Il film è “Qualcosa è cambiato”, il regista è James L. Brooks, l’attore (da Oscar) è Jack Nicholson. La realtà è il campionato di Serie A, l’ allenatore (speciale) è José Mourinho, la squadra (speciale) è l’Fc Internazionale. Ciak, si gira. Domanda di un giornalista inglese: “Pensa che Lampard potrebbe trovarsi bene nel calcio italiano?”. Risposta: «Perché mi chiedi di un giocatore del Chelsea?”. Ancora il giornalista inglese: “E' un modo furbo di riproporre il tema che lei ha appena evitato”. E lui: “Sì, siii... (pausa ndr). Ma io non sono un pirla”. Eccolo qui il titolo a nove colonne di tutti i giornali del giorno dopo. Sono le 11.28 di martedì 3 giugno 2008 e il centro sportivo La Pinetina è invaso da duecento giornalisti provenienti da tutto il mondo, cinque tv trasmettono in diretta le immagini. L’Inter presenta il suo nuovo mister che rifiuta di rispondere in inglese e persino in portoghese e parla in lingua italiana - che studiava dal marzo precedente per tre ore al giorno e che già masticava al Porto - in omaggio al nuovo Paese che lo accoglie. “Intanto io sono intelligente, capisco la domanda, volete sapere quanto tempo fa mi ha contattato l' Inter... Bene, bisogna dire la verità e la verità è che Moratti mi ha chiamato il giorno successivo alla seconda partita contro il Liverpool. Lì diedi la mia disponibilità, non la firma. Il signor presidente mi ha chiesto di essere José Mourinho il che significa lavorare con grande empatia con tutti: i tifosi, i giocatori, la società”. Piovono interrogazioni sulla rosa attuale dell’Inter. Risposta: “da quanto ho letto sulla stampa di tutto il mondo, non solo italiana e portoghese, sembra che io sia venuto ad allenare una squadra con settanta giocatori… sembra che tutti i calciatori del mondo vogliano giocare nell' Inter e sembra che tutti i presidenti vogliano vendere giocatori all' Inter… Questo non è vero. Voglio anche sottolineare che mi piacciono i giocatori che ho a disposizione. Non ho bisogno di sconvolgimenti radicali dell’attuale gruppo. Voglio avere la possibilità di cambiare un po' le cose, perché non conosco nessun allenatore che abbia le stesse idee di un altro. Ma se leggo che non mi piacciono alcuni giocatori in rosa e che voglio comprare tutti i migliori calciatori d’Europa, dico che questo non corrisponde al vero: mi piace il gruppo e ho fiducia in loro. E poi i miei calciatori sono sempre i più bravi al mondo”. Touché! A ogni domanda che vuol essere un attacco a scoprire l’avversario di pedana come nella scherma, arriva la parata e la risposta (e che risposta!). Ecco poi l’elogio al suo predecessore: “Roberto (Mancini) è entrato nella storia del club, ora tocca a me”. Il nuovo allenatore nerazzurro garantisce il massimo impegno perché “l' Inter è in grado di puntare a tutti e quattro i traguardi” ma sa perfettamente che gli viene chiesto di centrarne uno in particolare, il più difficile: “Nel 2004 l’ho vinta con il Porto, dopo esserci qualificati segnando un gol al Manchester al 90’ negli ottavi e sapete come sono uscito due volte in semifinale con il Chelsea. La Champions league è la competizione dei dettagli”. Gli domandano come vorrebbe essere chiamato, la risposta: “Come vorrei essere chiamato qui? José Mourinho. Di speciale qui c' è il club, io sono soltanto uno in più. Certo, non ho dimenticato di essere un grande allenatore: nelle ultime sei stagioni ho conquistato dodici trofei. Lavoro con passione e motivazione. Il presidente mi ha dato un bellissimo libro sui successi dell’Inter, ma quelli sono il passato. Noi abbiamo bisogno di iniziare a scrivere un nuovo libro. Ho sempre avuto un rapporto molto intenso con i giocatori e penso che i risultati sportivi siano la conseguenza logica di chi lavora bene: io sono sicuro di saper lavorare molto bene… Ho grandissime motivazioni, sono felice di essere in Italia in una grande società come l' Inter”. Un quesito sul privato. “Davanti al calcio metto soltanto la famiglia che vivrà qui con me. Penso che i miei figli siano dei privilegiati perché possono girare il mondo. Hanno detto che sono un musone, in realtà cerco di entrare nella cultura dei Paesi dove lavoro… in fondo per andare
d' accordo con me basta impegnarsi ogni giorno”. Quando spiega che a certi suoi giocatori chiederà “multifunzionalità”, molti, se non tutti i duecento giornalisti rimangono di sasso. Mul-ti-fun-zio-na-li-tà. Chi ha mai usato nel mondo del calcio questa parola? L’Italia del pallone un po’ “pallonara” si accorge subito che qualcosa è cambiato e nulla sarà più come prima. Sono passati cinque anni dalla pronuncia di queste frasi e tre dalla scrittura dell’ultima pagina del libro firmato José Mourinho, con data 22 maggio 2010. Pagine tra le più belle, se non le più belle, della storia dell’Inter. Ne sembrano trascorsi molti, molti di più.
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