Non è esattamente il 118esimo compleanno che l'Inter si augurava, ma tant'è e a quasi due anni dall'ultimo derby vinto, Milano resta ancora di 'proprietà' 'casciavit'. San Siro, già tinto di rossonero al fischio d'inizio, irradia dei colori del Diavolo tutta la città che questa volta, senza repliche, si lascia avvolgere dagli stendardi della sud. Errare è umano, perseverare è diabolico, lo sa persino Cristian Chivu, costretto a dismettere lo scudo fin qui sempre teso a protezione netta dei suoi ragazzi: "Eravamo sporchi. C’è da alzare il livello". Nessun giro di parole neppure per il maestro dei sapienti dribbling comunicativi che a margine del derby di Milano, seppur a petto in fuori, non può imbracciare arma alcuna, restando 'inerme' dinnanzi alle folate di vento che anche dopo il triplice fischio continuano a far sventolare la bandiera issata dalla sua ciurma. Bandiera di un bianco tanto spiccante da risultare quasi illuminante. Sì, ma non per l'Inter. Il tanto risaltante bianco dello stendardo issato sopra l'albero maestro dalla armata nerazzurra spicca nel fosco buio fatto calare da Estupiñan. Cupezza tenebrosa diradata sì dal giudizio emesso dalla classifica, ma appesantita dall'unico vero grande obiettivo mancato dei nerazzurri: tornare a vincere la stracittadina.
Quello col Milan sembra essere diventato un vero e proprio sortilegio che i nerazzurri non riescono a spezzare e l'ultimo scontro cittadino che ha visto trionfare il Biscione risale a quell'ormai lontano 22 aprile 2024. Non riuscire a trionfare nei derby di Milano non è però l'unico grattacapo per l'Inter di Chivu che, Juve a parte, continua imperterrita a floppare nei big match mandando in tilt la credibilità zelantemente costruita nel corso dei mesi in campionato, dove si comporta da rullo compressore con le piccole, ma non con le 'grandi', spiegando facilmente le ragioni che l'hanno portata fuori dalla Champions League. Cinismo, lucidità sotto porta, aggressività e fame sono gli elementi meno citati sul referto del test di personalità mostrata dall'Inter contro le big, ma se nei ko con Atletico, Liverpool, Juventus, Milan all'andata i vicecampioni d'Europa hanno l'alibi consolatorio dell'episodio girato a favore degli avversari che gli ha tolto più di quanto effettivamente meritasse, è nel derby di ieri sera che Barella e compagni si trascinano all'angolino di un ring che stavolta non regala sconti. Poca incisività, a tratti eccessiva mollezza, dovuti ad aggressività e mordente inadeguati alla portata del match, fattore scatenante di una prestazione che per la prima volta in stagione frutta all'Inter una bocciatura insindacabile sotto ogni punto di vista, specie nel primo tempo. Ritmo lento, possesso e giropalla sterile, errori, disattenzioni, leggerezza e sufficienza inaccettabili quanto incomprensibili al netto di un undici iniziale che vedeva tra le grandi assenze Calhanoglu, Dumfries, Lautaro e Thuram.
L'esclusiva responsabilità di reggere l'attacco è arrivata per Esposito e Bonny probabilmente con gravosità eccessiva: struttura fisica e tattica dei rossoneri spengono la luce di Pio, ingabbiato dai tre centrali rossoneri che lo disinnescano rendendo inefficace il lavoro sporco al quale si presta. Sacrificio 'sprecato' anche dal collega di reparto, tornato con pesantezza dalla contrattura che lo aveva fermato nei giorni scorsi e arriva al primo grande appuntamento sotto i riflettori scarico, non entra mai davvero nei meccanismi di gioco e non riesce ad essere mai d'aiuto al gigante a fianco. Barella, che ha fatto meglio di altre recenti uscite, non è riuscito ancora a tirar fuori tutta la qualità del 'bel giocatore' che conoscono al Meazza e l'assenza di Calhanoglu in regia pesa più di quanto lo splendido Zielinski riesca a reggere. A proposito del turco, Chivu in conferenza post gara ha tagliato corto: non ha giocato perché non stava bene e tanto basta per proseguire con l'apprensione successiva. Al 68esimo a lasciare il campo zoppicante è stato Alessandro Bastoni, ancora fischiato ma anche accolto con cori a suo supporto dalla Nord, e anche a proposito del 95, l'allenatore si è limitato a parlare di botta sulla tibia. L'assenza di Lautaro insomma pesa, specie in gare di questo calibro, non solo da un punto di vista tecnico-tattico: la mancanza della trainante leadership del capitano si fa più tangibile che mai e il peso da reggere contro i cugini ieri sera è risultato eccessivamente oneroso persino per Dimarco riscopertosi impreciso nella serata più importante.
Dopo la prima grande occasione di Mkitaryan al 34esimo, al nono minuto della ripresa è la conclusione di Dimarco la vera grande occasione per i nerazzurri che nei secondi quarantacinque e rotti giri d'orologio fanno meglio che nel soporifero primo tempo, ma soltanto nell'atteggiamento, ancora insufficiente e ancora infruttuoso. Maignain non corre particolari brividi neppure con i guizzi di Dumfries e Frattesi e a rendere piccante la partita degli interisti è il doppio controverso episodio nel finale: il gol da corner annullato al 93' perché Doveri aveva fischiato in precedenza per far ribattere e il tocco di braccio di Ricci al 95esimo che lascia dubbi sulla decisione dell'arbitro di non concedere rigore. Su quest'ultimo punto l'interrogativo nasce tenendo conto del metro di giudizio stagionale utilizzato fin qui, interrogativo che Chivu decide di non porsi e al contrario evita: "Per me ci sono un VAR e un AVAR che credo abbiano fatto check, non ho nulla da dire. Sto pensando ai miei errori", come ha detto a DAZN dopo pochi minuti dall'accaduto che di fatto ha messo il punto sul secondo derby vinto dal Milan in stagione (non accadeva da quindici anni) che consegna alla squadra di Allegri un -7 dalla capolista ora sì obbligata alle riflessioni, ma a nessun affanno di corsa, figuriamoci di rincorsa. D'altronde, l'ha detto proprio Max nei giorni scorsi: il cavallo vicino al palo è ancora l'Inter, tremendamente colpevole per la notte in bianco, frutto di superficiale spocchia di chi può concedersi un turno sabbatico.
Autore: Egle Patanè / Twitter: @eglevicious23
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