Dopo la prima interessante e a tratti emozionante intervista curata da Cristiana Buonamano dal palco del Festival della Serie A a Beppe Marotta durante la quale il Presidente dell'Inter ha ripercosso la vincente annata appena conclusa (LEGGI QUI), il numero uno dei campioni d'Italia ha continuato a parlare della sua Beneamata, ma anche di tanti altri temi che riguardano il mondo del calcio italiano. Di seguito le sue risposte.

Chivu guardando alla prossima stagione ha detto che la Champions League non deve diventare un'ossessione.
"La sua considerazione è giustamente prudente, ma dentro di sé è animato da voglia e coraggio di poter vincere. L'asticella soprattutto dopo una stagione che noi abbiamo fatto in questo modo deve essere sempre alzata in qualsiasi attività sportiva. Questo non è sinonimo di arroganza, ma nello sport bisogna essere ambiziosi, bisogna che l'asticella si alzi sempre perché avere davanti degli obiettivi alti è anche da stimolo. Essere ambiziosi è una qualità positiva, l'arroganza è vedere dall'alto in basso gli altri ed è un aspetto negativo. Quando lui giustamente, e in modo prudente dice, non deve essere un'ossessione, ha ragione. Io dico invece che avere un obiettivo alto, molto alto, può essere un'ossessione. Tu ci pensi tutti i giorni e attraverso il pensiero stimoli quello che è poi un'attività motivazionale che ti porta veramente a raggiungere dei traguardi anche insperati, anche nel confronto con i cosiddetti competitor che sulla carta possono avere qualità o forza economica superiore alla tua, ma che comunque sono degli avversari. Lo sport, forse, è uno degli aspetti della vita dove l'equazione chi più spende più vince non esiste, ed è l'esempio che abbiamo avuto".

Lei ha anche detto 'se vinco la Champions, mi sa che me ne vado in pensione'. Cosa manca?
"Intanto c'è da dire una cosa, che la Champions rispetto a un campionato nazionale è molto diversa, perché il campionato nazionale è come una corsa a tappe, il Giro d'Italia. Il ciclismo deve essere fonte di ispirazione per il calcio. Il ciclista fa tre, quattro ore di pedalate e la fatica è proprio il valore più alto che hanno. Però mentre il campionato è come se fosse una corsa a tappa e alla lunga vince assolutamente il migliore, la Champions è come se fosse un torneo, e sempre nel ciclismo è come se fosse la Milano-Sanremo, quindi non sempre vince più forte. Perché? Perché le circostanze della Champions passano attraverso anche un sorteggio e tu trovi un sorteggio dove hai più facilità per arrivare in fondo. Un altro, se io mi riferisco per dire alla semifinale PSG-Bayern Monaco, con tutto il rispetto parlando per l'Arsenal, era una bella partita, io l'avrei immaginata come finale. Invece il calendario, il sorteggio t'ha messo in questa condizione. E poi succede che la Champions non ha una linearità di calendario. Tu hai dei momenti in cui ti fermi, momenti in cui riprendi. Se in quei momenti in cui riprendi hai uno stato di forma non ottimale, hai dei giocatori infortunati, hai delle situazioni che ti sono avverse, evidentemente crei una situazione di handicap rispetto ai tuoi avversari e quindi ti può condizionare. Ma è vero anche al contrario. E quindi speriamo che la fortuna del giorno prima ci possa aiutare per cercare di fare un cammino più lungo possibile".

Quanto è importante avere uno stadio di proprietà?
"Metto quello che può essere un aspetto economico, finanziario, quindi tu devi avere la capacità di valorizzare al massimo tutte le risorse che produci e quindi il discorso dello stadio è proprio inteso come un contenitore, dopo lo guardiamo dal punto di vista emotivo, che sviluppa risorse economiche. E allora però devi anche poter vendere un prodotto che sia moderno, che sia sicuro, che sia ospitale. Oggi San Siro, che è un'icona italiana nell'ambito dello sport e non solo, rappresenta però uno stadio datato e non ti dà quel comfort o quegli aspetti di ospitalità che tu puoi trasformare in un vantaggio economico. Mi riferisco a Skybox o a tantissime altre iniziative che durante la settimana tu puoi svolgere. Non a caso la trasformazione del Bernabeu di Madrid, porta al fatto che il Real vuole raggiungere il numero di introiti da stadio che superano il mezzo miliardo. Quando noi in Italia, e siamo i primi, raggiungiamo i novanta-cento milioni a seconda del cammino in Champions League. Quindi questo porta già a un gap che noi abbiamo nei confronti, parlavo della Spagna, ma di tutto il fenomeno, della Premier League. Per cui questo porta al fatto che se la uniamo, lo uniamo questa considerazione a un concetto anche di sicurezza vera e propria che lo stadio deve avere, ti porta a dire noi vogliamo uno stadio nuovo. E non è una mancanza di rispetto verso San Siro, dove io ho vissuto la seconda vittoria dei campioni dell'Inter, ero un bambino. Come faccio a dimenticare quella vittoria per 1-0, la papera del portiere? Avevo sette anni, o sei. Ma te lo ricordi lo stesso, anche se per un momento vedi che il San Siro non c'è più. Ma lo Stadio nuovo è un'esigenza. Purtroppo siamo in Italia e allora la burocrazia è molto lenta, ti impedisce, tant'è che noi ci siamo per un momento arenati e grazie alla tenacia della nostra proprietà da una parte e da quella del Milan si sta andando avanti. Per cui già qua, ma non lo dico polemicamente, io vedo che queste grandi opere, perché è uno stadio dove c'è l'investimento di 2 miliardi rappresenta una grande opera per la nostra Italia, deve essere sotto il cappello di un ministero delle infrastrutture, perché in realtà di tale stiamo parlando, di una struttura che non solo porterà un beneficio diretto ai club ma anche l'indotto che genera, l'occupazione, tutto un insieme di cose, devono far sì che si possa snellire questo processo che oggi non c'è. Quindi abbiamo questa esigenza perché colma, come dicevo, quel gap di cui ho parlato. Dal punto di vista emozionale è chiaro che avere una propria casa ti dà e sviluppa un altro concetto molto forte che in un club ci deve essere, che è il senso di appartenenza. Essere nella tua casa, anche se in questo caso è condivisa con il Milan, però ti dà quella forza in più che ti porta a raggiungere qualche punto più di classifica, sicuramente. Io dico sempre che i punti di classifica vanno sempre distribuiti tra tutti gli attori di un club, che possono essere il giardiniere, il magazziniere, il cuoco, per poi salire fino all'allenatore. Magari l'allenatore ti dà 90% dei punti o 95% e 10% te lo danno questi piccoli componenti. Non dico allenatore, allenatore squadra, ma questi piccoli componenti che possono essere i nutrizionisti, i fisioterapisti, i medici, tutto un insieme di cose. Lo stadio rappresenta un contenitore in cui tutto questo viene valorizzato ancora di più".

Florentino Perez ha detto che ci farà sapere il nome sul quale metterà 150 milioni di euro. E non gioca in Premier. Come la lascia quest'affermazione?
"Con Florentino ho un ottimo rapporto perché è una persona che ho sempre preso come esempio e l'esempio è un'altra cosa per voi giovani che serve. In questo caso Florentino Perez ha rappresentato per me un dirigente di grandissimo spessore, da imitare. E allora lui è molto bravo, è molto saggio all'età in cui oggi tutte le cose se le fa scivolare addosso e nel momento in cui anche adesso ha tanta critica e pressione addosso lui tira fuori delle cartucce che sono importanti. Il fatto di pensare a Mourinho, il fatto di pensare a un giocatore che immagino, ma non dico, l'ha fatto diventare un Presidente vincente, penso che sia il Presidente più vincente del mondo. E quindi, diciamo appunto, è una figura da prendere come è stato per me fonte di ispirazione, oltre che una persona che stimo e a cui voglio molto bene".

È più difficile fare il calciomercato?
"Allora, innanzitutto io, dalla mia ho avuto la fortuna di poter conoscere tutte le dinamiche che esistono in una società di calcio. Di capire, per esempio, che il ruolo del direttore sportivo era importante ma che subiva delle trasformazioni e non era sufficiente per affermarti. Tant'è che io ho fatto per tanti anni il direttore sportivo in vecchia maniera e poi ho capito che dovevo capire di bilancio, di gestione quotidiana dell'azienda, di gestione degli uomini e delle donne, quindi bisognava prepararsi in modo migliore. Ed è stata la mia fortuna, cioè quello di essere arrivato poi a essere amministratore delegato e cioè quindi coordinare tutto un gruppo di aree: un gruppo di colleghi, di collaboratori e il mio compito è proprio quello di coordinare, prendere delle responsabilità. Come diceva Marchionne, che è un'altra mia fonte di ispirazione, l'organizzazione deve avere due qualità: primo, stabilire i valori dell'azienda, sono importanti. Secondo, scegliere gli uomini con cui lavorare. Io sono sempre riuscito a fare queste due cose perché le proprietà che ho avuto mi hanno dato la possibilità di farlo e quindi sono riuscito a costruire delle squadre, ma squadre non di calcio, squadre nel senso generale, tra cui le componenti calcistiche, che erano rappresentate da colleghi, da persone che avevano delle responsabilità. Il mio compito è quello di mettere in sicurezza, di coordinare queste barriere tra di loro, cercare sempre di dare delle motivazioni attraverso l'ascolto, che è importante ascoltare i collaboratori, attraverso l'esempio che abbiamo citato e attraverso delle linee guida precise e decise. Questo è un po' il compito di un amministratore delegato in una società di calcio che è atipica".

A 365 giorni esatti fa dalla debacle con la Norvegia. I giovani sono l'unica chiave per risalire e tornare ad avere una credibilità internazionale?
"Intanto ci tengo a fare un distinguo, lo dico come dirigente e come amministratore dell'Inter, quindi della Serie A. Perché credo che si faccia un po' di confusione nell'analisi. Si parla sempre di calcio vicino al default, vicino al fallimento, quando in realtà in mezzo a tantissime difficoltà oggi il problema che si è evidenziato quest'anno, cioè la mancanza della nostra presenza ai Mondiali, è di carattere sportivo, non di carattere economico-finanziario. Nonostante noi siamo in difficoltà come mondo calcistico, la Lega di Serie A, la Lega di Serie B, la Lega Pro, che ha bisogno di riforma, ma è semplicissimo, cominciamo a ridurre l'area professionistica, poi la grande nostra difficoltà è quella sportiva che nasce anche innanzitutto da un format fatto dalla FIFA diverso da quello dei quadrienni precedenti e qui porta il fatto per esempio che arrivano nazioni come Capoverde chem onestamente poco ha a che fare con l'Italia ma non voglio entrare in questa situazione perché sennò si creerà polemica. È una crisi che parte da lontano, parte da dopo 2006 quando noi abbiamo vinto in Germania. Da lì c'è stata un po' di difficoltà anche se poi in contraposizione ci sono i risultati perché anche domani noi facciamo con la nostra Nazionale Under 17 la finale del campionato europeo contro il Belgio e abbiamo eliminato proprio l'altro ieri la Spagna, che invece è considerata. Quindi noi abbiamo grandi talenti e grandi risorse. Il made in Italy è secondo me ci rappresenta molto bene nel mondo ma a livello generale, a livello calciatori, a livello di tecnici, uno su tutti Ancelotti che allena il Brasile, Montella che allena la Turchia... quindi abbiamo anche degli ottimi allenatori. A livello dirigenziale non sta a me dirlo però credo che insomma abbiamo degli ottimi dirigenti. Dove abbiamo difficoltà è nell'ottenere risultati con le nostre squadre. Dovrei stare qua un'ora. La prima domanda che faccio è per esempio, come mai Friuli-Venezia-Giulia, che negli ultimi trent'anni, quarant'anni ha sempre dato campioni come Burnis, Zoff, Cappello, Collovati, oggi non esprime più nulla? Quindi questa è una domanda che ha bisogno di una riflessione ed è molto lunga la riflessione da fare. Innanzitutto dobbiamo partire da un principio che lo sport deve essere gratuito per tutti e oggi non lo è. I campioni che hanno dettato la storia del calcio italiano nascono dai ceti medio-bassi e oggi questi ceti medio-bassi trovano difficoltà a giocare a calcio perché non ci sono più gli oratori. E quando tu approcci con il club, con la squadra di quartieri, di periferia che può fare attività giovanile, ti chiedono la famosa retta scolastica, la retta da calcio che può essere di 100 euro, 150 euro al mese. Perché? Perché sono venuti meno i mercenati che subvenzionavano questi piccoli club. Questo porta a che cosa? A una dispersione. Il fatto che hai difficoltà a trovare talenti. Bisognerebbe cominciare a riportare il calcio nelle scuole e far sì che nelle scuole, come succede in Germania e in Norvegia, si applichi quella che è la carta del fanciullo, dove il sistema scolastico ti obbliga a svolgere tre discipline sportive di buona qualità. Ma ripeto, dovrei andare avanti mezz'ora e potrei spiegarvi tutto, dico solo che poi la seconda cosa è formare i formatori. Quindi ci sono tanti interventi da fare".

Come può aiutare la politica?
"Noi non ci siamo mai permessi di chiedere soldi alla politica. Noi abbiamo bisogno del legislatore, che faccia delle leggi per facilitare gli investimenti dei privati e la gestione delle società. Noi avevamo il decreto crescita, che riguarda tutti colori che svolgevano un'attività lavorativa. Il calcio è un'attività lavorativa, i calciatori sono definiti per lege dei lavoratori subordinati. A un certo punto abbiamo perso quest'agevolazione, che tutti gli altri manager hanno. Poi c'è il decreto dignità, per cui non possiamo fare pubblicità al betting, di cui pure lo Stato trae benefici economici. Noi dalla politica vogliamo che ci faciliti la gestione dei club, vere e proprie aziende che rispondono all'autonomia dello sport e a leggi valide per qualsiasi attività imprenditoriale. Dobbiamo snellire questi percorsi".

Sezione: In Primo Piano / Data: Sab 06 giugno 2026 alle 11:45
Egle Patanè / Twitter: @eglevicious23
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Egle Patanè
autore
Simpatizzante Colchonera, alma argentina, sangue catanese e corredo genetico interista. Figlia dell’Etna, ma nipote di Peppino Prisco, parlo e scrivo di Inter dal 10 agosto 1993. Nata lo stesso giorno di capitan Zanetti ma 20 anni dopo, giusto il tempo di non ereditarne calma e saggezza. Vivo nel segno del 23: con la diplomazia di Materazzi