Il calcio, per certi aspetti, si rispecchia anche nella vita. Ci sone persone che si amano o si odiano, senza mezzi termini. Altre alle quali smetti di voler bene perché ti hanno tradito, ti hanno abbandonato, magari senza un vero motivo. Nel calcio è un po' la stessa cosa. Il libro del football è ricchissimo di pagine che vedono grandi figure che lasciano il nerazzurro per abbracciare il bianconero o il rossonero, sbattendo la porta e rinnegando anni di trionfi con la maglia dell'Inter, o viceversa. Ma lui no. Si è seduto su entrambe le panchine di Milano, non si è fatto mancare le vittorie con la Juventus, ma nessuno gli ha mai voluto male. Il tifoso interista lo ricorda sempre con affetto, essendo legato a lui per un trofeo che è diventato leggenda. Lo Scudetto dei record è indelebile, su quel tricolore ci sono i suoi consigli, le sue direttive, la sua tattica, le sue idee e soprattutto... il suo storico fischio.

All'Inter dal primo luglio 1986 al 30 giugno 1991, vince il campionato 1988-1989, la Supercoppa italiana 1989, la Coppa Uefa 1990-1991 e viene inserito nella Hall of fame del calcio italiano nella categoria 'Allenatore' nel 2012. FcInterNews ha intervistato in esclusiva uno dei tecnici più vincenti e importanti nella storia di questo sport, in Italia come in Europa. Giovanni Trapattoni ripercorre i suoi anni alla guida dell'Inter, guardando anche al futuro, considerando l'attualità con il lavoro di mister Walter Mazzarri e della squadra. Non manca, inoltre, anche un retroscena legato a un suo possibile, mai concretizzatosi, ritorno sulla panchina nerazzurra.

Mister Trapattoni, ha dichiarato recentemente di essersi sentito allenatore al 100% proprio alla guida dell'Inter. Da cosa nasce questa sua convinzione?
"Sì, è vero. Venivo da un club eccezionale come la Juventus, la stuttura societaria era importantissima e ti dava la possibilità di formarti, però il tuo contributo era limitato al solo ruolo dell'allenatore. C'erano figure storiche come gli Agnelli, i Boniperti, grandi osservatori e piani strategici molto ben definiti. Per darti un'idea ti cito questo episodio: quando dissi che un giocatore come Boniek avrebbe potuto dare un contributo fondamentale alla squadra Agnelli mi rispose che la situazione di quel momento non avrebbe permesso un acquisto del genere, dicendomi di avanzare altre ipotesi. Arrivarono altri giocatori, ma vincemmo lo stesso. Era un fatto di organizzazione societaria che teneva conto delle esigenze di quel periodo, non sto dicendo che all'Inter non c'era tutto questo - anche con Pellegrini c'è stato bisogno di fare 'calcoli' -, ma a Milano mi sentii un allenatore a 360°. Alla Juve era giù tutto pianificato alla perfezione, mentre a Milano ho dovuto dire 'benissimo, adesso vediamo in tre anni dove possiamo arrivare'. Andai io personalmente a casa di Matthäus, Brehme, Bianchi e Berti, mi sono sentito un vero e proprio manager. Sottoscrivemmo delle lettere private in cui veniva specificato che tutti questi giocatori, una volta arrivati alla scadenza del loro contratto, sarebbero poi arrivati all'Inter. Ho fatto anche da tramite tra società e presidenza per poter arrivare alle vittorie, costruendo una grande squadra. Quindi mi sono sentito un allenatore non al 100%, ma al 101%. Con Pellegrini costruimmo, mattone dopo mattone, una grandissima Inter".

Si può dire, in base a questa considerazione, che all'Inter si è vista maggiormente la sua mano rispetto alle sue altre esperienze?
"Sì, ma in parte. Alla Juventus arrivai e vinsi subito, vinsi due volte. Qualcuno voleva la mia testa quando perdemmo, ma la l'Avvocato disse 'No, tu rimani. Se facciamo risultati ogni 2-3 anni per noi può andare bene', questo cosa vuol dire? C'era già una struttura societaria che ti aspettava, si dava tempo all'allenatore di programmare, di creare un percorso evolutivo senza voler risultati immediati. Nel calcio di oggi in Italia non è così".

Scudetto dei record 1988-1989: è il capolavoro per definizione della carriera di Giovanni Trapattoni?
"Diciamo di sì, anche se in Austria, alla guida del Red Bull Salzburg arrivai in una situazione analoga, costruendo pezzo dopo pezzo la squadra e arrivammo alla vittoria del campionato 2006-2007. Cominciai al Milan come sta iniziando adesso Inzaghi e dopo andai per la mia strada ottenendo dei risultati. Quando vedi che una struttura funziona capisci che vorresti misurarti in altre realtà e io andai in squadre non 'facili' come il Cagliari stesso o in Austria. Ho sempre agito in questo modo: una volta che ritenevo i cicli conclusi preferivo cambiare, comunicando molto prima la mia decisione".

Quindi lo Scudetto con l'Inter la reputa l'impresa della sua carriera o una vittoria tra le tante?
"E' stato importantissimo perché è stato l'ultimo a 2 punti per vittoria, quindi immagina quanti punti avremmo ottenuto oggi. C'era un processo appena iniziato in un club importantissimo come l'Inter che non riusciva a ottenere risultati da 12 anni, facemmo una lista di giocatori e andammo a prenderli tutti: a Milano posso dire di aver costruito una casa dalle fondamenta".

Nella storia dell'Inter rimarranno indelebili sia la Grande Inter degli anni '60 sia la squadra che con Mourinho trionfò nella stagione 2009-2010, quella del Triplete. Quanto è orgoglioso che il suo tricolore sia leggenda 'in mezzo' a questi due grandi periodi?
"Non si tratta di essere orgogliosi. Si trattava di un processo che vedeva un allenatore che cercò di ottenere il 100% dagli uomini che aveva a disposizione. Se mi dai del cotone cerco di fare una camicia di cotone, se mi dai della seta cerco di fare una cravatta di seta. Orgoglioso non direi, siamo pagati per portare risultati e credo di esserci riuscito all'Inter. Sono soddisfatto, è stato un grandissimo piacere. Sono orgoglioso, invece, quando una Nazionale o un club mi cerca ancora".

Per quanto riguarda l'attualità, come valuta il lavoro della squadra e di Walter Mazzarri in questa stagione?
"Bisogna valutare questa stagione considerando alcuni aspetti. Mazzarri aveva in mente un progetto, ma non è stato possibile portarlo avanti totalmente da subito. All'inizio è riuscito a ottenere una serie di risultati importanti consecutivamente, ma la rosa ha palesato limiti di alternative, di ricambi. Questa non è una scusante, ma bisogna dare atto all'allenatore toscano di questa mancanza, dandogli la possibilità di completare la squadra".

A livello di mercato, in quali ruoli la società dovrebbe intervenire?
"Non credo di essere la persona più adatta per rispondere a questa domanda. Mazzarri conosce i giocatori e saprà benissimo dove ci sarà bisogno di intervenire sul mercato. Conosce i pregi e i difetti di questa rosa, conosce tutto, quindi non posso dire io quali siano i giocatori da acquistare. In questo particolare momento storico ci sono difficoltà grandissime per le squadre italiane perché stare al passo della competizione internazionale è molto difficoltoso".

Samuel, Milito, Zanetti e Cambiasso non faranno più parte della nuova Inter. Lei, personalmente, avrebbe tenuto qualcuno di questi grandi giocatori o la scelta di dare un 'taglio netto' al passato la considera la scelta migliore?
"Non posso esprimere un giudizio tecnico su questo. C'è un allenatore come Mazzarri che ha tantissima esperienza, ha fatto grandi cose a Napoli, conosce la situazione e, quindi, non è compito mio esprimere un parere su questo. Bisogna valutare anche l'aspetto economico considerando che non si possono spendere 3 miliardi di euro. La pressione, poi, non deve essere un ostacolo per l'allenatore, come capitò a me in passato".

Tornando a parlare della sua carriera, c'è mai stata la possibilità di ritornare sulla panchina dell'Inter dopo il suo addio?
"Sì, c'è stato un momento, chiamamolo, 'di ritorno'. Io però scelsi un'altra strada decidendo di andare all'estero. Avevo voglia di ritornare all'Inter, ma la testa mi diceva che sarebbe stato molto difficile ripetere delle vittorie stupende in società in cui ero già stato".

Può dirci qualcosa di può su questa possibilità di 'ritorno' che non si concretizzò?
"Accadde neanche tanto tempo dopo il momento in cui lasciai l'Inter, diciamo quando tornai dall'estero. Ho avuto un contatto, c'era stata la possibilità, ma non ci fu alcun seguito. Ho sempre preferito l'aria straniera che ti permette di avere qualche mese in più di sopravvivenza (ride, ndr)".

I tifosi interisti non l'hanno mai dimenticata. Che messaggio vuole mandare a tutti loro e alla società?
"Società fantastica, ha sempre ottenuto grandissimi risultati. Insieme a Juventus e Milan rappresenta l'orgoglio del calcio italiano con le storiche vittorie sia in Champions League che in Coppa Uefa. Il tifoso interista, invece, è molto 'elettrico', uso questo termine. Negli anni '60 con Herrera si è abituato ad avere tutto, così come con Mourinho. E' un po' più 'elettrico' rispetto agli altri, ma credo che debba essere orgoglioso anche oggi perché lo stesso Mazzarri può fare bene, ma gli occorre del tempo. Le valutazioni vanno fatte mese per mese, considerando il lungo periodo".

Sezione: Esclusive / Data: Lun 02 giugno 2014 alle 20:07
Autore: Francesco Fontana
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