editoriale

Zhang, 70 mi dà tanto…

Zhang, 70 mi dà tanto…

Chiarezza tante volte è stata reclamata, specie in queste ultime, tormentate settimane, che a buona parte del tifo interista, perlopiù quello più sensibile alle intemperie esterne, ha fatto quasi dimenticare la grande festa...

Christian Liotta

Chiarezza tante volte è stata reclamata, specie in queste ultime, tormentate settimane, che a buona parte del tifo interista, perlopiù quello più sensibile alle intemperie esterne, ha fatto quasi dimenticare la grande festa per la conquista di uno Scudetto che in bacheca mancava da undici anni, davvero troppi. E chiarezza, alla fine, si è provato a dare, in un giorno anche particolare e ben studiato: ieri sono infatti trascorsi cinque anni dall’approdo ufficiale del gruppo Suning come proprietario del pacchetto di maggioranza di F.C. Internazionale Milano, cinque anni di visto una parabola ascendente in termini di crescita societaria e di risultati sportivi. Un piano quinquennale, senza necessità di sfumature politiche, dove la famiglia Zhang ha pagato uno scotto anche pesante nel suo periodo di apprendistato nel calcio europeo, per poi assestarsi anche superando altri passaggi a vuoto e difficoltà esterne di vario tipo, fino al raggiungimento del traguardo finale, atteso da troppo tempo da tutto un popolo.

E proprio in questo giorno comunque particolare, Steven Zhang, giovane rampollo della famiglia di Nanchino, ha rilasciato ben due interviste, a Sky e alla Gazzetta dello Sport, alle quali ha detto praticamente tutto o quasi quello che serviva dire, soprattutto quello che da tempo veniva reclamato da più parti, ovvero far capire una volta per tutte quello che è il quadro generale della società Inter. Per questo motivo, poco spazio è stato dato ai bilanci consuntivi di questo lustro di avventura alla guida del club nerazzurro, più che altro sottolineando quelli che sono stati i passi in avanti dal punto di vista della struttura societaria, diventata una delle più organizzate a livello europeo, e tante risposte Zhang ha cercato di dare in merito ai dubbi e alle nebbie che attanagliano il presente e il futuro immediato di Viale della Liberazione.

Primo fra tutti: perché alla fine è arrivata la separazione con Antonio Conte? È stato davvero un passaggio forzatamente legato alle difficoltà societarie del club oppure il tecnico salentino aveva fiutato odore di bruciato e allora in qualche modo ha provato a calcare la mano, finendo con il fare cozzare le proprie innate ambizioni con quella che è la realtà attuale? Insomma, lo stupore e la sorpresa per questa rottura sono davvero legittimati? In questo senso, il concetto espresso da Steven è stato abbastanza chiaro: nessuno, in casa Inter, si sarebbe sognato di dare un benservito così repentino ad un tecnico, stessa ammissione del presidente, anelato per anni, convinto due stagioni fa dall’accettare la sfida nerazzurra anche in schiaffo al proprio passato da capitano della Juventus e che alla fine è riuscito a interrompere il ciclo nazionale vincente della sua ex squadra.

Tecnico, però, che ha avuto la colpa di anteporre alla situazione attuale della società, intesa come Inter ma anche come contesto sociale ed economico attuale, la propria ambizione e fame di vittorie, peraltro messe in luce in un’intervista rilasciata prima dell’ufficialità del suo addio a Milano, nella quale riesce a mettere in risalto, forse nemmeno in maniera troppo positiva, il proprio spirito indomito, per non dire il proprio ego. Giusto separarsi, allora, se le divergenze erano tali; presto per dire chi avrà avuto ragione, anche se in questa fase siamo ad un nuovo tecnico, Simone Inzaghi, che ha incassato in pieno la fiducia della società e soprattutto di Romelu Lukaku, il bomber che sembrava legato a doppio filo proprio a Conte e che a quanto pare si è detto convinto dell’arrivo dell’ex tecnico della Lazio, mentre Conte sembra aver visto sfumare in fretta la pista Tottenham per divergenze estreme sulle visioni sportive ed economiche. 

Altro tema scottante, quello relativo alle prospettive in materia di calciomercato. Tema che da oggi, con l’inizio ufficiale del battage mediatico, diventerà ormai preponderante già ben prima dell’inizio ufficiale della campagna trasferimenti, anche se per il primo mese sarà attutito dalla disputa degli Europei per il ritorno del calcio d’estate e della Nazionale che per un po’ ci unisce nel tifo al di là di disquisizioni su tattiche e convocati. Ma che già in questi giorni introduttivi ha creato ansie in quantità industriale alla tifoseria, spaventata dall’idea di vedersi sgretolare, in nome del sacro bilancio, la squadra che quest’anno ha dominato il campionato dimostrando qualità e unità d’intenti senza pari, come effetto domino dell’addio di colui che questo gruppo lo ha plasmato. La situazione è ormai palese, inutile girarci intorno. Deve essere ormai ben chiaro a tutti che la crisi economica legata alla pandemia ha fornito colpi micidiali alle casse dei club, con l’Inter che ha risentito in maniera particolare di questa situazione avendole negato, in questo anno e mezzo orribile, una voce come quella degli incassi da stadio che per il club nerazzurro rappresentava una voce a bilancio non di poco conto. Ci si è aggrappati al progetto Super League con i suoi ingenti ricavi promessi, che però si è sciolto come neve al sole. Indi per cui, basta unire i puntini per capire che quella di reperire dal mercato quegli introiti che possono dare sollievo ai conti è diventata condizione necessaria e anche non sufficiente considerando che dall'altro fronte si dovrà agire per tagliare i costi.

Ma è qui che il discorso si fa, se vogliamo, più confuso e torbido: perché ancora non si è ben capito da dove deve generarsi questo benedetto attivo. Perché tra bilancia di mercato in attivo e plusvalenze in attivo, cose che ormai gli interisti hanno imparato sulla propria pelle, passa parecchia differenza. Un discorso limitato alle sole plusvalenze implicherebbe inevitabilmente presagi foschi, perché salterebbe evidentemente l’ipotesi Achraf Hakimi come unica cessione pesante, visto che il suo peso a bilancio è rilevante e il profitto coprirebbe solo parte della richiesta di 70 milioni di euro esplicitata dal numero uno nerazzurro. Senza contare che, da qualunque parte la si voglia vedere, in questo momento il margine per agire sul mercato in entrata appare assai limitato senza introiti di peso che possano garantire quel famigerato delta positivo.

Ma allora, in una situazione come questa, come è possibile non evocare lo spettro del ridimensionamento, dell’addio ai sogni di gloria? Bisogna partire da un punto: parlare di certezze e ambizioni in questo momento non è possibile per nessuno. Nessuno sa quali saranno le risorse, come verranno costruite le squadre, che campionato ci aspetterà se è vero come è vero che tutti o quasi i club di prima fascia hanno pensato in primo luogo al cambio di guida tecnica. Fa probabilmente la cosa giusta Zhang, pertanto, a parlare di obiettivi ad ampio raggio, a puntare in primo luogo ad un miglioramento delle prestazioni in Champions anche e soprattutto per una questione economica, visto che lo Scudetto è bellissimo e gloriosissimo ma poi guardi in Inghilterra il Brentford che torna in Premier League dopo 74 anni di assenza e come regalo intasca quasi 200 milioni di euro, grossomodo 4 volte di più del premio campionato dei nerazzurri, e alcune riflessioni te le imponi dicendoti che i soldi dell’Uefa sono mai come in questo momento cruciali per permettere alle casse di respirare. Almeno, finché la barca riuscirà a restare a galla...

Sta ora alla società fare in modo che la volontà di rimanere competitivi in Europa non si concili con un declassamento della qualità degli acquisti, visto che già si evocano gli spettri di una nuova, neanche tanto, ‘aurea mediocritas’. E sta a Steven Zhang stesso non pensare di ritenere concluso il suo lavoro, di chiedere a Simone Inzaghi di liberarlo dalla pressione così come fatto da Conte, perché la sfida che lo attende è sicuramente la più stimolante ma va affrontata nelle migliori condizioni di fiducia e vicinanza di tutte le componenti. E sta a lui ripristinare un clima di fiducia ed entusiasmo all’interno dell’intero ambiente che le ultime vicissitudini hanno molto probabilmente un po’ minato nelle fondamenta. Quello che chiede ai tifosi, insomma, deve applicarlo anche lui, e non solo per dimostrare di essere tifoso anche lui. 

Giusto infine benedire l’accordo con Oaktree, in un periodo dove trovare investitori italiani, già complicato storicamente, diventa ora pressoché impossibile, basti citofonare Leonardo Del Vecchio (tralasciando l’originale iniziativa del trust di tifosi vip che si dice pronto a rilevare quote di minoranza della società, senza però chiarire se sarà altrettanto pronto a contribuire quando si tratterà di garantire l’ordinaria amministrazione del club). Ma nemmeno l’arrivo degli statunitensi e le possibili conseguenze sul lungo termine possono servire da parafulmine: Zhang ora come non mai si trova sui carboni ardenti, dichiarazioni o non dichiarazioni, e uscirne col minor numero di scottature possibili dipende da lui e dal suo operato.

“La vera gloria mette radice, anzi si estende, mentre tutte le false pretese cadono come fiori”. (Cicerone)