La rimonta incredibile, le emozioni sfrenate, l'urlo del Meazza, la finale di Coppa Italia in tasca. In tipico stile Inter ieri si è smaterializzata una di quelle serate indimenticabili, con un ribaltone negli ultimi 20 minuti che a debita distanza, ai tifosi di lunga data, ha ricordato un Inter-Sampdoria di qualche anno fa (era il 9 gennaio 2005). Pura essenza nerazzurra, e anche Cristian Chivu, da navigato rappresentante del concetto, ha voluto parlare di Pazza Inter che un suo predecessore aveva cercato, con le migliori intenzioni ci mancherebbe, di soffocare. Ma il DNA è quello e non esiste modo, se non nei fumetti della Marvel, di cambiarlo. I futuri Campioni d'Italia dunque potranno disputare la finale della coppa nazionale dopo essersela guadagnata sfidando e schiaffeggiando un destino che sembrava ineluttabile, contro un Como coriaceo che manca ancora una volta l'appuntamento con la W contro i nerazzurri.
Mettendo da parte l'esaltazione nerazzurra, è anche giusto sottolineare i meriti dell'avversario, non certo per caso in una semifinale di Coppa Italia. Nonostante per la sesta volta Cesc Fabregas non sia riuscito a battere l'Inter, collezionando la quinta sconfitta in sei partite (unico pareggio nella scialba semifinale d'andata), la sua squadra ha confermato di essere una gran bella gatta da pelare anche per la capolista di Serie A, non solo per quelle che la seguono in classifica. Ad oggi i lariani hanno raccolto scalpi blasonati, facendo punti a San Siro (contro il Milan) e al Maradona, superando sia al Sinigaglia sia allo Stadium la Juventus che li precede al quarto posto e la Roma tra le mura amiche. Il Como non è affatto, dunque, un avversario che lascia dormire sonni tranquilli. Se n'è accorto anche Chivu in questa stagione in cui l'ha affrontato ben quattro volte e in un modo o nell'altro ha dovuto spremere le meningi per non soccombere.
Il 6 dicembre 2025, al Meazza, il tabellino recitò 4-0 per l'Inter. Risultato pesante e anche troppo severo nei confronti dei lariani, in controllo del gioco fino al raddoppio da corner di Marcus Thuram al 59', che diede il la al poker finale punendo oltre misura la prestazione degli ospiti, come più volte ha ricordato lo stesso Fabregas focalizzandosi sul gioco espresso. Resta il fatto che un 4-0 è difficile da commentare in altro modo e lo stesso allenatore spagnolo ne è consapevole.
Difficile da commentare anche lo 0-0 del 3 marzo, andata della semifinale di Coppa Italia al Sinigaglia. Tanto turn over, pochissime emozioni e la volontà condivisa (non condivisibile) di non farsi male e rinviare ogni discorso qualificazione alla partita di ritorno. Chi nutriva grandi aspettative, conoscendo le qualità e la filosofia di entrambe le squadre, è sicuramente rimasto deluso dalla pragmatismo mostrato in campo ambo i lati.
Zero pragmatismo invece il 12 aprile, partita chiave per entrambe sempre al Sinigaglia: l'Inter per staccare il Napoli (fermato nel pomeriggio a Parma) e mettere il sigillo allo Scudetto, Como per rimanere in corsa per il quarto posto che vale la prossima Champions League. Per la prima volta il calcio di Fabregas si dimostra nettamente superiore rispetto all'impostazione data da Chivu ai suoi: pressing alto, linee di passaggio oscurate, aggressione al portatore e squadra corta. Nel momento in cui Nico Paz firma il 2-0 al 45' la sensazione è che i padroni di casa abbiano finalmente preso le misure ai nerazzurri e stiano per togliersi un peso dallo stomaco con la leggerezza di chi vola grazie alle proprie convinzioni. Il gol al tramonto del primo tempo di Thuram (sempre lui), però, riporta sulla terra tutto il popolo comasco e toglie sicurezze ai ragazzi di Fabregas. Un effetto che si ripeterà anche nel confronto successivo. Il secondo tempo è una sorta di esposizione di muscoli da parte dell'Inter, che aggrappata a quelli di Denzel Dumfries effettua il ribaltone e protegge la vittoria anche da 'distrazioni' arbitrali: 3-4, Scudetto in cassaforte nella serata più complicata.
Ieri sera, semifinale di ritorno di Coppa Italia, i lariani eseguono anche meglio di 9 giorni prima le indicazioni del proprio allenatore. Per tutto il primo tempo e nei primi 15-20 minuti del secondo controllano il gioco, impediscono ai padroni di casa di proporsi, coprono benissimo il campo, mantengono un baricentro alto soffocando sul nascere ogni manovra fluida e colpiscono ben 2 volte candidandosi seriamente alla finale della competizione. I cambi di Chivu e, soprattutto, il gol di Hakan Calhanoglu (pesante mentalmente come il sopra citato di Thuram) risvegliano Golia, che va oltre tutti i limiti palesati in precedenza e sfoga sul malcapitato Davide la sua voglia di rivincita. Tutto ciò che di gradevole aveva mostrato il Como sparisce e lascia spazio a una squadra impaurita, che si abbassa nella propria area di rigore e spera in qualche ripartenza, ma nella migliore delle ipotesi pensa a perdere tempo e allontanare il pallone il più possibile. Per uscire da un'aggressione del genere bisogna saper giocare anche bassi, ma questo Como si è sempre contraddistinto peer altre qualità e alla lunga i difetti emergono. Da qui altri due gol, sempre nel cuore dell'area di rigore, con Calhanoglu lasciato libero di segnare di testa (!) e Petar Sucic di scambiare troppo facilmente con il turco per poi calciare in totale libertà.
Un altro ribaltone che mortifica quanto di buono messo in atto dal Como, capace di tenere testa a chiunque senza paura, salvo patire emotivamente determinati episodi che vanno contro vento e a cui non riesce a reagire. Questione anche di personalità che non si compra certo al mercato e di cui l'Inter è carica, perché altrimenti sarebbe impresa titanica rigirare certi risultati, figuriamoci farlo due volte in meno di dieci giorni. Fabregas può comunque essere orgoglioso di ciò che sta costruendo sulle rive del lago, la sua squadra mostra sempre più connotati internazionali e alla lunga, con maggiore esperienza, questo aspetto pagherà dividendi. Ma oggi questa Inter è troppo anche per l'ottimo Como.
Autore: Fabio Costantino / Twitter: @F79rc
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