L'epilogo dell'infinita stagione della prima Inter di Antonio Conte affonda le sue radici profonde nel concetto di 'abitudine'. Un leitmotiv che ha viaggiato per undici lunghissimi mesi e per ora si è fermato alla stazione che precede quella del capolinea dopo le parole di Suso, un habitué dei derby milanesi che ora si appresta ad affrontare gli ex cugini nerazzurri nell'ultimo atto dell'Europa League con la maglia del Siviglia. Incrocio che è diventato concreto all'atto della prova di forza di Lautaro e compagni contro lo Shakhtar, annichilito con cinque gol come non accadeva da tempo immemore a una squadra italiana, in campo continentale, a questo punto della manifestazione.

Impresa non certamente titanica che in molti si sono affrettati a ridimensionare perché ottenuta nell'Europa B, quella che - per intenderci – le rappresentanti della Serie A dopo il trionfo del Parma di Malesani hanno snobbato per 21 anni, salvo rarissime eccezioni. Un atteggiamento giustificato solo in parte e se parametrato al primo decennio del 2000, quando l'ambizione andava di pari passo col prestigio che solo la Champions League sa regalare. Dal 2010 in poi, non ci sono più state mezze misure: la Coppa dalle grandi orecchie è diventata ineffabile per le milanesi, appena appena sfiorata dalla Juve, mentre l'ex Coppa Uefa ha assunto le sembianze di un torneo massacrante, sostanzialmente un ostacolo nella corsa nazionale al terzo/quarto posto, vero santo Graal per club più contenti ad ingrossare le casse che a riempire le bacheche. Un limbo nel quale ci ha sguazzato volentieri proprio il Siviglia, proprietaria quasi esclusiva del trofeo senza ragionare all'italiana. Una piacevole consuetudine che ha obbligato gli addetti ai lavori a ribattezzare la competizione 'Siviglia League': d'altronde cinque finali vinte in altrettante apparizioni dal 2005-06 non possono essere un caso, soprattutto perché arrivate con una cadenza svizzera nell'arco di dieci anni. Un lasso di tempo nel quale gli andalusi sono diventati il club con più affermazioni in assoluto, come testimoniato dalla patch ben in vista sulla manica sinistra della maglia. Quell'emblema è sinonimo di una tradizione internazionale che l'Inter deve assolutamente rispolverare, come suggeriva Antonio Conte nel giorno della sua elezione a neo tecnico della Beneamata, guarda caso a Madrid, nel luogo simbolo dell'interismo militante. Il cerchio rimasto aperto dopo il leggendario Triplete potrebbe chiudersi nella strana cornice di Colonia, al termine di un'inedita final eight che non ha avuto nulla di abitudinario. Se non mettere di fronte in finale le rivali designate dalla Storia e dal destino: Siviglia, la regina di questa Coppa, contro Conte, il vincitore seriale che non ma hai concluso una stagione in un top club con zeru tituli.

La sconfitta in entrambi i casi sarà l'eccezione di una regola che non può essere confermata simultaneamente. Intanto le due sfidanti si crogiolano nell'abitudine di essere presenti su certi palcoscenici, sperando di confermare l'abitudine alla vittoria. Quella che alla fine orienta i giudizi e separa il trionfo dal fallimento, senza considerare nient'altro che il freddo risultato. L'habitat preferito di King Antonio, che non vede l'ora di guidare il carro dei vincitori dopo una stagione in cui si è auto-etichettato come il 'primo dei perdenti' in campionato, dietro a quella Juve per cui 'vincere è l'unica cosa che conta' purché non si tratti di una finale. "Dobbiamo ancora tirare le somme perché c'è un'ultima partita da giocare, e per noi è la più importante: è una finale e abbiamo la possibilità di vincere una coppa", ha detto Conte a Uefa.com facendo capire di non aver ancora completato l'opera. Anche se, prima dell'ultima sentenza, il lato positivo l'ha già trovato: "Penso che sia stata una stagione complessivamente positiva. Vediamo il bicchiere mezzo pieno, perché la delusione in Champions ci ha permesso di avere un ottimo cammino in Europa League. Credo che questa squadra, con tanti giovani inesperti, ne avesse bisogno".

Per il tecnico leccese è l'occasione più ghiotta per aprire un ciclo e per mandare un messaggio ai campioni d'Italia, che con la scelta di Andrea Pirlo sembrano aver anticipato i tempi della caduta dell'Impero. E in più la vittoria in Europa League si porta dietro anche altri significati: il trofeo in sé, la possibilità di giocarsi la Supercoppa europea mai vinta dal club e l'inserimento in prima fascia nella prossima edizione della Champions League. Tutti elementi che rinverdiscono le care, vecchie abitudini della storia di un club che in tutto questo tempo ha perso i gradi di nobile del calcio. Prima di scegliere l'uomo ossessionato dalla vittoria come condottiero. 

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Sezione: Editoriale / Data: Gio 20 agosto 2020 alle 00:00
Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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