Spetta a Giuseppe Marotta, amministratore delegato della parte sportiva dell'Inter, chiudere la serie di interventi programmati all'evento 'il Foglio a San Siro' di scena quest'oggi nella sala executive della Scala del Calcio. Ecco le parole del dirigente nerazzurro: "Sono contento di essere qua per questo confronto con Perrone (giornalista ndr), un cantore del calcio. L'episodio del Varese che hai ricordato risale all'82, c'era una visione più romantica del calcio: organizzammo un raduno degli arbitri, immaginatevi se succedesse oggi.... Quel calcio ce lo siamo lasciati alle spalle".
Una volta citasti Allodi, maestro dei ds, 'il calcio è l'unico lavoro dove chunque può passare da muratore ad architetto in un giorno'.
"Fu il precursore dei dirigenti, ha fatto il percorso inverso al mio (dalla Juve all'Inter ndr). Lui organizzò i corsi per ds a Coverciano, il secondo fu a inviti e vi partecipai con Moggi, Beltrami e altri. E' così il mondo del calcio, e lo si evince dal fatto che quando uno compra un club si attornia di amici, a cui capita di diventare dg. Spesso mi è capitato di incontrare gente che entra nel calcio e fa enorme difficoltà. Il calcio è un settore dell'imprenditoria dove devono esserci competenze specifiche. Il concetto di formazione e innovazione è insufficienti, si devono formare anche i dirigenti".
Fascetti attaccò Bearzot prima dei Mondiali vinti. Dopo gli chiesero se avesse cambiato opinione. Come è il tuo rapporto con i tecnici?
"Si prese sei mesi di squalifica. Io di allenatori ne ho avuti tantissimi, questo perché è il mio 42esimo anno di militanza: ho fatto qualche esonero. Ho avuto tecnici che hanno vinto lo scudetto, non solo alla Juve, ma anche Bersellini che poi vinse con l'Inter. L'evoluzione dell'allenatore è chiara a tutti, tu mi dai l'assist per dire che la figura dell'allenatore diventa tale negli anni '50. Ora gli staff sono numerosissimi, composti da una decina di unità: il calcio si è evoluto, per cui anche la competenza del tecnico che fa da coordinatore deve essere massima. L'allenatore ora deve essere bravo nel gestire il gruppo a livello psicologico e motivazionale".
Sei passato dalla Juve all'Inter senza colpo ferire e Nedved ti ha salutato con la frase 'non è mai stato juventino'.
"Io sono nato a Varese, se oggi sono nel calcio è perché sono tifoso dello stesso. Abitando vicino allo stadio del Varese, da mascotte di 6 anni, mi sono innamorato del calcio e dei posti e dei luoghi in cui ho lavorato. Per me è una professione. L'uscita di Pavel, che veniva dalla Lazio, è stata legata alla sua spontaneità e abbiamo avuto modo di chiarire. Non si può pretendere che il procuratore abbia una fede, io tifo Varese".
Tema stadio.
"Intanto so che il dibattito è stato ampio. Lo stadio è un contenitore di emozioni, tutti parlano di struttura ma bisogna fornire uno spettacolo in campo: la gente viene a vedere giocatori forti e si allontana se non ce ne sono. Lo stadio in senso lato deve avere delle qualità di ospitalità, intrattenimento e di senso di appartenenza: deve essere la tua casa, una struttura che deve debellare la violenza. Poi è importante che sia faccia la struttura, che sia da una parte o dall'altra. In Italia siamo i fanalini di coda rispetto al calcio che conta in termini di valutazioni di strutture: noi siamo carenti anche nei centri di allenamento. Abbiamo la migliore classe di giocatori, tecnici, arbitri e dirigenti, ma delle attrezzature non all'altezza. Sono molto favorevole al fatto che le società di calcio debbano dotarsi di una struttura adeguata, metterei dei vincoli ancora maggiori perché le società sono modelli di business".
Il pubblico italiano è un po' indietro.
"Una delle peculiarità di un modello vincente di stadio deve essere l'accoglienza, cosicché il tifoso possa essere intrattenuto anche prima e dopo la partita. Inter-Barcellona di Champions è significativo, ha generato 4,5 milioni di euro così come Juve-United perché i bianconeri garantiscono qualità maggiore. Poi è vero che non tutti i tifosi possono spendere 100 euro a biglietto".
Sei stato soprannominato Kissinger: cosa meriteresti per aver risolto il caso Icardi?
"Questo soprannome mi fu dato dal primo presidente Colantuoni, che voleva essere chiamato avvocato. Una delle qualità che mi riconosco è la diplomazia, risolvendo le questioni con leadership. In questo caso ho cercato di stemperare le tensioni nell'interesse di tutti".
Hai fatto la scelta giusta?
"In una società ci sono dinamiche che non possono essere rese pubbliche. Le decisioni devono essere prese con senso di responsabilità, non volevamo punire nessuno ed è un dato di fatto. Siamo arrivati lì perché lo sappiamo noi dentro la società; il nostro compito da società è di proteggere l'allenatore con l'obiettivo di rispettare la 'comunità squadra': non parlo del caso di Icardi".
Conta il noi rispetto all'io.
"Se vuoi andare in campo serve tirar fuori una squadra. Uno degli obiettivi più importanti della società e dell'allenatore è creare questi presupposti".
Var.
"Non riesco più a godere del gol, ma sono favorevole alla tecnologica. E' uno strumento che dovrebbe ridurre l'errore, poi non siamo ancora perfetti e infatti preferisco non parlare di Fiorentina-Inter".
Vendesti Casiraghi alla Juve, prendesti Vieri al Ravenna, poi facesti fare i sei mesi migliori a Recoba in Italia.
"Ma tutto questo ha portato a una cosa: uno dei miei obiettivi all'inizio della carriera era coniugare la parte sportiva a quella bilancistica. Ero orgoglioso di aver fatto l'affare Casiraghi. Per fare il manager serve guardare il bilancio, ma i tifosi vogliono una squadra forte. Mi sono accorto ne tempo che devi cercare di vincere perché i tuoi azionisti ripianano più volentieri le perdite quando succede".
Portasti Cassano alla Samp.
"E' stato uno dei talenti più importanti del nostro calcio: lui è rimasto talento, e mi dispiace perché gli sono legato affettivamente. Gli sono mancate delle qualità per diventare campione. L'ultimo anno avevo Cassano e Gheddafi jr., a proposito del caso Icardi (ride ndr)".
Sei all'inizio dell'avventura con l'Inter, club che ha mangiato allenatori e dirigenti.
"Il mio futuro lo vedevo diverso a Torino, poi è successo quello che è successo e sono stato catapultato nell'Inter (ride ndr). Avrei voluto finire la mia carriera in un altro modo, riparto qualche anno indietro. Siccome la vita è una bella sfida, la felicità la raggiungiamo fissando degli obiettivi. Anche io ne ho uno con l'Inter, per questo metto passione e voglio far tornare a vincere i nerazzurri. Se non ci siamo riusciti in questi anni è evidente che ci siano delle problematiche, non è facile. Non dimentichiamoci che si sono avvicendate tre proprietà in 5-6 anni, a differenza di quanto ho trovato alla Juve dove c'era appartenenza. Qua ci sono altre risorse, la società è molto forte: Suning è vogliosa di arrivare in alto e c'è un patrimonio di tifosi e di storia di grande qualità. Ci sono tutte le premesse per fare bene e quando dico così non dico solo punto di vista dei bilanci, ma cercando anche di vincere".
E' vero che non volevi Ronaldo?
"E' assolutamente falsa la storia che non lo volevo, chiaro che come a.d. non avevamo la sostenibilità per definire l'operazione. Agnelli, dopo che gli presentammo un Piano A e un Piano B, con grande intelligenza ci disse che si poteva fare l'operazione, era tutto standardizzato ma fu un atto di coraggio da parte degli azionisti. Io non potevo decidere, potevo valutare con Paratici e Nedved: non mi sono opposto. Ho avuto anche modo di conoscere Ronaldo, lui è un grande campione che dà l'esempio che poi diventa emulazione per gli altri".
VIDEO - MAROTTA: "ICARDI? IO HO AVUTO CASSANO E GHEDDAFI INSIEME..."
Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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