ragazzi dei vari Inter Club di Albania, Bulgaria e Romania che ho incontrato a Razgrad e che si sono recati in questa cittadina non molto conosciuta solo per vedere live i propri beniamini? Io non l’ho chiesto, ma non credo siano milionari. Per loro - e per tutti i fratelli nerazzurri del mondo - scendere in campo alla Ludogorec Arena e ipotecare la qualificazione deve essere la normalità.

L’Inter ci è riuscita. Dopo un primo tempo soporifero, nel quale i meneghini hanno sì avuto due limpide palle gol, entrambe con Biraghi, ma non hanno davvero spinto sull’acceleratore, nella ripresa è stata un’altra storia. Bravo Conte a motivare i suoi, bravi i giocatori a capire che per evitare prevedibili ma giuste critiche si doveva comunque fare di più. 

Diciamoci la verità: nei primi 45 minuti i nerazzurri non avevano fatto praticamente nulla. Nella ripresa invece hanno sfiorato più volte la marcatura, trovandola finalmente con Eriksen. Già, proprio con Eriksen. Avulso dal gioco nei primi 45 minuti di gioco, decisivo nella ripresa in cui avrebbe potuto segnare una tripletta. Chissà perché è stato criticato più lui di tanti altri giocatori, pagati pure di più da altre squdare.

E che dire di Lukaku? Un top player forte e serio. Decisivo in terra bulgara. E meno male che alcuni grandi conoscitori di calcio li avevano già tacciati come bidoni. 

Intanto è risultato in ghiaccio e qualificazione ipotecata. Avanti così.

VIDEO - ERIKSEN MANIA ALLA LUDOGORETS ARENA, SELFIE E AUTOGRAFI PER IL DANESE

Sezione: Editoriale / Data: Ven 21 Febbraio 2020 alle 00:00
Autore: Simone Togna / Twitter: @SimoneTogna
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