"Se non bestemmio, guarda...". Una delle espressioni più utilizzate dall'indimenticabile Germano Mosconi, noto ingiustamente più per la tendenza alla blasfemia che per le sue indiscusse qualità di giornalista, calzerebbe benissimo al tentativo di riassumere la polemica del momento. A oltre 10 giorni di distanza il calcio italiano, quello del chiacchiericcio, continua a mettere in vetrina la presunta e reiterata bestemmia di Lautaro Martinez al fischio finale di Juventus-Inter. E a poco è servita la versione del diretto interessato, quasi infastidito (togliete il 'quasi') al solo pensiero che gli venissero attribuite certe espressioni. Ma perché se ne parla ancora? Per il semplice fatto che una notizia, poi riveletasi infondata, vedrebbe il procuratore federale Chiné interessato a indagare sulla vicenda, in attesa di scovare il famoso audio che inchioderebbe o scagionerebbe definitivamente il capitano nerazzurro. In realtà non c'è alcuna intenzione di riscrivere la decisione di non procedere del giudice sportivo (la richiesta della Procura è di parecchi giorni fa ed è un atto dovuto a prescindere), che ha deluso parecchia gente affamata di vendetta come se fosse stata punta sul personale. Il problema è che questa boutade ha riacceso la spia del giustizialismo in certi personaggi che, spinti dal tifo più che dalla ricerca della verità, continuano a lamentarsi non si sa bene di cosa.
Partendo dal presupposto che una regola come questa andrebbe eliminata del tutto perché il calcio non è uno sport che ha a che fare con la religione e sul rettangolo di gioco accadono situazioni ben più gravi di uno sfogo inopportuno nei confronti dell'Altissimo (comunque censurabile a prescindere), bisogna comunque acccettare il fatto che ci sia e quindi va rispettata. Dura lex sed lex. Ma la stessa prevede che senza audio e di conseguenza l'assoluta certezza dell'espressione blasfema, non si possa procedere. Stop. Il resto sono chiacchiere inutili. Eppure continuano ad abbondare, come se chissà quale losca figura che tesse le trame del nostro pallone abbia volontariamente fatto sparire la versione acustica dello sfogo di Lautaro e di conseguenza si debba urlare allo scandalo. Nel mentre, non hanno mai visto la luce gli audio delle comunicazioni tra arbitro e VAR del famoso Inter-Juventus nel 2018, o più recentemente di Milan-Inter di qualche settimana fa. Nessuno scandalo in questo caso, sempre da parte degli stessi personaggi.
La costante intenzione di seminare zizzanie, di insinuare tra le righe, di lamentare chissà quali ingiustizie sarebbe accettabile, ma non condivisibile, da chi frequenta i social con un nickname protettivo e anche solo per questo andrebbe ignorato. Ma quando a esercitare l'arte dell'inquinamento dei pozzi sono giornalisti regolarmente iscritti all'Albo emerge un problema serio. Perché utopisticamente chi svolge questo lavoro deve innanzitutto mirare alla ricerca della verità senza farsi distrarre da altri interessi. Nel dizionario questa espressione starebbe a pennello per descrivere la professione. Però si parla di calcio, quindi viva la libertà d'espressione senza badare alle conseguenze. Indossare la maglia della propria squadra è prioritario rispetto a un comportamento deontologico, ogni presa di posizione è finalizzata all'interesse personale e poco importa se così facendo si getta benzina su tifoserie già in fiamme per incapacità di comprendere il reale valore delle cose. Avere a cuore determinati colori sociali non significa essere avvocato o inquisitore a prescindere, la responsabilità del proprio ruolo di informatori equilibrati non deve mai venire meno. Poi chi ha la coscienza pulita può serenamente rendere nota la propria fede calcistica, non ci sarebbe nulla di male, perché se c'è una comprovata professionalità nessuno può puntare qualsivoglia dito o mettere in discussione affidabilità e serietà.
Ma è un concetto troppo complesso per il mondo della comunicazione attuale, dove i corsi di formazione deontologici lasciano il tempo che trovano e la ghiotta opportunità di fomentare le masse anche solo per regalarsi interazioni e popolarità viene colta al balzo al minimo soffio di vento. Mentendo, sapendo di mentire, per un interesse personale. L'obiettività è un lusso e anche chi la esercita viene tacciato di faziosità solo perché non si espone a favore di questo o di quello. E ne emerge un quadro desolante in cui, per esempio, senza alcuna prova provata, un giocatore viene accusato di blasfemia e se ne pretende la fucilazione in pubblica piazza indipendentemente dal fatto che sia vero oppure no. In barba alle regole, che seppur demodé sono tutt'ora valide e vanno rispettate. E a pretendere giustizia sono gli stessi che sorvolano su casi molto simili che coinvolgono calciatori di altre squadre e quindi per loro di scarso interesse. Perché questo non è giornalismo, è mero opportunismo.
Se non bestemmio, guarda...
Autore: Fabio Costantino / Twitter: @F79rc
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