Dopo l’appuntamento saltato a Milano, Javier Zanetti mantiene la promessa e si presenta al Teatro Ariston di Sanremo per presenziare alla nuova serata della tournée di ‘Viva El Futbol’ con Daniele Adani, Antonio Cassano e Nicola Ventola. Accolto dall’ovazione dei presenti, il vice presidente dell’Inter, Zanetti si racconta rispondendo alle domande dei tre suoi ex compagni, tra passato e presente suo e della squadra.
Cosa senti ogni giorno per l’Inter?
“L’Inter è la mia famiglia, un amore che è nato da quando sono arrivato in Italia nel 1995. Ero il quarto straniero dopo Paul Ince, Roberto Carlos e Sebastian Rambert, ma mi sono innamorato da subito dell’Italia e di questo club per i valori che ha. Per uno come me che arrivava molto giovane, la prima cosa da cercare era l’accoglienza. La famiglia Moratti mi ha accolto come un figlio e io sarò sempre grato a loro e all’Inter, sono sempre legato a questa società e orgoglioso di averne difeso i colori in ogni parte del mondo. Siamo tutti interisti in famiglia, io, mia moglie Paula e i miei figli”.
Ci sono 3-4 figure, più qualcun altro, che sono un po’ di tutti al di là della maglia difesa. Credo che nessun tifoso ti abbia mai criticato, questo lo senti?
“Questa è la cosa più bella che mi capita. Quando la gente porta questo rispetto, a prescindere dalla squadra per la quale tifi. Io, Paolo Maldini, Francesco Totti, Alex Del Piero, siamo persone che hanno vissuto grandi rivalità in campo ma oggi ci abbracciamo sempre come fratelli. In campo difendevamo i nostri colori ma il rispetto non te lo regala nessuno”.
Lautaro Martinez è un altro molto attaccato alla tua squadra, puoi parlarci di lui? So che ha rifiutato tante offerte perché sta bene all’Inter.
“Sono felicissimo di Lauti, perché quando l’ho conosciuto, quando parlavo con Diego Milito e con Piero Ausilio dell’opportunità di vederlo all’Inter, quello che sta mostrando oggi è quello che pensavamo potesse mostrare. Ha un grande senso di appartenenza, è un trascinatore, un leader per i compagni. Poi è felice a Milano con la famiglia, sente l’Inter come una famiglia come me. Ci tiene tanto, spero rimanga con noi tanti anni”.
In tanti anni all’Inter sono cambiati molti allenatori, ma chi arrivava ti faceva la radiografia e dovevi dimostrare qualcosa in più. Ci sono state delle difficoltà?
“Ci sono stati momenti di grande difficoltà. L’Inter è una grande società e ambisce a vincere sempre ma non è facile. Il presidente faceva grandi investimenti per grandi campioni ma i titoli non arrivavano. Io ho sempre creduto nel lavoro, ero convinto sempre di quello che potevo dare. Ho avuto anche la possibilità in quei momenti di andare al Real Madrid, lì dove comunque era più facile vincere, ma sulla mia bilancia pesava di più dove io ero e sono felice. Volevo lasciare il mio segno all’Inter, non potevo andarmene lasciando l’Inter in quelle condizioni. Ma dico sempre che quei momenti di difficoltà hanno fatto crescere me e l’Inter, rendendoci resilienti e preparandoci per le vittorie future. Per vincere bisogna saper perdere, poi le cose arrivano”.
Puoi dirci chi era il capitano Javier Zanetti?
“Ero un capitano anche senza la fascia, prima. Poi, quando ho avuto l’onore di indossare la fascia ho avuto più responsabilità ma la persona è rimasta la stessa. I compagni conoscono questo Zanetti, un capitano che parlava poco e dava l’esempio, che fa vedere la strada da seguire e il primo che deve mettere la faccia nei momenti di difficoltà. Ero un capitano che condivideva tutto, quando c’erano difficoltà eravamo un gruppo e io mettevo a disposizione tutto quello che avevo per risolvere i problemi e andare avanti perché tutti avevamo un obiettivo in comune. La cosa importante era rimanere se stesso, io sono così anche con un altro ruolo. Siamo sempre una squadra che lavora fuori, se ragioniamo tutti così è molto più semplice. Posso dire che uno può essere più bravo dell’altro nelle cose che fa, ma la differenza la fanno i valori umani”.
Cosa ti ha portato per 25 anni ad allenarti al massimo e sempre col sorriso?
“Questa è una cosa importante, la cultura del lavoro che ho sempre avuto dall’insegnamento dei miei genitori. Da bambino guardavo i sacrifici che facevano per me e mio fratello, e nemmeno loro si lamentavano pur vivendo momenti duri. Mi hanno trasmesso valori umani importanti che mantengo ancora adesso. Poi c’è la passione per il calcio: magari dopo l’infortunio di Palermo la gente pensava che la mia carriera fosse finita ma io pensavo già alla riabilitazione perché volevo fare un’altra partita".
Un aneddoto su Simoni.
"Prima di un Inter-Juve, venne da me e mi disse che mi avrebbe messo a uomo su Zinedine Zidane. Un giocatore incredibile, non riuscivi a portargli via la palla. Poi abbiamo vinto e io posso dire che il mio lavoro l'ho fatto".
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